Gods Of Metal 2011: Live Report

Le premesse lasciavano pensare che potesse trattarsi di un evento un po’ in sordina: la posizione a metà settimana, a soli tre giorni da un a lungo preannunciato Sonisphere, in un periodo che definire traboccante di concerti sarebbe riduttivo. Eppure, anche l’edizione 2011 del Gods Of Metal ha confermato come siano in molti ad essere affezionati a questo nome, sfidando una giornata calda e un ancora più caldo parcheggio quasi privo di spazi d’ombra pur di prendervi parte.

Con estrema puntualità, sono da poco scoccate le 11 quando ha inizio l’esibizione dei Baptized In Blood che, con il loro thrash metal graffiante, pettinano a dovere gli ancora non moltissimi fan. In un Gods Of Metal all’insegna più che altro delle sonorità classiche, la loro presenza potrebbe sembrare stridere un po’, ma i quattro inglesi sembrano non  preoccuparsene minimamente. I Baptized In Blood sono, anche al di fuori del Gods Of Metal, il gruppo di apertura per i Cavalera Conspiracy, che portano un’ulteriore ventata di forza alla mattinata. I completi militari di Max Cavalera e la sua insana abitudine di innaffiare il pubblico con tutte le bottiglie d’acqua a disposizione sono piccoli tratti che ci hanno ormai da tempo reso familiare questo artista, al quale viene tributata una buona accoglienza. Certo, la reunion con il fratello Igor e la pubblicazione di un nuovo album sono fonti di curiosità sufficiente, nonché il pretesto per un po’ di sano pogo prima di pranzo: in fondo le energie ci sono ancora per tutti. E’ anche evidente come i momenti più seguiti siano stati quelli in cui i due Cavalera hanno attinto dal repertorio Sepultura, con una classica “Refuse / Resist” e una massacrante “Roots Bloody Roots” a scandire il finale.

Cosa ci fa ancora in giro Duff McKagan? I suoi due ultimi lavori, a nome Loaded, hanno dimostrato una volta per tutte come la sua capacità compositiva sia ridotta ai minimi termini, le sue prestazioni dietro il microfono sono sempre state imbarazzanti e la sua tenuta di palco è più o meno quella di un bradipo. Nonostante questo, l’ex Guns and Roses viene portato in giro per i palchi, ponendolo tra l’altro in posizioni più elevate rispetto ad altri artisti più meritevoli per esperienza e talento (gli stessi Cavalera Conspiracy in occasione del Gods, o i Quireboys al Rock Of Ages tre anni orsono). Per fortuna il tempo a sua disposizione è veramente poco, il che risparmia ulteriori scempi su brani del vecchio repertorio del biondo Duff; “So Fine” diventa una cantilena strascicata, soltanto la cover di “Attitude” dei Misfits riesce a dare un po’ di calore a un’esibizione grigio scuro.

Il cielo inizia ad oscurarsi, alleviando un po’ la calura di inizio estate e regalando qualche goccia di pioggia, che comunque non disturba minimamente l’esibizione degli Epica. La grazia di Simone Simmons e la sua voce fatata, sia che rimanga immobile concentrata nel canto, sia che scuota la chioma in un forsennato headbanging, piacciono sicuramente a molti metallari presenti, e indipendentemente dal fatto che il genere proposto piaccia o no, non si sbaglia nel dire che gli Epica sono padroni del campo e sanno bene come destreggiarsi nel campo del metal sinfonico. È forse l’alternanza fra voce con impostazione lirica e growl a lasciare perplessi, ma il contrasto che si crea ha una sua ragione di esistere e riesce a piacere.

Coloro i quali hanno passato la notte precedente all’hotel situato in zona fiera potrebbero avere visto aggirarsi, verso le nove di mattina, nella zona dove servono la colazione, un gruppetto di inglesi mezzi sconvolti, capitanati da un nanetto dai capelli rossi con indosso una maglietta degli Iron Maiden. Quando i Cradle Of Filth, subito dopo gli Epica, impongono la loro crepuscolare presenza sul palco, qualcuno si sarà sicuramente chiesto: “Ma dove li ho già visti quelli lì?”.  Ecco, la curiosità principale dell’esibizione più estrema dell’edizione 2011 del Gods f Metall è questa. Per il resto, purtroppo, dobbiamo essere testimoni di una performance che tenta di essere spettacolare e finisce per lasciare indifferenti. Dani Filth e i suoi compagni sono sicuramente inquietanti nelle loro divise di ordinanza, e il tentativo di fare più di quanto sia umanamente possibile è ben chiaro. Purtroppo, da diverso tempo i Cradle Of Filth sembrano avere ben poco da raccontare, cercando di compensare con un atteggiamento un po’ troppo spavaldo, come se tutto fosse dato per scontato. Le urla rauche di Dani Filth e i suoi canini appuntiti mandano un pallido riflesso di quello che il gruppo è stato, e anche se fra i presenti c’è chi manifesta entusiasmo e li accoglie con piacere, l’impressione non è delle migliori.

La pioggia cerca di cadere un po’ più sostenuta quando sul palco salgono i Mr. Big. Dopo l’accoglienza trionfale del primo tour post reunion, che riuscì a rendere sold out l’Alcatraz di Milano, i quattro virtuosi tornano in pista, lasciando, come è logico che sia, spazio al nuovo arrivato “What If”, ma concedendosi ampie retrospettive verso i pezzi più celebri del passato. L’assenza di “To Be With ou” non viene minimamente avvertita; del resto, come potrebbe essere altrimenti dopo il passaggio fra  una allegra “Green – Tinted Sixties Mind” e una scatenata “Colorado Bulldog”, forse uno dei momenti in assoluto migliori della giornata? Inoltre, è da notare che i quattro Mr.Big sul palco davano l’idea di divertirsi un mondo,  quasi più del pubblico festante, non solo per il famoso numero del trapano di Paul Gilbert, o per le fantasie ricamate sul basso di Billy Sheehan, ma in generale per l’atmosfera rilassata della situazione. Questi campioni di tecnica, tuttavia, hanno suonato spremendo se stessi e senza nascondersi dietro a campionature o suoni registrati, senza mai cambiare il proprio strumento e mantenendo un profilo basso ed essenziale anche per quello che riguarda l’amplificazione. Forse è anche da questo che si vede chi è veramente capace di fare del rock and roll.

Passate le nubi, il sole ha tempo di abbattersi sul pubblico, ma non è ancora il momento della stanchezza. Accolti da un entusiasmo palpabile (le prime file ospitano anche alcuni striscioni dedicati a loro), fanno il loro ingresso in campo gli Europe. La sola annotazione che gli si può fare è quella di avere optato per una setlist che ha privilegiato decisamente troppo i brani recenti, quelli di “Last Look At Eden” soprattutto, ma senza trascurare “Start From The Dark”, lasciando fuori scena, purtroppo, alcuni cavalli di battaglia meritevoli di attenzione, come “Cherokee” e “Seven Doors Hotel”. Per fortuna la band si è mostrata in buona forma, ed è piaciuto riascoltare “Carrie” non più in una triste versione acustica (come si era sentito negli ultimi anni), ma come era stata incisa su disco. È evidente quindi che Joey Tempest stia facendo di tutto per tornare agli antichi fasti; è altrettanto evidente però che non ci riuscirebbe senza l’aiuto  di musicisti rodati ed affermati come i suoi compagni, primo fra tutti un concentratissimo John Norum, sempre perfetto e preciso.

Setlist Europe:

Last Look At Eden
The Beast
Superstitious
Scream of Anger
No Stone Unturned
Love is Not The Enemy
Guitar Solo
Seventh Sign
Carrie
The Getaway Plan
More Than Meets The Eye
Start From The Dark
Rock The Night
Encore:
The Final Countdown

(il report di Whitesnake e Judas Priest è a cura di Tommaso Dainese)

Dopo gli svedesi Europe è il turno dei loro fidati compagni di viaggio Whitesnake, forti del recente “Forevermore”, disco che ha messo d’accordo gran parte dei fans della band. Inaspettatamente apre il set “Best Years” tratta dal penultimo “Good to Be Bad”. Segue un bel trittico di classiconi (Give Me All Your Love, Love Ain’t No Stranger, Is This Love), ma l’entusiasmo inizia a scemare man mano che le canzoni si susseguono. Saranno stati anche i suoni non proprio splendidi, ma Coverdale, a dispetto della forma fisica e della presenza scenica, è totalmente a corto di voce. Il pubblico se ne accorge e reagisce di conseguenza, con un riscontro meno caloroso del previsto. Il buon Dave si sforza più che può, ma dalle casse del Gods of Metal escono delle urla sguaiate che poco hanno a che fare col Coverdale anche di qualche anno fa. A rendere ancora meno entusiasmante è la scaletta della band: coraggiosa e apprezzabile la scelta di inserire quattro brani del nuovo album (con una Forevermore molto intensa), ma infelice la scelta di lasciare più di 20 minuti di tempo su un’ora abbondante di concerto, per gli assolo di batteria e il guitar duel, discreto il secondo, evitabilissimo il primo, con il batterista Brian Tichy che tenta di fare il fenomeno senza averne le capacità. “Fool for Your Lovin” e “Still of the Night” risollevano un po’ l’attenzione nel finale, ma la sensazione è di una band non proprio in forma: da augurarsi che per Coverdale fosse solo una giornata No.

Setlist Whitesnake:

Best Years
Give Me All Your Love
Love Ain’t No Stranger
Is This Love
Steal Your Heart Away
Forevermore
Love Will Set You Free
Guitar Duel
My Evil Ways
Drum Solo
My Evil Ways (reprise)
Slide It In
Fool For Your Lovin’
Here I Go Again
Still Of The Night

Ci si mangia un panino per scacciare l’amarezza post Whitesnake e siamo pronti per il ritorno dei chiacchieratissimi Judas Priest. Attesa ai massimi livelli per la performance del nuovo Richie Faulkner. Lo stendardo con l’ormai nota scritta “Epitaph” copre il palco, svelato al pubblico appena le note di “Rapid Fire” inondano l’arena. La scenografia è ricca, con due grandi calderoni fumanti e un maxi schermo sullo sfondo. Snocciolarvi la scaletta sarebbe una perdita di tempo, sappiate solo che è stata qualcosa di indimenticabile. Ogni album è stato omaggiato con l’esecuzione di almeno un brano, compresi i bistrattati “Turbo Lover” e “Ram It Down” con “Blood Red Skies”, forse l’unico punto di stanca del concerto, la titletrack sarebbe stata forse più efficace. Halford è sempre più teatrale, sia a livello vocale sia per quanto riguarda la presenza scenica, ma sorprende per la straordinaria performance vocale, se rapportata all’esibizione incerta del Priest Feast del 2009: anche Painkiller suonata prima degli encore viene eseguita dal singer senza troppe difficoltà. E Faulkner? Ancora una volta i Judas Priest mettono a tacere i detrattori e i soliti maligni; la prestazione del biondo chitarrista è sublime, non fa rimpiangere KK e raccoglie dal pubblico applausi e acclamazioni.

I brani storici della band vengono eseguiti praticamente tutti, con ben 4 Encore in chiusura e l’entrata di Halford in sella alla classica Harley. Tra fumo, fuochi, laser anche il concerto dei Priest volge in chiusura dopo più di due ore di grandioso metallo colante. Tra applausi e urla entusiaste Tipton e soci si concedano e il pubblico può uscire dall’arena sperando che il Prete di Giuda ci ripensi e torni ancora a calcare i palchi europei e italiani…Halford non ha chiuso con il classico “The Priest Will Be Back”, ma le ultime affermazioni ci fanno ben sperare sul futuro dei Priest.

Setlist Judas Priest:

Rapid Fire
Metal Gods
Heading Out to the Highway
Judas Rising
Starbreaker
Victim of Changes
Never Satisfied
Diamonds & Rust
(Joan Baez Cover)
Dawn of Creation
Prophecy
Night Crawler
Turbo Lover
Beyond the Realms of Death
The Sentinel
Blood Red Skies
The Green Manalishi (With the Two-Pronged Crown)
(Fleetwood Mac Cover)
Breaking the Law
Painkiller
Encore:
The Hellion
Electric Eye
Encore 2:
Hell Bent for Leather
Encore 3:
You’ve Got Another Thing Comin’
Encore 4:
Living After Midnight

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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