Impaled Nazarene: Live Report della data di Codevilla (PV)

Estremi nella potenza e nella creatività; così si riassumono le caratteristiche delle band che domenica 19 Ottobre hanno partecipato al mini-festival organizzato da Nihil e Rock Hard, a supporto della data italiana degli Impaled Nazarene. Teatro dell’orrore per questa convention dell’estremo il Thunderoad di Codevilla (PV), il quale ha visto un’ottima affluenza di pubblico, visti anche alcuni nomi di spicco della scena death/brutal/black. Aprono gli home boy Conviction, fautori di un grind/thrash-core molto tecnico e moderno….cioè, loro aprono, ma qualcuno si dimentica di aprire per tempo le porte del Thunderoad, così che il pubblico, che da circa un’ora (sottoscritto compreso) attende di entrare, riesce a perdersi quasi per intero la performance degli iriensi (se si esclude uno sparuto gruppo di fortunati che era riuscito ad entrare per primo). Quel poco che si è visto, però, ha confermato l’impressione avuta in altre occasioni del quartetto pavese: controllo, tecnica, ferocia ed un briciolo di follia al servizio di composizioni devastanti. Bravi, anche se è un giudizio dato solo in base a due o tre pezzi.

E’ il turno degli olandesi Inhume, sestetto dedito al brutal/death di scuola continentale che si rifà molto a quelle semi-divinità che in patria sono i Sinister. Brutali e velocissimi i 6 olandesi, cerco di stendere immediatamente il già numeroso pubblico del Thunderoad con brani brevi, ricchi di accelerazioni mutuate dal grind. ‘Decomposing From Inside’ e ‘In For The Kill’, i due titoli che compongono la loro breve discografia ufficiale, vengono saccheggiati per offrire ai presenti una notevole prova d’impatto sonoro, caratterizzata da un ottimo lavoro del batterista Roel, a supporto delle due chitarre, efficaci ma un po’ secche e dal suono ‘zanzaroso’ della convincente coppia Harold e Loek. Lascia un po’ perplessi, invece, l’apparato vocale costituito da due cantanti, Joost, presente fin dal primo disco ed un secondo singer del quale ignoriamo il nome (probabilmente una svolta nella line-up avvenuta di recente) il quale, sostanzialmente, è l’esatta fotocopia di Joost; growling basso e disumano in perfetto stile Cannibal Corpse/Sinister, a volte un po’ monocorde e ripetitivo, ma che si differenzia per la possibilità di sfruttare le sovrapposizioni vocali. Alla fine, però, l’energia di brani devastanti, anche se non certo originali, fa presa sul pubblico e convince sulla bontà live di una formazione che, almeno sotto questo aspetto, sa il fatto proprio.

Un software impazzito che s’impadronisce di un tank corazzato che si muove in una cristalleria: incubo o presa in giro? Forse la risposta migliore è talento e violenza! La prova degli americani Cephalic Carnage, salutati con entusiasmo da un vero e proprio seguito di culto, ci ha mostrato una delle realtà più interessanti del panorama del metal estremo. Partendo dal classico brutal death a stelle strisce e forti di una tradizione, in questo campo, che pochi altri paesi possono vantare, il five-piece di Denver ha costruito un suono imprevedibile e dilaniante, una vera e propria trottola armata al tritolo. Jazz, grind, death metal e qualche sentore del nu-metal più evoluto e meno stereotipato; questo si è potuto apprezzare durante la performance dei Cephalic Carnage, sempre pronti a spezzare i serratissimi ritmi brutal/death con stacchi in contro-tempo degni di un gruppo prog, sperimentazioni sonore dal sapore jazzistico, rallentamenti e fulminee accelerazioni. Quest’attacco su più fronti dalla natura eterogenea è portato avanti da un senso dell’equilibrio compositivo assolutamente unico, che si basa sulle chitarre ‘nevrotiche’ di Zack e Steve, abilissime nel tessere trame complicate quanto essenziali pezzi quasi grind, e sull’operato di una sezione ritmica talentuosa, con il bassista Doug ed il drummer John a dimostrarci come si può mettere in musica l’attività dinamica di un flipper. Si unisce a questo comparto strumentale, che ha goduto di ottimi suoni (i migliori, assieme a quelli degli Impaled Nazarene), la voce lacerante di Leonard, distruttiva quanto quella di Thomas Lindberg (At The Gates), quanto varia e duttile, capace di passare di growling agli screaming, dalle raw vocal panteriane ai puliti che ricordano certe band crossover; una specie di Patton dell’estremo. La destabilizzazione musicale ed il massacro psichico si fondono alla perfezione, anche grazie ad una presenza scenica energica e coinvolgente, dove pezzi come ‘In You’ e ‘Airplane Crash’ lasciano in segno, nella carne e nello spirito. Un concerto d’altissimo livello e un’esperienza che bisogna provare almeno una volta nella vita.

Cambio di band ma non di nazione, poiché rimangono gli States a presidiare il palco del Thunderoad, con la presenza degli Exhumed. Il quartetto statunitense, che fa del death metal più violento unito alla dinamica del thrash, la sua caratteristica peculiare, non perde tempo in convenevoli ed usa brani tratti dai loro tre lavori ‘Gore Metal’, ‘Slaughtercult’ e ‘Anatomy Is Destiny’ per mettere k.o. i presenti, i quali non sembrano affatto sazi di pogo e brutalità in musica. Slayer, Destruction e Dark Angel degli albori sono la ricetta per pezzi come ‘Necromaniac’, dove un drumming velocissimo ma abbastanza lineare (appiattito da un suono qualitativamente inferiore a quello dei Cephalic Carnage) e chitarre dai riff stoppati e compressi sono la spina dorsale di un sound sicuramente non innovativo, ma che gode d’alcuni elementi personalizzanti apprezzabili. Primo fra tutti, l’uso di assoli molto melodici, a differenza di quello caotico e minimale degli Inhume e dal tecnicismo volutamente cacofonico dei C.C.. Inoltre l’uso di tre voci, che si alternano usando, principalmente, uno screaming blacky, alternato all’uso di growling gutturali, dai varietà ad un songwriting forte nelle parti più dinamiche e thrash, ma che diventa stucchevole ed un po’ noioso sui blast-beat di matrice brutal/grind. Fortunatamente, la band innesta un certo flavour black in alcune di queste parti forzate, tanto da non influire troppo negativamente sulla qualità dei pezzi, tanto che il pubblico si lancia in slam dancing e stage-diving sfrenato, per dimostrare l’apprezzamento verso gli Exhumed (con conseguente ‘colpo di testa’ alla pavimentazione da parte di un coraggioso kamikaze del pubblico! Nulla di serio per fortuna!). Chiudono la prova più che discreta di questa band, ‘A Song For The Dead’ e lo storico pezzo dei Carcass di ‘Exhumed To Consume’, che riscuote l’entusiasmo dei kid presenti.

Dopo tanta violenza death/brutal, l’unico combo dedito a sonorità black sinfonico/sperimentali, i polacchi Strommoussheld. Nome difficile da pronunciare quanto la loro musica da assimilare, il four-piece polacco soffre, oltre ad una staticità sul palco ed un distacco nei confronti del pubblico quasi irritante, dei peggiori suoni della serata, risultato di una lunghissima e tormentata sessione di sound-check che porta loro via ben 30 minuti. Esibizione ridotta ma, da quanto si è sentito, forse è stato meglio così. La ricerca dell’atmosfera mediante un cantato monocorde e ligio alla tradizione black più estrema, unito ad un riffing minimale (tutto ad opera di Maels) ed all’uso di campionamenti ed effetti elettronici che, per opera di Nox, possono far correre la mente ad un incrocio tra primi Dimmu Borgir, Limbonic Art, Evol ed i Nostrani Abhorym, si scontra con l’incapacità, da parte della band polacca, di dare un reale filo conduttore ai propri brani, che risultano sterili e privi di mordente, causa anche una batteria molto carente sotto i profili della tecnica e della fantasia. Accenni di sperimentalismo ambient-dance, qualche riff vagamente riconducibile ai Marylin Manson, non migliorano certo una situazione di generale disinteresse da parte del pubblico nei confronti di brani come ‘Dissection’, il tutto peggiorato dalla freddezza ed immobilità dei membri della band sul palco. Finisce tutto presto, senza lasciare il segno, se non l’idea che gli Strommoussheld siano l’ennesimo gruppo clone, parto di un trend musicale che, negli aspetti meno ‘ispirati’, comincia a mostrare la corda.

Fate un cumulo di tutti i vostri incubi, aggiungete l’irriverenza che potrebbero avere i Monthy Python, il senso del tatto di un commando di vietkong e l’impatto visionario e destabilizzante di uno dei primi film di Abatantuono ed otterrete quel fenomeno irripetibile che porta il nome di Impaled Nazarene. Capitanati dal loro singer Mikka Luttinen, i cinque finnici salgono sul palco del Thunderoad con un preciso intento: radere al suolo, dilaniare e distruggere.. il tutto con un sorriso sulle labbra e d una bottiglia di Jack Daniels in mano! I suoni sono perfetti, potenti, abrasivi e con quel tocco di marcio di matrice punk che contraddistingue le composizioni del five-piece finlandese. Le chitarre di quei due simpatici seviziatori di salme di Jarno Anttila e Tuomo Louhio producono riff dalla ferocia primordiale per brani come ‘Sado-Satana’ e ‘1999: Karmakkeddon Warriors’, che scatenano la furia autolesionista di un pubblico incontenibile, che più che un mosh titanico, genera una rappresentazione esaustiva del Big Bang. I tempi di questo cataclisma sonoro sono dettati dall’inarrestabile doppia cassa di Reima Kellokoski, velocissimo ed essenziale come l’operato del basso distorto di Mikael Arnkil. Su tutta la folla, infine, dominano le urla strazianti e cariche di perversa autorità di Mikka, uno screamer che ha dalla sua il carisma del frontman di razza, il quale, anche con pochi e semplici gesti e parole misurate (nella quantità) scatena tutta l’energia che si può spremere dai kid presenti. Non c’è molto spazio, comunque, per discorsi o happening: gli Impaled Nazarene vogliono divertirsi a non fare prigionieri e d ecco che arrivano altri brani tratti dalla loro nutrita discografia, quali ‘Satan Generation’, ‘Armaggeddon Next One’ ed il personale tributo ai Mothorhead: ‘Motör-Penis’! Oltre all’energia incalcolabile profusa dal quintetto scandinavo, va sottolineata una pulizia e precisione esecutiva di alto livello, che aumenta la forza d’urto delle track sganciate sul pubblico di Codevilla. Si arriva alla fine di circa 1 ora e venti di pura Apocalisse in musica con il gran finale di pezzi unici, nella forma e nel titolo (dei veri maestri del politically uncorrect) come ‘Total War, Winter War’, ‘Suomi Finland Perkelle’ e la chicca di ‘Ghetto Blaster’. Chi vi scrive non è mai stato un fan degli Impaled Nazarene, ma l’eseibizione di questa sera non può certo lasciare indifferenti di fronte a delle vere macchine da guerra come i cinque finlandesi, feroci come i peggiori blackster e sarcastici e sporchi come pochi veri gruppi punk hanno saputo essere. Una prestazione che lascia il segno.

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