Gotthard + Pretty Maids: Live Report e foto della data di Milano

E’ difficile, in questa occasione, parlare di una data dove ci sono headliner e comprimari. Infatti, se i Gotthard sono il nome più in alto in cartellone, forti dei festeggiamenti per i loro 25 anni di carriera e di un nuovo album da portare alla ribalta, i Pretty Maids sono comunque un pezzo importante nella storia recente dell’hard rock melodico e hanno una nutrita schiera di fan pronti a sgolarsi al ritmo dei loro brani. Entrambe le band tengono fede alla loro fama e portano avanti due show impeccabili, senza problemi tecnici o disarmonie tra i singoli, per una serata che inizia presto e testimonia l’ottima forma di entrambe le band. Iniziano quindi i Pretty Maids, che in circa un’ora di concerto intrattengono piacevolmente tutti i presenti, grazie a brani che hanno sempre saputo mantenersi efficaci, dagli albori con la celebre “Future World“, che anche a distanza di trent’anni dalla sua uscita mantiene il proprio fascino, fino agli estratti più recenti come “Kingmaker“. Ronnie Atkins si mantiene un frontman di alto livello, che non si risparmia in nessun momento del live, trova un momento per ricordare l’ultimo passaggio in Italia dei Pretty Maids (in occasione di un Frontiers Rock Festival) e sa scaldare l’ambiente, consapevole di non essere affatto un gregario o un comprimario, e con lui il resto della band. Promossi su tutta la linea.

La scenografia è composta dalla parola “Silver” e da finte gocce di liquido argentato che sembra colare dagli amplificatori. I Gotthard non hanno bisogno di troppi ammenicoli per riscaldare ulteriormente la platea. Lo show è incentrato sì sui brani più incisivi dell’ultimo uscito “Silver“, ma come al solito è un concentrato di alcuni estratti dalla carriera della band, per cui dopo l’accoppiata vincente composta da “Silver River” ed “Electrified“, che fanno parte dell’ultimo album e che sono una attaccata all’altra, torna in scena la cover di “Hush” che ormai è da tempo un punto fermo nelle loro esibizioni dal vivo. Un altro punto importante nella storia dei Gotthard è la forza delle loro ballad, e anche in questo caso c’è spazio per un medley austico a metà concerto, dove oltre alle solite “One Life One Soul“, “Heaven” ed “Angel“, viene ripescata anche “Let It Be“. I Gotthard non sono una di quelle band che “perde tempo” (si fa per dire) in assoli spropositati, ma questa volta viene lasciato spazio un po’ a tutti i musicisti, anche se mai in modo esagerato ed esasperante; il motivo potrebbe essere l’assenza del batterista titolare Hena Habegger, che sebbene sostituito ottimamente da Dani Löble degli Helloween, ha richiesto qualche piccolo aggiustamento alla setlist. Non mancano comunque pezzi che ormai hanno un posto fisso nelle esibizioni della band elvetica, come “Lift U Up“, “Mountain Mama“, “Sister Moon” e “Anytime Anywhere” in conclusione. Nei bis c’è posto per un altro medely dopo quello acustico, che ripesca l’ottima “All We Are” e l’associa alla cover di “Come Together” e “Standing In The Light“, ripresa dal debut album del 1992. Anche se continueranno ad esserci coloro che “Eh, ma io li preferivo con Steve Lee”, i Gotthard di oggi hanno molte ottime frecce al proprio arco, hanno trovato in Nic Maeder un artista completo, la cui personalità va emergendo di anno in anno e le cui capacità migliorano e stupiscono ad ogni occasione. L’impressione è quella di una formazione unita e compatta, che sa affrontare con serenità imprevisti di ogni sorta e che non vede l’ora di convidivere con qunte più persone possibili il proprio entusiasmo.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Legion

    Io adoro i pretty maids, ma come si fa a scrivere ch si mantiene un frontman di alto livello? La sua prestazione è stata pessima,come al frontiers ha dimostrato di non avere più di voce,ripeto,i pretty sono uno dei miei gruppi preferiti ma bosogna dire le cose come stanno.

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  2. Gianclaudio

    in effetti Ronnie Atkins si teneva a volte la gola per farsi uscire la voce… 34 anni di carriera non passano impunemente, però definire pessima la sua prestazione mi sembra un poquito ingeneroso… piuttosto, ma quanto è ingrassato Ken Hammer? Si è gonfiato con l’elio? Mammamia… Rimane il rimpianto di non averli potuti vedere nel 1998 (o era il ’99?) al Babylonia di Biella per influenza del cantante… 🙁

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