Korn: Live Report della data di Pordenone

Nonostante l’apparente declino della popolarità della band californiana, il palazzetto dello sport di Pordenone è gremito per la prima data italiana dell’ultimo tour europeo dei Korn.

Ad aprire la serata sono gli scandinavi Deathstars, sempre più calati nel ruolo di glamster apocalittici, il cui ibrido di metal ed elettronica scalda subito il già discretamente numeroso pubblico presente.

L’aggiunta in pianta stabile di un secondo chitarrista ha giovato alla band in termini di impatto sonoro e visivo, ed in una trentina di minuti gli svedesi sciorinano i loro brani migliori, chiudendo con la potentissima "Cyanide", dando decisamente prova di essere all’altezza della situazione. Ora sono attesi al salto di qualità col prossimo lavoro: da tenere d’occhio.

Seconda band in scaletta sono i texani Flyleaf, capitanati dalla bella Lacey Mosley, un po’ Amy Lee e un po’ Alanis Morrisette. La loro proposta musicale costeggia i territori dell’hard rock più radiofonico made in USA e sconfina in quelli del numetal. Per quanto tecnicamente preparati e validi onstage, la band è penalizzata da un songwriting non ispiratissimo e tendenzialmente ripetitivo, e la risposta del pubblico è abbastanza tiepida. Probabilmente inadatti in un bill del genere, potrebbero comunque costruirsi un seguito, specie negli States.

Boato all’entrata in scena dei Korn. Benchè la formazione presente oggi veda solamente Jonathan Davis e Fieldy come superstiti del quintetto originale, affiancati da ben cinque turnisti, lo show è assolutamente di prim’ordine, tanto dal punto di vista musicale quanto da quello visivo. Si comincia con "Right Now", che fa da subito esplodere un pubblico molto ricettivo, che sottolinea a gran voce il ritornello del fortunato singolo. La scaletta riprende sostanzialmente tutta la discografia del combo di Bakersfield, alternando momenti di violenza devastante a momenti in cui emerge la sensibilità più romantica, a tratti quasi epica, di alcune produzioni più recenti, come ben esemplificato dal micidiale uno-due "Adidas"/"Hold On". L’aggiunta di un tastierista in pianta stabile live sembra aver giovato alla band, creando un senso di continuità tra il materiale più recente e quello degli anni d’oro.

Tuttavia il pubblico – anche quello più giovane – risponde sempre maggiormente ai pezzi che hanno aperto la strada alla band, mentre i brani degli ultimi anni sembrano coinvolgere di meno un fanbase che evidentemente non condivide del tutto la scelta di Davis e soci di virare il loro sound verso territori nuovi negli ultimi anni di carriera.

Fieldy è il solito animale da palco, mentre Jonathan – in forma clamorosa – è il vero punto focale dello show, catalizzando le emozioni dei presenti da vero sciamano del rock, tra catartica aggressività e follia – come nel classico segmento finale di "Freak On A Leash", accolto letteralmente da un’esplosione delle prime file – ma è anche desideroso di interagire col pubblico, fatto cantare a più riprese, e al quale nel corso dello show confida la sua preferenza per "Untouchables". L’impressione è quella di un uomo ormai sereno, che sembra aver risolto ogni problema coi suoi demoni personali ed aver superato le recenti divisioni interne alla band, ancora capace di divertirsi onstage e trascinare il pubblico.

Dopo un’ora e mezza di show, è tempo di encore: si comincia con "Blind", prevedibilmente accolto da una reazione entusiasta di tutto il pubblico, per chiudere, come al solito, con "Got The Life". A fine show, Jonathan torna onstage, a lanciare baci alla folla e a ringraziare tutto il pubblico, spalti e prime file, visibilmente esausto ma felice, proprio come i suoi fan.

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