Isola Rock 2015: Live Report del festival

Se un festival esiste e si ripete con successo da dieci anni, vuol dire che dietro c’è qualcosa di solido. L’organizzazione precisa, la tenacia e il grande spirito di collaborazione tra i membri dello staff e, perché no, il fatto che i proventi siano destinati ad iniziative di beneficenza per realtà locali, sono alcuni degli elementi che hanno fatto sì che Isola Rock potesse toccare questo ragguardevole traguardo nel 2015. Come di consueto, il festival si è svolto sul tappeto erboso di Villa Boschi, appena fuori Isola della Scala, e i concerti delle due giornate si sono alternati a showcase, presentazioni di libri a carattere musicale, esibizioni in acustico (fra cui citiamo quella della grande voce blues di Franco Serena), musica rock a cappella, esibizioni di danza e così via. Le condizioni climatiche eccellenti e la partecipazione di oltre tremila persone nei due giorni hanno decretato anche quest’anno la riuscita del festival.

Ci limiteremo comunque a raccontare che cosa è successo sul palco principale nell’arco dei due giorni. I concerti del primo giorno, venerdì 21, come sempre a base di band rigorosamente italiane con repertorio originale, iniziano con la M Rock Band, un quartetto veneziano con una buona attitudine sul palco, attenti a richiamare i primi convenuti in zona con brani che si richiamano alla classica triade sesso droga e rock and roll. La band ha ancora abbastanza strada da fare per quanto riguarda il songwriting, ma le premesse sembrano interessanti.

I piemontesi Lucky Bastardz sono invece uno di quei gruppi che ha macinato molti chilometri per esibirsi su palchi di tutti i tipi, e la loro rodata esperienza dal vivo li aiuta anche nel contesto di Isola Rock, dove il loro rock and roll che nel corso degli anni si è andato via via modernizzandosi riceve una buona accoglienza. Personalmente preferivamo i Lucky Bastardz dei primi album, quelli più in stile Motorhead, ma anche i pezzi dell’ultimo lavoro “Alwayz On The Run” dal vivo si ascoltano volentieri.

Un’altra caratteristica di Isola Rock è quello di presentare nella stessa sera band che propongono generi musicali molto diversi fra loro. Non ci si deve stupire quindi se dopo i Lucky Bastardz si esibiscono i milanesi Holy Shire, band con otto elementi fra cui due cantanti, una flautista e un drago ai piedi del palco, che propongono un genere da loro definito come “fantasy metal”. gli Holy Shire fondono elementi del folk con un heavy metal più aggressivo e moderno, hanno una buona tenuta di palco, anche se a volte la presenza di così tante persone con rischio di scontro tende a confondere, e il loro unico difetto forse sta nella complessità dei pezzi, non molto immediati per chi li ascolta la prima volta dal vivo.

Con i veronesi Mothercare si cambia nuovamente genere e si passa ad una band che ha fatto del metalcore il proprio cavallo di battaglia e ha reso questo gruppo uno dei più noti nel panorama nazionale. Gli apprezzamenti non sono esagerati, perché quella dei Mothercare, indipendentemente dal fatto che il genere piaccia o no, è una performance da cui non si possono staccare gli occhi, a base di un muro sonoro da terremoto e arricchita da una tenuta di palco da professionisti, su cui spicca la particolare presenza del folle percussionista Mauro Zavattieri.

La prima serata di Isola Rock 2015 si chiude con i bolognesi Crying Steel, che imperversano per un’ora di concerto senza abbassare mai la guardia, alternando brani dal repertorio degli anni 80 e dell’ultima uscita “Time Stands Steel”; la band propone anche una novità, il mid tempo “With The Eyes Of The Night” che dovrebbe essere un’anticipazione del prossimo studio album del quintetto.

Poche ore di riposo e parte la seconda giornata di festival, ancora più densa di eventi e concerti. Sono da poco passate le 18.00 quando il palco viene occupato dai veronesi Rider’s Bone. Il fatto di avere consolidato la propria formazione dopo un periodo di instabilità iniziale e di essersi dedicati da subito alla realizzazione di brani originali fa sì che anche i Rider’s Bone siano una realtà da tenere d’occhio in attesa che arrivi il traguardo del primo lavoro in studio.

Molto interessanti anche i Minerva, band trentina dedita ad un buon hard rock cantato in italiano. È vero che c’è un certo margine di miglioramento per quanto riguarda i testi, alcuni dei quali suonano decisamente ingenui, ma i Minerva compensano molto bene questo limite con le ottime capacità di tutti i musicisti e con un buon livello di autoironia.

Anche i Tragodia hanno una ricca esperienza per quanto riguarda l’attività live, un’esperienza che la band sfoggia con grande disinvoltura nel tempo a sua disposizione.

La storia dei toscani Tombstone risale agli anni ’80 , anche se la band per Isola Rock ha scelto di presentare quasi esclusivamente brani inediti e di ripescare solo un estratto dal vecchio repertorio. Questa scelta è sicuramente coraggiosa, anche perché non è semplicissimo inquadrare il genere eseguito dalla band, eterogenea dal look alle sonorità. Da riascoltare con più attenzione.

I Temperance stanno ricevendo ottimi riscontri per la propria attività, ma curiosamente quella a Isola Rock è la prima esibizione in terra  veneta. A parte questo, la loro esibizione si snoda senza nessun problema, caratterizzata dal grande dinamismo e dall’ottima interazione tra  la vocalist Chiara, i musicisti che sono tutto tranne che comprimari e il pubblico, che segue con attenzione e partecipazione.

Si chiude con i DGM, che non fanno altro che consolidare il loro ruolo, quello cioè di una delle più importanti band di prog metal italiano in attività, forti di una considerevole attività live e di una produzione discografica che non ha sostanzialmente conosciuto falle.

Archiviata la decima edizione, Isola Rock attende solo di sapere a quanto ammonteranno i proventi da destinare in beneficenza, con il solo augurio che il prossimo anno il numero dei partecipanti aumenti ancora. È il solo miglioramento che ci si aspetta da questo festival, uno dei migliori sulla piazza nel periodo estivo.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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