Glenn Hughes: Live Report e foto della data di Ranica (BG)

Gli anni passano per tutti, non c’è niente da fare, e iniziano a passare anche per un musicista e un cantante inossidabile come Glenn Hughes. Il live al Druso, secondo per il mese di novembre e che segue a breve distanza quelli della scorsa estate, ci mostra due tratti essenziali di quello che è questo grande artista in questo momento. Da una parte, Hughes è impegnato in un’operazione legata alla memoria storica del suo percorso artistico, con una setlist incentrata esclusivamente sui pezzi del repertorio portato al successo con i Deep Purple, un’operazione di recupero che Hughes incarna anche fisicamente, con un ritorno alle camicie a fiori e ai gilet in stile anni ’70 e con un bel paio di basette (non più tanto scure, ahimè) che spiccano con allegra malizia da sotto la folta chioma. Un altro riferimento al passato è nella scenografia di fondo, che richiama quella di “California Jam“, tempi che tornano anche nel medley composto da “Smoke On The Water” e “Georgia On My Mind“. Dall’altra parte, Hughes ha iniziato pian piano la sua strada verso i 70 anni, e per quanto la sua voce sia sempre stata “miracolata” e non abbia perso nulla dello smalto che la contraddistingue, è anche vero che inizia ad avere bisogno di tempi di recupero un po’ più lunghi di quelli degli anni scorsi. Ecco allora spiegato perchè in un’ora e mezza di concerto i brani ascoltati del pubblico del Druso (che, è doveroso ricordarlo, registra il sold out) sono a malapena una decina, e vengono inframmezzati da una serie quasi infinita di assoli da parte degli altri musicisti della band. Semplicemente, Hughes ha bisogno di tirare il fiato un po’ di più per riuscire a fare alla perfezione tutti gli acuti di “Burn” o per esprimersi al meglio in capolavori della storia dell’hard rock come “You Keep On Movin’” o “Mistreated“. Ci potevano essere due opzioni: o un numero maggiore di pezzi, ma cantati alla bell’è meglio con il rischio di non arrivare alle note più acute dietro l’angolo, o un numero minore di pezzi ma cantati alla perfezione, come solo Glenn Hughes sa fare. Hughes, che rispetta il suo pubblico e non perde occasione per ricordare quanto esso sia importante, ha scelto la seconda ipotesi, e alla fine la sua scelta si è rivelata vincente. Certo, resta un pochino di amaro in bocca, soprattutto confrontando la setlist con quelle di altre date del tour, per non avere avuto occasione di risentire “Highway Star” o “Gettin’ Tighter“, un pezzo che tra l’altro fu scritto da Hughes insieme a Tommy Bolin (e c’è sempre quel pizzico di malinconia a pensare a quante cose stupende questi due avrebbero potuto fare se Bolin fosse ancora vivo), ma ne è valsa comunque la pena.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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