Gods Of Metal 2007: Live Report – Day 2

Ozzy Osbourne è un’icona, è qualcuno a cui non puoi non volere bene, anche se non ha più voce, anche se si cimenta in improbabili reality, anche se ogni anno dice di volersi ritirare e poi non lo fa. Perché Ozzy Osbourne è il rock’n’roll e trovarlo headliner nella seconda parte del Gods Of Metal è stata un’esperienza, un poter dire “io c’ero”. Il concerto di oggi ci portati fuori dal tempo, quando le manifestazioni musicali erano davvero una festa, un momento per stare tutti insieme. E quel diavolaccio di sessant’anni ha messo d’accordo tutti, dalle dark ladies scalpitanti per Pete Steele e i suoi Type O Negative ai thrashers giunti per adorare Dave Mustaine e i Megadeth, dai nu-metallari in overdose da Korn ai gruppetti di attempati rockers qui all’Idroscalo solo per lui. Ma andiamo per ordine, perché la terza giornata della kermesse metallica, di emozioni ne ha regalate tante.

Ligi al dovere, arriviamo all’Idroscalo di buona mattina e troviamo già una lunga fila di headbangers in attesa di entrare. Il resto è storia: apertura ritardata di almeno un’ora, concerti che iniziano quando il pubblico è ancora fuori dalla struttura, eccetera, eccetera. Incipit ovvio, ma chissà cosa avranno pensato i thrashers veneti Outsider (opening-act aggiunto a sorpresa) trovandosi a suonare di fronte alla security e agli standisti?

Ma bando agli inconvenienti…Quando guadagniamo l’ingresso, gli Slowmotion Apocalypse sono già sul palco, ma fortunatamente abbiamo il tempo di ascoltare un paio di pezzi e fare qualche scatto. L’act di Pordenone svolge il suo compito con ottimo mestiere, sfruttando al meglio la mezz’ora a disposizione e dando lustro a un thrash/death di derivazione nordeuropea con alcuni innesti moderni, compatto e graffiante. I recenti autori di ‘Obsidian’ salutano l’audience con una rivisitazione di ‘Be Quick Or Be Dead’ degli Iron Maiden, che vede la partecipazione di Gian Luca Perotti degli Extrema.

Ben poco coinvolgente è invece la performance dei Deathstars, che oggi suonano proprio senza convinzione. Sei pezzi in trenta minuti sono certamente pochi e la band si sarà anche sentita sacrificata, ma l’atteggiamento da rock-star del singer Whiplasher, ben più occupato a sculettare e a mettere in mostra l’addominale scolpito che ad azzeccare una nota, ci lascia perplessi. I brani sembrano scorrere in modalità random senza che gli svedesi ci mettano impegno; si chiude con la pur apprezzabile ‘Cyanide’ ma è davvero troppo poco.

Consumato l’antipasto tocca ai resuscitati (col botto!) Sadist, vecchia gloria nazionale figlia dell’epoca migliore del death, aprire la serie dei piatti forti. E’da qualche anno che ai fan del metallo pesante tocca sciropparsi reunion una più mesta dell’altra, ci avviciniamo quindi al palco con la speranza di non dover subire l’ennesima delusione. E con estrema soddisfazione, ci accorgiamo dal primo pezzo che questa volta la fregatura non c’è: il gruppo è in forma smagliante, i ragazzi sul palco dimostrano grinta e convinzione, decisi a recuperare il tempo perduto e, il grande interesse mostrato dal pubblico presente, decisamente numeroso nonostante l’ora presta, è segno che il nome Sadist ha ancora un fortissimo richiamo. I pezzi dell’ultimo, ottimo disco rendono benissimo dal vivo, l’esecuzione è potente e precisa e Trevor si dimostra ottimo frontman. Il set è, purtroppo, piuttosto breve, sicuramente a molti dei presenti avrebbe fatto piacere qualcosa in più da ‘Above The Light’ oltre alla stupenda ‘Sometimes They Come Back’. Peccato, sarà per la prossima volta. Per adesso pollice decisamente su: finalmente dal passato torna una band che ha veramente qualcosa da dire.

Attesi da gran parte del pubblico, i Type O Negative finiscono per essere una delle band più discusse della giornata. Il sole a picco delle due e mezza di certo non facilita il compito del gruppo, come nemmeno sembra farlo la precaria condizione fisica di Pete Steele, ma di certo non si possono usare aggettivi entusiastici per l’esibizione della band di Brooklyn, il cui ultimo album è invece una delle migliori uscite dell’anno. Solo cinque pezzi, di cui un paio di brani lunghissimi proprio dall’ultimo ‘Dead Again’, più i classici ‘Christian Woman’ e ‘Black No.1’, su cui si esibisce ai cori anche Andrea Ferro dei Lacuna Coil. Ne mancano molti, però, di classici, per il malcontento di alcuni fan. Peccato, perché le aspettative erano decisamente elevate.

Doppio sforzo in giornata per il biondo guitar hero Zakk Wylde, che dopo questa esibizione con la sua Black Label Society si presenterà sul palco anche con il vecchio Ozzy. Accompagnati da una fama di santi bevitori, vere icone del rock tamarro made in U.S.A., questi musicisti non potevano certo deludere le attese. Ed infatti l’ingresso è di quelli super pomposi con tanto di presentazione urlata a squarciagola ed intro con sirena da veri Steel Cowboys. Tutto di grande effetto, ma purtroppo non sufficiente a sopperire alla scarsa nitidezza dei suoni che fino ad un certo limite potrebbe anche donare consistenza alla sporcizia del gruppo, ma quando impasta troppo toglie impatto ad un sound che su questo costruisce la propria forza. Il non molto tempo a disposizione costringe probabilmente la band ad eseguire più brani recenti (‘Suicide Messiah’, ‘New Religion’, ‘Fire It Up’, ‘Concrete Jungle’) che vecchi cavalli di battaglia e il risultato è quello di lasciare un po’ di amaro in bocca a chi apprezza soprattutto le prime uscite del gruppo. Non sarebbe corretto parlare di concerto mediocre, perché la band ci ha messo tutto il possibile ed è riuscita comunque a trascinare il pubblico dalla sua parte, ma qualche brivido in più ce lo saremmo aspettati.

La band di Mustaine sta vivendo una nuova giovinezza. I Megadeth sono forti degli innesti in formazione dei fratelli Drover e di una certezza come Lomenzo, ma soprattutto rinvigoriti dalla voglia del suo leader di tornare su territori classici, senza dubbio a loro più congeniali. L’esibizione di oggi è solo l’ennesima conferma di questa sensazione. Quello che arriva sul palco senza un fiato attaccando il riff di ‘Sleep Walker’ è un gruppo che non si perde in fronzoli e preferisce far parlare la propria musica. E che musica! La scaletta è di quelle da far commuovere, con addirittura una sorprendete ‘Take No Prisoners’, ma soprattutto infarcita dei classici del periodo ‘Rust In Peace’, ‘Hangar 18’, ‘Tornado Of Souls’, ma anche ‘Holy Wars’, messa in chiusura ed intervallata con una versione al fulmicotone di ‘Mechanix’. Certo, rispetto alla formazione del periodo, oggi i Megadeth sono ancora più incentrati sulla figura di Mustaine che, anche per la sua ovvia fama, sovrasta nella presenza scenica gli altri elementi (non molto serve a Lomenzo sbattersi come un tarantolato, la gente ha gli occhi fissi su Dave). Dal punto di vista dell’esecuzione però non c’è una sola sbavatura ed anzi, l’intensità che abbiamo sentito in questa esibizione mancava da tempo nella band che aveva inciso dischi come ‘Crypting Writings’ e ‘Risk’. E se brani nuovi come ‘Washington Is Next’ e ‘Gears Of War’ non riescono a rivaleggiare con ‘Peace Sells’ e ‘Wake Up Dead’ è solo perché questi ultimi sono troppo in alto per chiunque (o perché hanno dalla loro vent’anni di storia). Applausi a scena aperta.

I Korn sono morti, evviva i Korn. Ridotti in tre dall’abbandono di Head e Silveira, gli “orfani” Davis, Munky e Fieldy provano a sopperire con la quantità alla carenza di qualità. Ecco allora una pletora di musicisti, accantonati rigorosamente dietro alle tre prime linee, su un palco superiore, che cercano di dare il loro contributo alla causa, pur non facendone parte. Ospite d’eccezione Joey Jordison, basso come sempre ma senza maschera, che aggiunge una cassa alla batteria d’ordinanza e una serie di filler di doppia cassa appena possibile. I Korn, pur ridotti di numero, sono sempre i Korn. Davis è nato per stare sul palco e lo dimostra ancora una volta di più, sbattendosi come un ossesso e confermando tutte le sue qualità canore e teatrali. Il resto lo fanno la schiera di onesti mestieranti (in totale saranno otto, uno in meno di quegli Slipknot da cui hanno preso in prestito il batterista) ed una scaletta che pesca i brani migliori da praticamente ogni disco del gruppo. Si va dalla classica opener ‘Here To Stay’ all’altrettanto classica conclusiva ‘Blind’, passando per ‘Twist’, ‘Falling Away From Me’, ‘Shoots And Ladders’, ‘Got The Life’, ‘Y’all Want Is A Single’ fino a ‘Twisted Transistor’ dall’ultimo, controverso ‘See You On The Other Side’. Viene presentata anche ‘Evolution’, prossimo singolo del disco di imminente uscita. A dire il vero niente di eccezionale, ulteriore dimostrazione del momento di stanca che sta vivendo la band. Ma se si esclude questo piccolo passo falso, tutti quelli che erano venuti “anche” per i Korn, di certo non se non sono andati insoddisfatti.

Sono quasi le 21.30 quando dal palco si alzano le luci e una vocina inconfondibile saluta il pubblico, subito seguita da un boato entusiasta. E’ lui, è Ozzy Osbourne! Per molte nuove leve questa è un’occasione unica per vedere all’opera il Madman, il Mangiatore di Pipistrelli, il “vero” cantante dei Black Sabbath. Chiamatelo come volete, ma quel manichino con l’aria da pazzo e l’andatura incerta è un idolo per tutti noi. E in fondo non ci importa che questa sera stoni e pure molto, perché siamo tutti qui con lo sguardo fisso per goderci lo spettacolo. E almeno quello, il buon Ozzy non lo farà mancare, con i suoi scherzi e le sue battute, a tratti tanto fuori luogo da farci sorridere e intenerire. Accanto a lui un super-gruppo di artisti a partire da Zakk Wylde, che dopo aver fatto tuoni e fulmini con la Black Label Society si metterà in luce come la figura più carismatica della band, forte di un supporto davvero caloroso da parte dell’audience. Al basso abbiamo l’ex Rob Zombie Blasko (che Ozzy prende in giro per il nome!), alla tastiera Adam Wakeman (figlio d’arte di Rick Wakeman degli Yes) e alla batteria l’ex Faith No More Mike Bordin, che lo stesso Mr. Osbourne presenta con un profondo inchino. Si comincia con due brani inaspettati, due successi che forse avrebbero meritato un posto d’onore nella scaletta. Parliamo di ‘Bark At The Moon’ e ‘Mr. Crowley’, durante le quali Ozzy appare subito in evidente difficoltà. Ma il vocalist sembra infischiarsene, il suo atteggiamento è quello del “hey, siamo qui per divertirci!” e via, a tirare secchiate d’acqua e a mostrare il culo agli astanti. Spazio poi alla nuova song ‘Not Going Away’, accettata con entusiasmo ma di sicuro con minor calore rispetto alla successiva ‘War Pigs’, cavallo di battaglia dei Black Sabbath che tutto l’Idroscalo canta a squarciagola. Tra gli alti e bassi del Madman, coadiuvato da una band comunque in formissima, vengono poi eseguite tra le altre ‘Road To Nowhere’ e ‘Suicide Solution’. E’ poi il turno di un interminabile assolo di Zakk Wylde, forse pianificato perché Ozzy si prendesse una boccata di ossigeno, ma alla lunga noioso, vuoi per la presenza di qualche passaggio improvvisato che sa proprio di riempitivo. Ma l’uomo con gli occhialini neri ritorna e si continua. Una dopo l’altra vengono snocciolate la ballad ‘Here For You’,. ‘No More Tears’ (qui Ozzy si metterà a ridere per le sue stesse stonature, per la serie un po’ ci è ma un po’ – tanto – ci fa…) ‘I Don’t Want To Change The World’ e ‘Mama I’m Coming Home’. E’ il momento della finta uscita, seguita da un coro da stadio che riporta Ozzy e i suoi prodi sul palco dell’Idroscalo. Si chiude con la prevedibile ma apprezzatissima accoppiata ‘Crazy Train’ / ‘Paranoid’, tutti sono felici e si stringono attorno a quel satanasso, perché in fondo si sono divertiti davvero. Un abbraccio, nostro caro, vecchio Ozzy e grazie di esistere!

Grazie alla collaborazione con OuTune abbiamo la possibilità di mostrarvi tutte le foto che abbiamo scattato al Gods of Metal Part II. Eccole!

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