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Katatonia: Live Report e foto della data di Milano

Da quando, lo scorso agosto, vennero annunciate le band di supporto al tour europeo dei Katatonia, freschi autori dello splendido “The Fall Of Hearts”, ho vissuto in trepidante attesa di questa data sia per il potenziale che Agent Fresco e VOLA portavano in dote, sia perché avrebbero reso la serata eterogenea e potenzialmente appetibile per un pubblico più variegato; e devo dire che le attese sono state assolutamente ripagate da tre prestazioni sopra le righe, a tratti esaltanti.

Poco dopo le 19, quando l’opener di “Inmazes”, “The Same War”, rimbomba dentro un Alcatraz ancora semi deserto ci rendiamo subito conto della bontà dei suoni, già ottimamente calibrati e adatti al sound dei VOLA; il quartetto non è particolarmente dinamico on stage ma con il suo djent dalle contrastanti aperture melodiche in stile Devin Townsend piace a quasi tutti i presenti e conferma quanto di buono scritto in sede di recensione. “Your Mind Is A Helpless Dreamer” e la conclusiva (nonché singolo) “Stray The Skies” sono i momenti migliori dello show dei danesi che pur con poco tempo a disposizione gettano interessanti motivi d’interesse per la loro carriera futura.

Per la terza volta ho la fortuna di assistere allo spettacolo che i quattro Agent Fresco riescono a trasmettere sul palco e anche se in questa occasione la scaletta è giocoforza ridimensionata, non è mancato il solito spirito rock danzereccio e al contempo riflessivo che li differenzia non poco dalla loro “versione studio” più raffinata (ma anche rivedibile nei suoni). “Anemoi” parte al solito delicata su note di piano elettrico per poi dar vita ad un’orgia ritmica guidata dal batterista Keli mai domo su pelli, piatti e bordi dei tamburi coadiuvato dall’eterea ugola di Arnór Dan che interpreta in maniera magistrale le parti più delicate ma senza farsi mancare urla belluine all’occorrenza. Gli islandesi sanno stare sul palco molto più che rinomate band/colleghi, forti di pezzi mai banali come “See Hell”, “Dark Water” e “Eyes Of A Cloud Catcher” ed un’intesa percettibile anche dall’altro lato della barricata; meriterebbero ben altra visibilità… ma è una vecchia storia.

 

 

 

 

Ed eccoci agli headliner, per chi scrive una delle band che meglio è progredita nell’ultima decade, con buona pace di chi rimpiange ancora i loro esordi death o il periodo più smaccatamente gothic; i Katatonia con “The Fall Of Hearts” hanno dimostrato di poter maneggiare la materia dark a proprio piacimento, sia nei momenti soffusi che in quelli più sostenuti e stasera l’hanno ampiamente dimostrato sulle assi dell’Alcatraz per uno show pressoché inappuntabile.

“Last Song Before The Fade” serve a settare i suoni e a far scaldare i musicisti visto che non si tratta esattamente del pezzo che ti aspetteresti come opener ma da “Deliberation” in poi non ci sarà più un minuto di sosta, con le coronarie messe a dura prova dall’intensità interpretativa degli svedesi (che hanno scandagliato un po’ a tutta la discografia risalendo fino a “Discouraged Ones” con un’onesta versione di “Saw You Drown”) guidati dall’ugola baritonale di Jonas Renkse, vero maestro di cerimonie; non è un caso che sia stato prediletto materiale tratto da “The Great Cold Distance” visto che questo tour festeggiava 25 anni di carriera della band ed il decennale di questo lavoro.

“Serein” (una delle canzoni dell’anno per chi scrive) si staglia impetuosa sulla platea e si mangia in un sol boccone tutta la concorrenza che ancora prova a trovare melodie vincenti in questo ambito a cui fa da spalla una “Day And Than The Shade” da urlo. Ottimamente inseriti Daniel “Mojjo” Moilanen alla batteria (già con la band da un paio d’anni) e Roger Öjersson che aggiunge alcune lead guitar e ottimi controcanti ad una macchina quasi perfetta; i puristi troveranno sempre motivo di criticare la band per una certa rigidità ma il genere proposto necessita di un’attitudine simile, che probabilmente buona parte del pubblico “latino” stenta ancora a comprendere; l’unica pecca sono alcune basi registrate che chiaramente rallentano la dinamica dello spettacolo pur riempendo il suono (come suggerito da un amico musicista, un tastierista turnista sul palco non sarebbe una cattiva idea).

Continuando la disamina di un concerto davvero notevole (se non si fosse capito) non possiamo non citare “Serac” (la canzone che molti vorrebbero risentire dagli Opeth), “Old Heart Falls” (praticamente identica al disco… e non è una critica), la sempreverde “Leaders”, l’inaspettata “In The White”, l’annichilente “Forsaker” e nel bis il capolavoro “Lethean” (se possibile migliorata dall’assolo di Öjersson) e una “My Twin” resa in maniera ancor più impeccabile del solito.

Così ce l’aspettavamo, così è stata: serata la cui eco riecheggerà per molto tempo nella nostra corteccia cerebrale.

Di seguito le foto della serata, courtesy of Mairo Cinquetti!

Mairo Cinquetti

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Inguaribile punkettone e amante di tutto ciò che fa tupa-tupa. La mia dimensione ideale è dentro al pit, armato di reflex e pronto a immortalare tutti ciò che va oltre la musica.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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