Heavy Metal Night VI: live report del festival

Vai una volta alla Heavy  Metal Night, te ne innamori e non vedi l’ora che arrivi la prossima edizione. Prima di tutto per il contesto, un campeggio in riva al mare (c’è solo da attraversare la strada e sei in spiaggia) dove alloggiano tutti, band ospiti e fan, e dove questi ultimi hanno modo di incontrare da vicino i loro beniamini in un clima di grande accoglienza. Poi per l’organizzazione, un ingranaggio ormai rodato, che anche senza i numeri enormi di Wacken, campeggio metallaro per eccellenza, o del Metal Camp, ha ormai da tempo uno zoccolo duro di affezionati che considerano questo festival come uno degli eventi imprescindibili dell’estate. Il campeggio è uguale per tutti, quindi non stupitevi se vi capita di prendere una birra di fianco al chitarrista dei Battleaxe o se il cantante dei Cloven Hoof vi passa davanti a torso nudo per un tuffo in mare.

Il bill della sesta edizione propone otto band, cinque italiane, due britanniche e una americana. Da metà pomeriggio fino al calare della sera si parla quindi italiano e si comincia con i milanesi Ruler, impeccabili nel loro look da heavy metal europeo dei primi anni ’80 e aiutati, nella loro ma incisiva esibizione, da un ottimo lavoro svolto dalla chitarra solista. In attesa della loro seconda uscita discografica, prevista per la metà di ottobre tramite My Graveyard Production, possiamo comunque esprimere un giudizio positivo, per quanto riguarda le capacità di composizione ed esecuzione, sulla band. Si prosegue con i marchigiani Battle Ram, che giocano quasi in casa e sembrano godere di un dignitoso zoccolo duro di fan. Peccato solo che la band, anch’essa uscita con My Graveyard Production con un lavoro che sta ricevendo un’accoglienza quasi trionfale, abbia impiegato un bel po’ di anni per riuscire a realizzare il primo full length. Ad ogni modo, i loro brani complessi, basati su un epic metal vecchio stile e su un timbro di voce particolare ma efficace, sembrano suscitare una reazione più che positiva sul pubblico, mentre sul palco i Battle Ram mostrano una grande coesione. Con i romani Doomraiser, ospiti quasi fissi della Heavy Metal Night, si cambia radicalmente atmosfera. Sensazioni rarefatte, clima appesantito, un mini moog che si aggiunge alle chitarre e ritmi lenti, cupi e opprimenti. Far suonare gruppi di questo tipo quando il sole è ancora alto, in un certo senso, rischia di sminuire le potenzialità del loro sound. Ad ogni modo, gli appassionati di doom, delle sonorità dilatate, di brani lunghi e corposi, trovano di che deliziarsi. La scelta dei Doomraiser è comunque più che comprensibile e giustificata se si considera la Heavy Metal Night come un festival incentrato a tutto tondo sui generi classici, e quindi anche su quelli più “estremi”.

Il carosello delle band italiane termina con due gruppi bolognesi. I Crying Steel stanno percorrendo una nuova strada con l’introduzione di Ramon Sonato alla voce, e la prima cosa che si osserva è che, a distanza di tre mesi dall’ultimo live, il senso di unità e di amalgama fra i componenti storici della band e il nuovo innesto è decisamente aumentato. Per il resto, lo show dei Crying Steel è una certezza consolidata che si articola con giusto equilibrio fra brani nuovi come “Defender” e “Shut Down” e vecchi cavalli di battaglia come “Thundergods” e “Runnin’ Like A Wolf”. Trascinante, come al solito, la presenza scenica. Discorso molto simile per i Danger Zone, con la sola differenza che l’altra formazione felsinea non ha subito recenti scossoni nella line up. Con una performance incentrata soprattutto sui brani dell’ultima uscita discografica, “Undying”, per finire con la cover di “Children Of The Revolution”, che viene dedicata esplicitamente a tute le band straniere presenti al festival, anche in questo caso i cinque musicisti si confermano come più pacati sul palco ma altrettanto comunicativi ed estremamente precisi.

È ormai arrivata sera; il pubblico, fedelissimo, presente sotto il palco fin da subito, estremamente attivo e partecipativo, non sembra dimostrare nessun cedimento ed assiste all’inizio delle esibizioni delle band straniere. Gli americani Attacker nacquero nel 1983, si sciolsero dopo due album, quando ormai l’epopea del classic metal era ampiamente giunta al termine, per poi riformarsi nel 2004 e realizzare altre due uscite discografiche. Il muro sonoro cresce considerevolmente e si mantiene tale fino alle fine del festival. Per quanto riguarda i musicisti del New Jersey, è da sottolineare la loro capacità di unire una buona abilità tecnica, soprattutto da parte delle due chitarre, con una altrettanto grande quantità di melodie semplici, forse, solo, un po’ troppo uguali fra loro. In questo caso sono due i membri rimasti dalla prima formazione, ma non si notano particolari differenze fra vecchi e nuovi (anche perché l’età media sembra sostanzialmente la stessa). Gli americani  corrono a tutta velocità senza nessun calo di tensione, innalzando di molto il livello, già ottimo, dei gruppi del festival.

I Cloven Hoof tornano in Italia dopo essersi esibiti in altre occasioni, in particolare all’edizione 2008 dello sfortunato Play It Loud. Il nuovo cantante, Joe Whelan, spicca non tanto  per la sua bravura dietro il microfono o alla chitarra quanto per il fisico da fotomodello (del quale, peraltro, sembra essere pienamente consapevole). Peccato che la voce tenda a tratti a scomparire dietro al muro sonoro degli strumenti. Per quanto riguarda la formazione, è rimasto solo un membro fondatore, il bassista Lee Payne, ultracinquantenne con un’esplosione di grinta ad ogni nota e una tenuta di palco in vecchio stile che lascia il segno. Fra tutti i brani eseguiti, è forse “Reach For The Sky”, tratto dall’album “Dominator” del 1988, a ricevere l’accoglienza migliore.

I Battleaxe sono sbucati fuori dalla loro Newcastle quando ormai la NWOBHM esalava l’ultimo respiro. Ciononostante sono riusciti a portare a segno un paio di colpi, e il ruolo di headliner alla Heavy Metal Night è più che meritato. Lo si capisce già dalla mattina di sabato, quando il bungalow dove la band ha la sua sede diventa uno stand casalingo per il merchandise, e ha la conferma definitiva non appena i quattro musicisti salgono sul palco, per una performance lunga e corposa, accolta con un unanime consenso dal  pubblico (compresi tentativi di crowd surfing e un paio di asce finte che vengono sventolate ripetutamente sotto gli occhi del gruppo). Con una formazione originale per tre quarti, capeggiata da Dave Smith alla voce, i Battleaxe sbattono a muso duro un heavy metal semplice, più rozzo e ignorante rispetto a quello dei Cloven Hoof, ma forse per questo molto più convincente. La loro esibizione precede, a quanto pare, l’uscita di un nuovo album nel febbraio 2014 e si spalma con perizia su tutte e tre le uscite discografiche fino ad ora apparse: dalle vecchie tracce di “Burn This Town”, da cui vengono estratte “Running Out Of Time” e la title track, che chiude in bellezza il festival, all’EP uscito nel 2005 e intitolato “Nightmare Zone”, da cui viene estratto “Killer Woman”, passando attraverso “Power From The Universe”, datato 1984, da cui emerge, prepotente e spaventosamente ignorante, la cattiva e velocissima “Chopper Attack”. Anche se il loro è un nome minore, storicamente parlando, assistiamo con piacere a un’esibizione di tutto rispetto. Situazioni come queste sono piccole ma importanti boccate d’aria per l’heavy metal italiano e diventano una ricarica di energia per aiutare i singoli partecipanti ad affrontare il triste ritorno alla quotidianità.

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  1. rossella

    IO C’ERO!!!! e’ STATA LA MIA PRIMA VOLTA, la prima di una lunghissima serie spero!!!!

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