Gov’T Mule: Live Report della data di Milano

Non è passata inosservata l’unica tappa del tour europeo 2009 dei Gov’t Mule, una serata difficile da dimenticare per i presenti per via della sua grande carica emotiva. Lo spazio posto di fronte al palco piccolo dell’Alcatraz è considerevolmente pieno di persone, molte delle quali sembrano uscite dritte dritte da un catalogo di vendita di vestiti per redneck, a testimonianza di come il gruppo di Warren Haynes raccolga molti consensi anche dalle nostre parti. E i Gov’t Mule non si risparmiano di certo, realizzando un concerto che va ben oltre i limiti di tempo che di solito riguardano Milano, e che alla fine sfiorerà le tre ore di durata. La serata si divide in due parti, intervallate da circa mezz’ora di intervallo, per cui è ampiamente passata la mezzanotte quando, infine, le luci si riaccendono, ma si può dire con assoluta certezza che ne sia valsa la pena. Il southern rock dei Gov’t Mule, infatti, è talmente coinvolgente che è quasi impossibile distrarsi; la cosa più particolare, indimenticabile, che ha contraddistinto la serata in molti momenti, è il silenzio quasi surreale che si è sprigionato dal pubblico durante alcune jam strumentali particolarmente riuscite. Anzi, ed è incredibile che avvenga ad un concerto rock, alcune persone del pubblico richiedevano addirittura il silenzio quando esplodevano cori troppo entusiastici, che potevano disturbare l’atmosfera paradisiaca.

A metà fra l’allucinazione e il trasporto mentale, sia che si tratti di cover che di brani propri, i Gov’t Mule non si risparmiano, riducendo al minimo le mosse, le inutili parole e la presenza scenica, ma compensando questa mancanza e questa apparente freddezza con una spettacolarità che deriva esclusivamente dalla bravura dei singoli musicisti, elemento per il quale non è poi necessario avere chissà quali fronzoli o effetti speciali. È questo il ricordo portante che uno spettatore può portarsi a casa, al di là, ripetiamo, del numero esorbitante di assoli, improvvisazioni e brani, eseguiti da un Warren Haynes in perfetta forma vocale, uno di quegli artisti a cui non servono grosse presentazioni o parole complimentose nei confronti del pubblico, la cui musica parla al posto delle parole, e lo fa in modo irreprensibile. Piccola curiosità: l’unico roadie presente sul palco, una sorta di fratello gemello di Warren Haynes incaricato soltanto di controllare e fornirgli le chitarre al momento giusto, sembra essere rimasto positivamente impressionato dal pubblico italiano (nonché dalla sua birra), al punto da corteggiare spregiudicatamente una ragazza delle prime file, concludendo con un epocale “Come to Tennessee”, che ha riscosso le simpatie di tutti i presenti.

Setlist della serata:

Set 1

Brighter Days

Like Flies

Game Face

Birth Of The Mule

I Think You Know What I Mean

When The Levee Breaks

I Think You Know What I Mean Reprise

Blind Man In The Dark

Mother Earth

Steppin’ Lightly

Brokedown On The Brazos

Set 2

Railroad Boy

Monday Mourning Meltdown

Have Mercy On The Criminal

Wandering Child

Drum Solo

Fallen Down Other One Jam

Fallen Down Reprise

Painted Silver Light

Soulshine

Encore

Out Of The Rain

I Can’t Hold Out

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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