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KISS: live report e foto della data di Bologna

40 – e più – anni di carriera non si regalano a nessuno, così come non si possono regalare canzoni immortali ad un “Carneade” del pentagramma qualsiasi. C’è bisogno di un nome “vero”, “concreto” per dare spessore a canzoni immortali, c’è bisogno di metterci la faccia, o la maschera. Fate voi. Scrivere e raccontare con le sole parole un concerto di Kiss è letteralmente impossibile, perché è come cercare di spiegare a parole l’immensità di uno spettacolo colorato e senza eguali.

130 milioni di copie vogliono di certo dire qualcosa, così come l’amore incondizionato – ed un po’ folle – della Kiss Army conta di certo nell’economia (letterale…ehm…) di una cricca di americani con il “sogno” dei Beatles inchiodato e pitturato sulla pelle. Ed allora ti spieghi tutto appena scendi dalla macchina e inizia a vedere la varia umanità nei pressi dei cancelli dell’Unipol Arena: giovani, giovanissimi, bambini, fanatici del “Bacio” con trucco d’ordinanza e semplici curiosi pronti ad assistere ad uno degli spettacoli più folli e divertenti che l’uomo abbia mai visto.

Ma andiamo con ordine….

Prima del “Bacio” ecco i RavenEye, band proveniente da Milton Keynes, Inghilterra. Bene anzi, benissimo, Oli Brown alla chitarra ed alla voce: showman nato e piglio blues marchiato a fuoco sulla pelle.  Protagoniste dello show le canzoni di “Nova”, ben suonate e dalla indiscutibile fisicità live. “Come With Me”, “Breaking Out” e “Hey Hey Yeah” sono state ben accolte dalla folla. Qualche minuto in più non avrebbe fatto male ai nostri, e vederli uscire dopo aver inchiodato una bella serie di riff lascia un pò di amaro in bocca. Ma alla fine c’è la consapevolezza che siamo lì tutti per i soli, ed unici protagonisti della serata: Kiss. Su il sipario ed attesa impaziente.

La tensione sale….

Certo che quando viene srotolato il telone con il logo senti che il momento del decollo sta arrivando, come se un conto alla rovescia collettivo fosse partito nella testa di tutti i presenti. 10. Nel frattempo senti di sottofondo le note dei Toto, quasi a calmare la tensione. 9. C’è un padre ed una figlia di non più di 10 anni che si avvicina al mio posto, la bambina è truccata da Paul Stanley. 8. Penso che c’è speranza per le nuove generazioni e non solo Fedez e talent. 7. Gli ultimi ritardatari si affrettano a trovare spazi ed aria. 6. Accidenti, è partita “Rock ‘n’ Roll” dei Led Zeppelin, “Siamo davvero agli ultimi secondi di attesa” pensano i presenti. 5. La musica sfuma.  4-3-2-1. Luci rosse in sala “You wanted the best! You’ve got the best! The hottest band in the world… KISS!”

E poi il boato: si strappa il sipario ed i nostri scendono – letteralmente – dal cielo, da una navicella che sorregge il “Bacio” al completo. Gli immortali Gene Simmons e Paul Stanley che, affiancati da Eric Singer alla batteria, e Tommy Thayer alla chitarra solist, iniziano a conquistare la folla con la decisione di una “Deuce” potente e sparata a mille.

C’è un però che appare evidente: lo Starchild (Paul Stanley) è un tantino in difficoltà. Soffre durante le prime canzoni e durante i primi dialoghi con il pubblico. Sembra quasi soffrire la serata torinese di un paio di giorni prima, ma alla fine è solo una piccola impressione perché gli inciampi di voce vengono affrontati con mestiere e capacità di reggere il palco nonostante tutto. I grandi si vedono anche in questo.

Impressionante il boato quando i nostri esplodono nel riff di “Shout It Out Loud”, una delle canzoni più riconoscibili del rock e di una band che ha vissuto una carriera intera su zatteroni alti più 20 centimetri.

Seguono poi “Lick It Up” e “I Love It Loud” che anticipano una infuocata (letteralmente) “Firehouse”, dove Gene Simmons inizia a rendere indimenticabile lo spettacolo, Il linguacciuto bassista americano infatti sulle ultime note della canzone inizia a scaldare l’ambiente – come se non bastassero fuochi d’artificio ogni  3 secondi ed giochi di fiamme ogni colpo di cassa di Eric Singer – con uno dei suoi classici: il numero del mangiafuoco.

E poi “Shock Me”, “Flaming Youth” e “God Of Thunder” , quest’ultima anticipata dall’immancabile “numero” del sangue di Simmons che si conclude con il decollo del Demone verso il cielo. Ancora musica con “Crazy Crazy Nights”, “War Machine” e “Pyscho Circus” cantata da Paul da un palco in mezzo al pubblico dopo aver volato sopra le teste di migliaia di appassionati

Il gran finale…

E’ nell’aria, perché a contare le canzoni in molti si accorgono che gli sgoccioli sono davvero ad un passo. Il tempo di una “Black Diamond” con ritorno annesso dello Starchild sul  main stage che esplodono fuochi d’artificio, coriandoli, ed il grande logo dei Kiss che riprende a brillare: “I Wanna Rock and Roll All Nite”. Un inno, niente di meno. Un invito a far casino e cantare con i propri idoli. Non potevano mancare le gru mobili che hanno trasportato in giro per l’Arena Gene e Tommy. Uno spettacolo nello spettacolo. Ma di certo non è finita qua, perché dopo una pausa tecnica i nostri ritornano sul palco e si lanciano una durissima versione di “I Was Made For Lovin’ You” e l’immancabile “Detroit Rock City”.

Kiss Out. Ci rivediamo alla prossima occasione.

 

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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