Italian Summer Headbangers Fest: Live Report

L’avevano promesso, ed è arrivato. A neanche tre mesi di distanza dalla doppia data di Roma e Scandiano, il carrozzone che porta il nome di Italian Headbangers Fest si ripresenta in versione estiva. In una cornice perfettamente adeguata alle necessità, che risponde al nome di Rockville, una celebre discoteca aperta solo in estate che da sempre ha avuto un occhio di riguardo per il rock (è infatti affiliata alla radio locale K-Rock), abbastanza vicina alla città di Sassuolo ma sulle colline, circondata da fitte fronde e farfalle variopinte. L’atmosfera bucolica, il vento fresco e i prezzi politici sia del biglietto che del cibo fanno da contorno a ben otto ore scandite dal metallo italiano.

Come per l’edizione di aprile, salgono sul palco per primi i Dumper, ovvero la seconda band del chitarrista Luca Cabri (l’altra sono i Trick Or Treat), al quale va il grande merito di avere ideato e realizzato il festival (l’impianto sonoro e il mixer sono invece stati forniti dai celebri Fear Studios). Il terzetto ha, come molti altri gruppi della giornata, un disco in imminente uscita, e ne approfitta per presentarne alcuni estratti, concludendo però con una cover (neanche troppo stravolta, solo un po’ più rock rispetto all’originale) di “Ticket To Ride” dei Beatles. I Dumper appaiono ben amalgamati fra loro, si avverte solo qualche incertezza per la voce, ma niente di irrimediabile.

Tempo un brevissimo cambio palco, ed ecco salire sul palco i Black Wings, che alternano con esperienza, nonostante la giovane età, estratti dal primo album, “Sacred Shiver”, da cui eseguono fra le altre “Fire Tide”, e del secondo album, attualmente in preparazione. Ineccepibili tecnicamente, nonostante l’orario e la posizione in scaletta i cinque ferraresi propongono un power sinfonico che ha ancora ragione di esistere e che non annoia, due aspetti fondamentali per un genere che arranca sempre più faticosamente. Restando in attesa della pubblicazione ufficiale, si conferma un’impressione positiva.

Manca un nome all’appello dei gruppi che avevano partecipato alla prima edizione del festival, ovvero quello degli Elvenking. Per questo motivo, il ruolo di headliner, con un’ora di esibizione ciascuno, è ripartito equamente fra DGM e Secret Sphere, mentre vengono aggiunti i Sin Circus. Questi quattro veronesi, grandi consumatori di alcolici e amanti della bella vita, non lesinano sudore e fatica, anche se il loro metalcore piuttosto aggressivo, oltre ad essere un po’ fuori contesto, rimane impresso solo grazie ad una eccellente tenuta di palco da parte del cantante Cresh.

Tornano direttamente da Roma, dove hanno suonato la sera prima, ma prima di dirigersi nel nativo Piemonte i Bad Bones fanno tappa in Emilia, regalando agli astanti mezz’ora di rock and roll infuocato, grezzo e divertente, anche grazie alle pittoresche introduzioni di ogni brano. A parte l’opinabile cover finale di “Ace Of Spades”, la band alterna brani nuovi, tratti da “A Family Affair”, da cui eseguono “Modern Times”, “Road To R’n’R” e “Ghost Town Blues”, a pezzi estratti dal precedente “Smalltown Brawlers”, come “Poser” e “Spaghetti Western”. Una bella esibizione, non tanto a livello tecnico quanto per la passione che la band trasmette, forte anche di un tour autofinanziato negli Stati Uniti, a respirare rock insieme alla polvere del palco.

Chi invece di tecnica se ne intende sono i romagnoli EmpYrios, la cui performance sembra riscuotere molto più successo fra il pubblico rispetto a quanto non fosse avvenuto in aprile. Dodici corde fra chitarra e basso, una presenza scenica travolgente, la classica compresenza di due voci maschili, una per le parti pulite e una per lo scream, pezzi che mescolano progressive e metalcore diventano componenti essenziali per un gruppo dalle grandi capacità.

Passo dopo passo, si arriva all’ora dell’aperitivo. Quale metodo migliore per placare i primi morsi della fame che l’esibizione sempre più folle dei Trick Or Treat, che godono del momento di massima affluenza da parte del pubblico in quanto padroni di casa? Il tempo a disposizione aumenta man mano che il tempo passa, i modenesi hanno a disposizione 45 minuti durante i quali propongono il classico repertorio a metà fra vecchio (“Evil Needs Candy Too” e “Like Donald Duck”), nuovo (“Loser Song” e Paper Dragon”) e cover improbabili (“Girls Just Want To Have Fun” e la sigla del cartone animato “Robin Hood”), il tutto associato alla classica ironia e ai travestimenti, con immancabile lancio di coriandoli finale, per una band che, in vista delle registrazioni per il terzo album, ha definitivamente raggiunto la maturità professionale. Per quella mentale c’è ancora tempo.

Non è ancora chiaro se siano ospiti d’eccezione o membri fissi, ma per questa volta la sezione ritmica degli Arthemis vede al basso Giorgio “JT” Terenziani (Mr. Pig e Killing Touch), con il suo inconfondibile basso verde con i led luminosi, e alla batteria Corrado Rontani, compagno di avventure, anche se intermittente, di JT e Michele Luppi nei Mr. Pig. È in loro onore, probabilmente, che nel finale viene eseguita una cover di “Burn” dei Deep Purple, anche se il risultato è un po’ discutibile. Forti di un album appena uscito, i sempre più emiliani Arthemis portano avanti uno show che piace molto al pubblico, grazie soprattutto alla carismatica presenza scenica di Fabio Dessi alla voce e di Andrea Martongelli alla chitarra, che padroneggiano alla perfezione brani come “Fright”, “Vortex”, “7 Days” e la conclusiva “Mr. Evil”.

È finalmente giunto il momento degli ultimi due gruppi. I DGM si presentano all’appuntamento di luglio con un paio di eventi molto importanti in vista, ovvero la partecipazione alla versione americana del Prog Power in rappresentanza dell’Italia, e la pubblicazione di un DVD che conterrà la registrazione del concerto della prima data dell’Italian Headbangers Fest (svoltasi a Roma), due brani inediti e un best of della lunga carriera del gruppo. L’esibizione attinge soprattutto dal repertorio di “Frames”, l’ultimo album, uscito nel 2009, ma non manca qualche escursione nel passato recente, come “Some Day, One Day”. Buona prova anche da parte dei Secret Sphere, che possono sfruttare il vantaggio di un pubblico affezionato ed esperto conoscitore dei brani proposti. Anche per loro ci sono stati importanti traguardi, come la partecipazione al Metal Fest Open Air Hungary, tenutosi lo scorso maggio, e altri ce ne sono in vista, in primo luogo la pubblicazione di un nuovo lavoro. Questo finale di serata non potrà comunque non entusiasmare tutti gli appassionati di power – prog italiano.

L’unica nota dolente, a conclusione di quello che si caratterizza ancora una volta come un festival ma prima di tutto come un importante sostegno per il metal italiano, riguarda la scarsa affluenza di pubblico, che a occhio e croce non ha mai superato le cento unità, neppure nei momenti di massima partecipazione, e si è ridotta drasticamente al termine dell’esibizione degli Arthemis. Dove si possono rintracciare le cause di questo? Nella scarsa pubblicità fatta all’evento? Nella data scelta, che invogliava alle ferie o alla gita in piscina piuttosto che al sudore e alle orecchie che fischiano per essere stati troppo vicino agli amplificatori? O forse al fatto che siamo tanto bravi a lamentarci che di musica buona in Italia non ne viene, ma quando poi l’abbiamo a portata di mano non ci muoviamo? Ai posteri l’ardua sentenza.

Ulteriori foto del festival sono disponibili a questo link.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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