Into Darkness 2012: Live Report del festival

Dopo gli ottimi successi di festival come Heidenfest e Paganfest, questo freddo mese di Novembre si prospetta molto ghiotto ed è proprio in questa occasione che arriva in Italia un nuovo festival, l’Into Darkness, targato Rock The Nation. A distanza di qualche anno dalla prima edizione che ha preso parte solo in Germania e Austria, questo festival fa la sua prima apparizione in Italia, proponendo un bill piuttosto succulento: Scar Of The Sun, Lake Of Tears, Swallow The Sun, Moonspell e Pain, nomi da tempo conosciuti e amati nella scena doom e industrial.

Manca poco alle 18 quando davanti all’Estragon inizia a formarsi una scarsa fila di persone in attesa di acquistare il biglietto per l’evento imminente. Le ore passano faticosamente ma dopo un’interminabile attesa, durante la quale il gelo e il freddo la fanno da padrone, ecco che i cancelli dell’Estragon si aprono. All’entrata si nota come il palco sia già ben allestito. Dopo trenta minuti circa ecco che le luci si spengono e la prima band della serata si appresta a fare il suo ingresso. Purtroppo a causa dell’imminente intervista concessaci da Peter Tagtgren dei Pain, perdo la performance dei greci Scar Of The Sun, ma riesco ad assistere a quei pochi minuti rimasti prima di chiudere un set. La band capitanata dal singer Terry Nikas da subito si presenta molto entusiasta e piuttosto energica: il set proposto in questi 20 minuti scarsi offre brani estratti “A Series Of Unfortunate Concurrencies”, primo full length della band ellenica, uscito lo scorso anno per Scarlet Records, ed è basato su un sound di stampo gothic mescolato a quello che si potrebbe definire “modern atmospheric” metal. Nonostante un discreto risultato, la risposta del pubblico è piuttosto buona. Seppur non abbia soddisfatto i palati più ghiotti, il quintetto di Atene saluta il pubblico bolognese e cede il passo alla band successiva.

Subito dopo l’esibizione degli ellenici, arrivano i Lake Of Tears. Attivi musicalmente da oltre vent’anni, questi svedesi fanno il proprio ingresso sul palco dell’Estragon alle 19:50 circa ed iniziano il proprio show con “Taste Of Hell”. Il set proposto dalla band si svolge e vola come niente fosse… A loro va il grande merito di aver risollevato la serata dopo la discreta performance dei greci e la prestazione risulta a dir poco formidabile: infatti la band risulterà una tra le più acclamate (insieme ad Moonspell e Pain) della serata. Perfetta è stata la prova dietro al microfono del cantante Daniel Brennare, il quale è riuscito ad attirare la vera folla della serata. I Lake Of Tears, con la loro ondata di death/doom metal, donano ai presenti uno show impeccabile e piuttosto carismatico, facendo presa sui fan che rispondono positivamente ai 40 minuti di esibizione. Con il brano “Crazyman”, gli scandinavi si apprestano a salutare un pubblico che si sta riscaldando sempre più velocemente.

Tanta era la curiosità votata agli Swallow The Sun, realtà death doom finlandese nata nel lontano 2000 da Juha Raivio, chitarrista e fondatore della band. Reduci dal successo avuto con il loro nuovo album, “Emerald Forest And The Blackbird”, ampiamente apprezzato sia dai media, sia dai fan, la band propone un set ampiamente basato sull’ultima fatica discografica. Guidati dal carismatico vocalist Mikko Kotamäki e avvolti da mistero, nebbia e luci rosse,, i Finnici si apprestano a regalare al pubblico uno show di puro epic doom, distribuito in 50 minuti, presentando inoltre brani quali “Out Of This Gloomy Light”, “Hold This Woe”, estratti dall’album “The Morning Never Came” e “Descending Winters”. Teatrali e quasi magici, il sestetto di Jyväskylä riesce a colpire positivamente gli spettatori presenti in sala, dando l’impressone di essere una ottima band anche a livello concertistico e non solo in studio di registrazione. Notevole è anche la prestazione fornita dai sei musicisti, che hanno dato un’ottima prova.

Dopo la più che valida esibizione dei Finlandesi, il sipario cala ed ecco che la festa ha inizio sul palco dell’Estragon . Il momento per i Moonspell è arrivato! Una enorme scenografia raffigurante il booklet di “Alpha Noir – Omega White” è lo scenario che accompagnerà l’esibizione dei portoghesi. Sulle note di “Axis Mundi” ecco che lo show prende vita. Più carismatico e carico che mai, il frontman Fernando Ribeiro prende in mano le redini del gioco e, accompagnato da un microfono del tutto personalizzato, si appresta a regalare uno show con i fiocchi, coinvolgendo interamente un pubblico bello caldo e pronto a cantare a squarciagola con il singer portoghese. Nonostante la scaletta si presenti abbastanza variegata, non mancano durante la serata brani quali “Alma Mater”, “Vampiria”, “Wolfshade” e “Opium”, pietre “miliari” dell’intera discografia del quintetto di Lisbona. Ormai sulle scene musicali internazionali da oltre vent’anni, la band dimostra di saperci ancora fare e lo show prosegue senza ulteriori sbavature, dove vediamo ancora una volta come Fernando Ribeiro riesca a cambiare il proprio registro senza alcun problema, dando così un ulteriore spessore alle proprie canzoni. Anche in quest’occasione, il gruppo non delude le aspettative del proprio pubblico, non smentendosi mai e anzi regalano alla propria audience uno show perfetto e accompagnati dalla conclusiva “Full Moon Madness”, i Portoghesi così salutano il loro pubblico in fervore.

L’attesa ormai è finita. Spente le luci ecco che fa il proprio ingresso l’ultima band in lista. Reduci da una forte crescita internazionale, Peter Tägtgren e soci sono risultati i più acclamati della serata. In veste di headliner, i Pain si apprestano a regalare un’intensa ora di divertimento e coinvolgimento sul palcoscenico, promuovendo per la prima volta in sede live alcune canzoni estratte dal DVD in imminente uscita, “We Come In Peace”, scatenando anche poghi estremi. La forte presenza scenica di Tägtgren, voce e mastermind della band, offre ai presenti uno show mozzafiato. Il carismatico frontman ha interagito molto con il pubblico, senza risparmiarsi qualche frecciatina, come quella lanciata alle signore e signorine in sala, alle quali ha dedicato il brano “Dirty Woman“. Nonostante alcuni piccoli inconvenienti, come ad esempio il microfono staccato di Peter, lo show proposto si consuma in un’ora e mezza di pura follia. Non mancano in questo live pezzi storici quali “Shut Your Mouth”, “Same Old Song”, canzone scelta come overture, che ha aperto l’esibizione degli svedesi e “The Great Pretender”, sempre piacevoli da ascoltare e cantare a squarciagola. Uno show degno di concludere un ottimo festival e che ha soddisfatto gli estimatori più esigenti.

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