Linkin Park w/ Fall Out Boy: Live Report della data di Milano

Per chi, come la sottoscritta, è nata tra gli anni ’80 e ’90 e ha vissuto la rivoluzione di “Hybrid Theory” sulla propria pelle, la serata di martedì 11 giugno non è stato altri che un ritorno all’adolescenza e la coronazione di un sogno. A rincarare la dose di nostalgia, oltre agli attesissimi Linkin Park, ci sono stati i Fall Out Boy, forse meno gloriosi degli hideliner, ma che hanno contribuito con diversi successi a rinfarcire la musica degli anni 2000.

L’attesa è tanta e fin dalle prime ore della mattina l’Ippodromo ospita una lunga, lunghissima fila, di fan, tra cui 150 fortunati che avranno la possibilità di incontrare la band e godersi il live dall’area pit. Il sold out è confermato ormai da tempo e non è una sorpresa per me trovare a fatica un posto dove stare. Il sole è cocente, la calura pure, ma il live compenserà in toto la fatica.

Non sono nemmeno le 20 quando entrano in scena i Fall Out Boy che, abbastanza freschi di album, iniziano a scaldare l’arena con “The Phoenix”, singolo estratto dal recente “Save Rock and Roll”. Purtroppo la posizione dei maxi schermi, a mio parere decisamente troppo bassa, non mi permette di vedere molto, ma ad un concerto ciò che conta è l’acustica e non tardo a notare alcune imprecisioni. Fin dalle prime note balzano ai timpani i volumi eccessivi della batteria di Andy Hurley e della voce, comunque molto piacevole, di Patrick Stump, a discapito di chitarre e basso. Il pubblico sembra, malgrado tutto, gradirli e, nonostante la poca comunicazione tra band e astanti, canta con enfasi la setlist che, a conti fatti, ripropone i successi più famosi dei Fall Out Boy. Nonostante la pesante assenza di “The Take Over, The Breaks Over”, non mancano le cover di “Thriller” e “Beat It”, i cavalli di battaglia “This Ain’t A Scene, It’s An Arms Race” e “Dance, Dance” e il tormentone, giustamente scelto come degna conclusione” “Thnks Fr Th Mmrs”. La performance risulta pulita, ben strutturata a livello di scaletta e con un’esecuzione impeccabile da parte di Stump, che ha dimostrato netti miglioramenti rispetto ad altri show. La nota negativa è che, forse a causa di un timing serrato e della voglia della band di suonare più pezzi possibili, lo show risulta fin troppo veloce, con zero pause tra un pezzo e l’altro, e con una scarsa iterazione nei confronti di un pubblico che, malgrado fosse lì per i Linkin Park, ha comunque partecipato attivamente per tutta l’ora del live.

Setlist:
1 – The Phoenix
2 – I Slept With Someone In Fall Out Boy And All I Got Was This Stupid Song Written About Me
3 – A Little Less Sixteen Candles, A Little More “Touch Me”
4 – This Ain’t a Scene, It’s An Arms Race
5 – Alone Together
6 – Thriller
7 – Death Valley
8 – Beat It
9 – Sugar, We’re Goin Down
10 – Dance, Dance
11 – Just One Yesterday
12 – I Don’t Care
13 – My Songs Know What You Did In The Dark (Light ‘Em Up)
14 – Thnks Fr Th Mmrs

Il sole inizia a calare e l’adrenalina cresce sempre di più. Le persone continuano ad entrare nel parterre senza sosta e l’attesa, resa noiosa da un cambio palco di quasi un’ora, inizia a farsi estenuante. Ne approfitto per guardarmi intorno e sono colpita della varietà di pubblico che, oltre a ragazzini con genitori e giovani poco più che ventenni, è composta da moltissimi adulti a dimostrazione che la musica supera le barriere generazionali e ha il potere di unire realtà diverse sotto le stesse note. In attesa della performance decido di recuperare un po’ di idratazione comprando l’acqua ma, nonostante si sapesse da mesi del sold out, scopro che intorno alle 21 è già terminata, fatto gravissimo tenendo conto del grande caldo e dell’assenza di posti per ripararsi dal sole. Polemiche a parte, tra uno sbuffo e l’altro, intorno alle 21,30 si accendono le luci e su “The Catalyst” fanno ingresso i Linkin Park che, accolti da un pubblico entusiasta ed energico, snocciolano una setlist che racchiude al 100% tutto ciò che la band ha fatto in diciotto anni di una carriera non sempre onorata da tutti. La prima parte dello show si tinge di revival in quanto, dopo la già nominata “The Catalyst” e la novellina “Guilty All The Same” (già imparata a memoria dai più), seguono “Given Up” e , soprattutto, una tripletta che pompa a mille l’atmosfera lasciando il pubblico senza fiato: signori stiamo parlando di “Points Of Authority”, “One Step Closer” e dall’evergreen “Papercut”. Chester Bennington, vistosamente emozionato, regala una performance pulita e con pochissime imperfezioni, allo stesso modo Mike Shinoda, il cui rap non finirà mai di stancare, dimostra di non perdere colpi e, tra un saluto e l’altro, di saper gestire musica, strumenti e palco. Le luci tingono il cielo ormai scuro di Milano e la scenografia, fatta da maxi schermi che alternano primi piani dei membri con immagini simboliche e scelte ad hoc, rendono sempre più surreale, quasi come un trip, l’esperienza live. La band, dimostrandosi al pari con i tempi, invece di scagliarsi contro il pubblico e i suoi mille cellulari alzati, invita i fan a riprendere al fine di creare una puzzle di video da pubblicare su www.fanfootage.com . Il tempo scorre veloce, anche troppo, e si giunge alla seconda parte del live che con “Castle Of Glass” e un medley/ballad composto da “Leave Out All The Rest”, “Shadows Of The Day” e “Iridescent” ci riporta ad epoche decisamente più contemporanee. I medley non finiscono qui e, pochi brani più in là, ci ritroviamo catapultati nel mondo del remix con “Wretches And Kings”, “Remember The Name” e “Skin To Bone”. Segue “Numb” in una versione mush up che unisce l’originale a “Numb/Encore”, con Shinoda nelle vesti di Jay-Z, e il cavallo di battaglia che più di tutti ha lanciato la band: “In The End”. La folla è impazzita e i cori sono così alti che coprono la voce di Chester, entusiasta e stupito del calore del pubblico italiano. Il finale riporta una versione ingiustamente tagliata e sacrificata di “Crawling” in favore delle più commerciali “New Divide”, “What I’ve Done” e “Bleed It Out” in una versione estesa e partecipata. Malgrado lo show sia durato appena novanta minuti, non ci sono assolutamente pecche in quanto fan di vecchia e nuova generazione sono stati abbondantemente rimpinguati con pezzi eseguiti al top della forma. I Linkin Park, fin da troppo tempo assenti su territorio italiano, ringraziano più e più volte il pubblico con un Chester Bennington vistosamente commosso e contentissimo. Che dire? Lo show è stato pazzesco e ha dimostrato la grande versatilità di una band che ha saputo e continua a reinventarsi senza mai perdere coscienza e dando il meglio di sé sul palco. Nonostante abbia personalmente bocciato gli ultimi album, mi ritrovo senza voce e costretta a rivalutare le recenti scelte stilistiche che dal vivo ribaltano completamente ogni giudizio.

SETLIST Linkin Park

1 – The Catalyst/ The Requiem
2 – Guilty All The Same
3 – Given Up
4 – Points Of Authority
5 – One Step Closer
6 – Blackout
7 – Papercut
8 – With You
9 – Runaway
10 – Wastelands
11 – Castle Of Glass
12 – Leave Out All The Rest/ Shadows Of The Day/ Iridescent (Ballad Medley)
13 – Robot Boy
14 – Joe Hann Solo
15 – Burn It Down
16 – Waiting For The End
17 – Wretches And Kings/ Remember The Name/ Skin To Bone (Remix Version)
18 – Numb
19 – In The End
20 – Faint
21 – Until It’s Gone
22 – A Light That Never Comes
23 – Lost In The Echo
24 – Crawling
25 – New Divide
26 – What I’ve Done
27 – Bleed It Out

francesca.carbone

view all posts

Scribacchina dal 2008 e da sempre schietta opinionista del mondo musicale. Dagli Iron Maiden ad Immanuel Casto il passo è breve, almeno per me.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login