Iron Maiden: Live Report della data di Trieste

Con una scelta piuttosto insolita, gli Iron Maiden hanno deciso di tornare a Trieste due anni dopo il loro ultimo concerto in città: lo hanno fatto andando contro le regole non scritte del mercato, forse per la splendida cornice di Piazza dell’Unità d’Italia, forse per altri motivi. Certo è che i dubbi sul riscontro di pubblico si sciolgono nel colpo d’occhio regalato dai due maxischermi al lato del palco, che rivelano una folla che arriva quasi fino al mare.

Ma andiamo per ordine. L’evento è cominciato nel pomeriggio, con il valido warm up costituito dall’esibizione dei The Raven Age in cui militano, tra gli altri, un certo George Harris alla chitarra. Ma chi pensa che l’unico titolo di cui si possa fregiare la band è quella di avere tra le sue fila il figlio di Steve Harris viene smentito dall’ottimo impatto dal vivo, un impatto che trova riscontro anche nella buona reazione di un pubblico non ancora numerosissimo ma ben disposto a sfogarsi.

Arriva, dopo un soundcheck piuttosto laborioso, il turno dei Rhapsody Of Fire: dopo tanto tempo di esilio forzato (per quanto riguarda le performance dal vivo) dalla loro città natale, per Alex Staropoli e soci si tratta del quarto appuntamento nel giro di pochi anni a Trieste, il primo però su un palco così grande e prestigioso. La band concentra la propria forza d’urto in una manciata di pezzi, lo fa però con grande piglio e i fan rispondono a tono. Su tutte, la trascinante “Dawn Of Victory” è davvero capace di regalare grande intensità e trasuda epicità e senso di eroismo proprio come i Rhapsody al meglio hanno sempre saputo fare. Attorno, altri cavalli di battaglia e in chiusura di uno show durato forse troppo poco arriva pure l’immancabile “Emerald Sword”.

Seguono Mark Tremonti e la sua band. Che dire? Vuoi per un genere a mio avviso poco compatibile con i toni epici degli Iron Maiden ma pure di chi li ha preceduti, vuoi per una resa sonora non proprio ideale, sono protagonisti di un concerto decisamente non memorabile. L’approccio moderno mal si coniuga con quello fieramente tradizionalista apprezzato da larga parte della fanbase degli Iron Maiden e il sound impastato che fa sembrare ogni brano troppo simile a quello precedente risultano in uno show ripetitivo e poco apprezzato dal pubblico. La band è lontana parente di quella potente ed incisiva apprezzata negli album in studio. Peccato.

Non sono neanche le nove quando partono le note di “Doctor Doctor” e parte l’ovazione del pubblico. La scenografia sul palco viene squarciata dalle eliche di un bombardiere, dietro di lui spunta Bruce Dickinson che con un balzo si conquista subito la scena. E’ indiscutibilmente lui il protagonista di un vero e proprio spettacolo, imperniato sui classici della band – tra cui ben quattro pezzi da “Piece Of Mind”- e sulla riuscitissima riproposizione di “The Clansman” e “Sign Of The Cross”, dall’era Bayley. La scaletta parte con “Aces High” ed è una continua guerriglia sottolineate dal cambio dei fondali della scenografia e dai consueti duelli che Dickinson ingaggia sul palco. La band è in forma strepitosa e la resa sonora, a differenza del concerto del 2016, è perfetta. Il pubblico se ne accorge e risponde con altrettanta energia, ballando e cantando a squarciagola dall’inizio alla fine di uno show davvero fantastico, ancor di più se si pensa a quanti anni sono trascorsi dai loro esordi, a quanto la loro popolarità era scesa negli anni Novanta…Steve Harris, Janick Gers, Adrian Smith, Dave Murray, Nicko McBrain oltre a un Dickinson che non la smette un attimo di correre meritano tutti di essere nominati per la generosità che continuano a metterci. L’entusiasmo del pubblico raggiunge livelli stellari per “2 Minutes To Midnight” e per “The Number Of The Beast”, com’è naturale e giusto, e sono perfetti i tre pezzi con cui gli Iron Maiden salutano il pubblico accorso da tutta Italia e pure da Slovenia, Croazia, Austria: in mezzo alla splendida “The Evil That Men Do” e all’immancabile chiusura affidata a “Run To The Hills” è da pelle d’oca Dickinson per “Hallowed By The Name”, che nella sua interpretazione assume toni shakespeariani.

Come ha scritto qualcuno commentando il concerto, chi non ama gli Iron Maiden non ama il metal. Punto.

giovanni.barbo

view all posts

Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login