Hatebreed – Napalm Death: Live report della data di Roma

Mancavano da dieci anni in Italia e dal palco dell’Orion di Ciampino è arrivata una promessa solenne: “Gli Hatebreed non vi faranno più aspettare così tanto tempo!“.
E vorrei ben vedere, considerato che l’accoglienza che il pubblico dell’Orion ha riservato a Jamey Jasta e soci rimarrà ben impressa nei loro ricordi.

I primi a salire on stage sono i Buffalo Grillz. Il palco sembra essere troppo piccolo per il napoletano Big Giannone, vista la sua incontenibile verve. Una macchina da guerra: i BG scaldano i metalheads presenti, inaugurano il primo pogo e ti fanno apprezzare l’unicità del momento: l’ironic-grind, condito da velature death. Vogliamo parlare de “La Canzone del Sale” (ovvero quando Enrico Giannone parte con il ritornello nasale di battistiana memoria) o di “Linkin Pork“?
Ma il momento topico è stato quando è stato detto alla band che avrebbero avuto altri minuti a disposizione ed il cantante se n’è uscito con un “Ok, un’altra canzone e poi basta perchè meggie scassat o c**z“! Standing ovation!

Arriva il turno dei Napalm Death ed è quello il momento in cui capisci che il ticket N.D. ed Hatebreed ha funzionato. La setlist della band inglese sembra essere infinita e l’interazione con il pubblico è tale da indurre a pensare che più che gruppo spalla (vista anche la storia che hanno scritto Mark Greenway e soci) i Napalm Death avrebbero potuto tranquillamente agire da headliner. 21, in tutto, le canzoni suonate dalla band; il circle pit prende forma ogni due.
Mark Greenway, veterano dei palchi, si fa bastare quel poco spazio a disposizione. Chiede, cerca ed ottiene la collaborazione del chitarrista Mitch Harris, ma soprattutto non si risparmia quando c’è da dare una spiegazione a ciò che si appresta a cantare. E’ il caso di “Taste The Poison” e “Necessary Evil“, entrambe dall’album “Enemy Of The Music Business” (2000), suonate in sequenza ed anticipate dal Mark-pensiero sulla convinzione di liberare la musica da ogni costrizione che abbia a che fare con le logiche del mercato.
Everyday Pox” ed in particolare “Suffer The Children” servono per lanciare il personale messaggio della band al Vaticano, già che sono a Roma.
Immancabili poi le esecuzioni di “Scum“, “You Suffer” e “Nazi Punks“, anticipata da Mark Greenway dalla frase, in rigoroso italiano, “Contro il fascismo“.
Chiude “Siege Of Power” e la band lascia il palco agli Hatebreed.

Non c’è scaletta qui. Prima del concerto, Frank Novinec ha confidato ai microfoni di Metallus.it che la setlist cambia di show in show e viene decisa poco prima di entrare in scena. Questo particolare dimostra il grande feeling che c’è tra i membri della band che agiscono praticamente “a braccio”, senza un copione scritto: basta un’occhiata, una parola, un gesto e gli Hatebreed scatenano l’inferno.
Apre le danze “Defeatist“, dall’album “Supremacy” (la recensione). Iniziano a volare le prime persone trascinate dal pogo. La security ha il suo bel da fare, anche a causa di una scazzottata tra i fans in pieno concerto.
Jamey Jasta non fa una piega e rincara la dose chiedendo di accompagnarlo nell’urlo a squarciagola di “In Ashes They Shall Reap“, dall’album “Hatebreed” (la recensione), affidando alla platea al lato sinistro del palco il coro “Born to bleed fighting to succeed” e a quella alla destra la continuazione “Built to endure what this world throws at me“.
Non ci sono pause, ma tra una canzone ed un’altra Jamey chiede un applauso per ogni membro della band. Impossibile non notare il particolare feeling che c’è tra il cantante ed il bassista Chris Beattie, tra l’altro recuperato a tempo di record in seguito ad un incidente per il quale è stato anche sottoposto ad un intervento chirurgico.
Si susseguono “This Is Now” e “To The Treshold“. Nel pieno dell’esecuzione di “Straight To Your Face” (una delle più amate dalla platea) è proprio il bassista a prendere dal pubblico la telecamera go-pro da un fan, regalando al fortunato ragazzo una visione esclusiva di ciò che accade sul palco dal punto di vista Hatebreed.
Prima di chiudere c’è ancora spazio per alcuni punti fermi della discografia degli americani, come ad esempio “Perseverance” e soprattutto “I Will Be Heard“, prima della quale il cantante pretende che la si canti con tutta la voce che si ha in corpo, perché, parole sue, “Domani dovete svegliarvi esattamente come mi sveglio io“.
La setlist sarà pure stilata al momento, ma ci sono canzoni che non possono mancare. E’ il caso di “Destroy Everything“, come se servisse un ulteriore invito a capovolgere l’Orion. La voce di Jamey quasi non si sente: è cantata all’unisono con il pubblico. Un colpo al cuore che fa prendere un impegno solenne alla band: “Non aspetteremo altri dieci anni per tornare in Italia. Già l’anno prossimo, in occasione del 20esimo anniversario della band, saremo sicuramente di nuovo qui“. Parola di Jamey Jasta.

 

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  1. bussa.g

    Gli Hatebreed suonarono a Thiesi nel 2011, altro che 10 anni di attesa.

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