Lynyrd Skynyrd + Molly Hatchet + Betta Blues Society: Live Report della data di Vigevano

L’appuntamento estivo al Castello Sforzesco di Vigevano è ormai consolidato punto di ritrovo per i fan delle grandi band del passato e del presente. L’unico ospite indesiderato è la pioggia, che inizia a cadere già da quando salgono sul palco i Betta Blues Society. La band, nata nel 2009, propone un repertorio cantato in parte in italiano e in parte in inglese, guidato da un’eterea voce femminile. La band fa da gradevole sottofondo al pubblico che sta ancora affluendo sul prato antistante il palco, con un’atmosfera che, sarà per il grande numero di bandiere sudiste presenti, sarà per il pubblico di tutte le età, somiglia più a quella di un grande pic nic che a un vero concerto. Per ora, almeno.

Le nubi si addensano sul pubblico del castello di Vigevano per la prima serata dell’edizione 2012 del festival “Dieci Giorni Suonati” quando gli statunitensi Molly Hatchet, alle 22,00 circa, salgono sul palco e danno vita ad un set infuocato e stracolmo di energia.

La band si presenta con una classica formazione hard rock, ossia due chitarre, basso, voce e batteria; infatti ormai potremmo dire che il southern rock fa parte dello stile dei nostri, o meglio, rende riconoscibile la band e il suo trademark di produzione musicale ma non è più la caratteristica di maggior evidenza.

I Molly Hatched pescano fra i vari album della loro brillante carriera senza tralasciare due pezzi del nuovo disco “Justice”, ossia la title-track (brano un po’ moscio da eseguire live, anche se si accende nel finale grazie ad una bella parte strumentale) e ‘American Pride’, di cui ricordiamo lo stacco centrale con l’armonica (ecco l’unica rimembranza reale del primo periodo della band, con un musicista che interviene sporadicamente quando questo strumento diventa essenziale).

Il resto della tracklist è una goduria di classici… ‘Gator Country’ colpisce live per il fraseggio/duello delle due chitarre di Ingram e Hlubek mentre la “magica” ‘Fall Of The Peacemakers’ viene proposta in una versione più aggressiva rispetto allo studio album (da “No Guts… No Glory”).

La band ha offerto complessivamente uno spettacolo convincente, anche se un po’ martoriato da problemi tecnici all’inizio; infatti l’audio del cantante è scomparso nel bel mezzo dell’opener ‘Whiskey Man’. Inoltre pian piano, durante lo show, la pioggia ha cominciato a imperversare sul pubblico così come un vento sostenuto, che ha provocato qualche problemino ancora all’audio sul palco. Di certo constatiamo una forma splendida di Bobby Ingram alla chitarra, sempre perfetto sia in fase ritmica che negli splendidi assoli, così come la robusta linea ritmica di Lindsey (basso) e del bravo batterista; quest’ultimo avrà anche un momento tutto suo con un breve assolo eseguito dopo ‘Justice’. Il singer, Phil McCormack, grasso all’inverosimile, tiene la barra a dritta con un vocione graffiante e mai domo, così come Hlubek (uno dei due chitarristi fondatori del gruppo nel 1971) mette a segno un discreto numero di colpi anche se sul palco appare più che mai statico e perennemente con sigaretta in bocca (anche per lui il peso in eccesso è davvero troppo).

Il concerto dei Molly Hatched finisce, dopo un’ora colma di emozioni, con un hit devastante come ‘Flirtin’ With Disaster’, che sottolinea ancora una volta la grande energia della band statunitense.

La pausa che consente ai tecnici di preparare il palco per i Lynyrd Skynyrd dura probabilmente un po’ più del previsto forse anche per la speranza di veder finire l’acquazzone che ha imperversato durante il set dei Molly Hatched. L’attesa ha raggiunto il suo scopo perché quando i re del southern rock salgono sullo stage la pioggia comincia a diradarsi sempre più e il vento abbandona lo spazio antistante dopo due/tre brani.

La band, capitanata dal carismatico Johnny Van Zant (fratello del fondatore Ronnie), offre uno spettacolo convincente e si presenta al completo con le due coriste, le tre chitarre, il tastierista ed una linea ritmica solida.

Nonostante il gruppo abbia pronto un nuovo album in uscita ad agosto intitolato “Last Of A Dying Breed” (come ricordato da Johnny) non viene eseguito nulla da questo platter e, anzi, a parte ‘Skynyrd Nation’, tratta da “God & Guns” (2009), tutto il set è imperniato sugli album storici della band, usciti fra 1973 e 1977.

Il pubblico si diverte con ‘What’s Your Name’, si commuove con ‘Simple Man’, accompagna la band cantando in toto il super classico ‘Sweet Home Alabama’, ascolta rapita gli assoli magici del trio di chitarristi nella song simbolo ‘Free Bird’, che chiude in modo egregio un ottimo live show.

Colpiscono anche le esecuzioni di ‘Saturday Night Special’ che dal vivo risulta quanto mai trascinante, la cover ‘Call Me The Breeze’ (originariamente di J. J. Cale) in cui il tastierista Peter Keys offre una prova meravigliosa ed anche ‘Tuesday’s Gone’, caratterizzata dall’intro di armonica e dal suo stile southern che fa riconoscere al volo il gruppo.

La band si regge egregiamente su tutti i musicisti ma colpisce l’incredibile energia e verve del tatuato chitarrista Rickey Medlocke (che erroneamente non viene indicato come facente parte della band delle origini, visto che al contrario suonò nei Lynyrd fra 1970 e 1971 come batterista) mentre Gary Rossington (chitarrista presente nella band fin dall’inizio), per quanto efficace, risulta quanto mai statico sul palco.

La conclusione del concerto è salutata dal tripudio compiaciuto di un’audience per lo più matura che per una sera ha sognato ad occhi aperti un’epoca forse irripetibile del rock.

Report Molly Hatchet e Lynyrd Skynyrd a cura di Leonardo Cammi. 

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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