Johnny Winter: Live Report della data di Forlì

Nonostante la crisi, che aveva fatto correre il rischio della sua chiusura, il Naima Club di Forlì si conferma come uno dei punti nevralgici della circolazione per gli appassionati di blues e per la musica “colta” in generale (nei giorni successivi era prevista, fra le altre, una data degli Area riuniti). La serata di cui si parla in questa occasione mette a confronto due grandi nomi, diversi per storia, condizioni di salute, età, ma non per il carisma, anche se diverso, che traspare da entrambi.

Eric Sardinas è un habitué dei palchi italiani, sia da solo che in compagnia di altri artisti (come non ricordare le molte date come opener per Steve Vai), e si intrattiene sul palco del Naima per più di un’ora e mezzo (cosa comprensibile date anche le condizioni di chi lo seguirà). Accompagnato da una band di autentici redneck, impassibili come mimica ma impeccabili come esecuzione, Sardinas si destreggia in una ricostruzione del suo repertorio classico, che va dai brani di “Treat Me Right” fino ai classici del blues. I momenti più interessanti sono però quelli in cui Sardinas, dimentico di tutto, perfino del microfono, esegue brani cantando a cappella ed utilizzando come unico strumento il battito ritmico del proprio stivale sulle assi di legno del palco. Manca solo lo slide con la bottiglia di birra, ma per una volta non se ne sente la mancanza: ogni tanto è bene rinunciare al proprio lato più tamarro a favore di quello un po’ più intellettuale. Eric Sardinas è una forte quercia, nel pieno del suo vigore giovanile, trasuda energia e sensualità da ogni poro. Per contrasto, Johnny Winter è un vecchio salice dal tronco rovinato, apparentemente inerte, ma che trova ancora, ogni volta che sale sul palco, la forza di eseguire alcuni di quei brani che lo hanno reso uno dei bluesman più celebri degli scorsi decenni. Non ci si può aspettare perfezione da una persona rovinata da una malattia progressiva, che arriva sul palco praticamente sorretto dalla sua assistente, suona stando seduto e che non cambia mai posizione né espressione durante il suo concerto; la sua esecuzione di “Roadhouse Blues” è piuttosto imprecisa, e la sua voce è a tratti malferma. Sarà che forse ha deciso di morire sul palco, come Molière, ma non si può non provare un forte rispetto misto a rabbia per questo personaggio, che rimane coerente con se stesso anche quando molti altri si sarebbero fermati. Anche l’albino più famoso del blues è accompagnato da una band di grande valore, nella quale bisogna evidenziare che il secondo chitarrista non si sostituisce a lui, ma riempie con ritmiche diverse. Il gran finale è naturalmente occupato da una grande jam, in cui Eric Sardinas fa da scudiero a Johnny Winter. E anche per stavolta è andata.

Ulteriori foto della serata sono visibili a questi link: 1; 2; 3.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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