Gods Of Metal 2008: Live Report – Day 3

Se venerdì è stato il giorno delle famiglie e sabato il giorno dei metallari estremi, questa domenica è una giornata strana, che mescola sonorità estreme di gruppi come Obituary e Morbid Angel a quelle di gruppi storici come Iced Earth e soprattutto Judas Priest. Si mescolano sonorità e si mescolano facce, si inizia a notare nettamente la stanchezza (unita al colore più o meno ustionato) di chi è qui dall’inizio del festival, ma l’entusiasmo non è calato per niente, e anche l’affluenza di pubblico è decisamente buona.

Una modifica nell’ordine di esibizione fa sì che verso mezzogiorno salgano sul palco i francesi Nightmare, quintetto poco noto al grande pubblico, in particolare perché la sua attività ha subito una lunga interruzione, anche se cronologicamente il gruppo si è formato quasi trent’anni fa. Nonostante una buona accoglienza da parte del fedele pubblico presente e una buona performance soprattutto a livello strumentale (bellissime, anche a livello scenografico, le due chitarre), l’esibizione non convince del tutto e alla lunga annoia un po’. Joe Amore purtroppo sembra iniziare a risentire dell’età, per cui a metà concerto sembra trovarsi in difficoltà e sbaglia nettamente alcuni acuti. A parte questo, i Nightmare sono comunque di discreto interesse.

Gli Infernal Poetry sarebbero stati bene anche nella giornata di sabato per il loro trascinante coinvolgimento e per il genere rabbioso con cui deliziano il pubblico. Il loro “schizo death metal”, come è da sempre definito, fa da contraltare a una tenuta di palco decisamente più alla mano, con il frontman Paolo Ojetti che si fa lanciare una bottiglia di quello che sembra essere vino rosso (promettendo di restituirlo…), parla volentieri con il pubblico descrivendo rapidamente i progetti futuri e terminando con la presenza illustre di Trevor dei Sadist, che partecipa interpretando un brano insieme al resto della band, in previsione di una collaborazione più continuativa che sarà presente nel prossimo disco. Visti gli anni di storia che gli Infernal Poetry hanno alle spalle, si sarebbe potuta auspicare una posizione più elevata in scaletta, ma la band sembra non porsi tanti problemi.

Dura lo spazio di tre brani, eppure è stata l’esibizione più controversa di tutto il Gods Of Metal, non è stata accolta dai famosi lanci di bottiglie di cui furono vittima i Methods Of Mayhem, e questa è stata una fortuna, perché la salita sul palco di Fratello Metallo ha suscitato una tale attenzione da parte dei media che, se fosse successo qualcosa di spiacevole, è probabile che l’immagine che la gente comune ha dei metallari sarebbe stata ulteriormente compromessa. Alcuni hanno affermato che l’esibizione di questo frate (che, ricordiamo, è stato presente praticamente in tutti gli anni del Gods) sarebbe in realtà una manovra della Chiesa per fare propaganda anche ai concerti; altri, nel momento in cui frate Cesare predicava la bellezza del sesso ma al contempo l’importanza di farlo con una certa coscienza, non esitavano a scandire lo slogan “santo subito”; anche nel resto del pomeriggio sono stati in molti ad accogliere con entusiasmo ed applausi il frate metallaro e a farsi fotografare insieme a lui, mentre altri l’hanno osteggiato apertamente e hanno anche cercato di provocarlo direttamente. In realtà il giudizio migliore si può trovare nel mezzo; è indiscutibile, le canzoni di Fratello Metallo erano veramente bruttine, un insieme di frasi in cui si mescolano sacro e profano, italiano e latino, che non sono certo una riproposizione di “Symbolum 77”, ma neanche uno di quei testi che ti si stampano dentro per la profondità del loro significato (chi ha detto “Hallowed Be Thy Name?). Nonostante questo, frate Cesare è da ammirare perchè, almeno fino a quest’anno, è sempre sembrato una persona autentica, veramente amante del metal e poco incline agli slogan, che nelle scorse edizioni del Gods si aggirava tranquillo in mezzo al pubblico, il massimo che diceva era “viva metal”, e riusciva comunque a suscitare entusiasmo. Forse il 2008 ha segnato una svolta in questo senso, si è fatta molta pubblicità all’evento, e se da una parte questo è stato un vantaggio perché i media si sono resi conto dell’esistenza del Gods of Metal, dall’altra bisogna fare sempre molta attenzione perché le parole di frate Cesare e soprattutto quelle degli altri partecipanti al festival rischiano sempre di essere interpretate in modo sbagliato.

La parentesi sacra si chiude con l’arrivo degli Enslaved, e si torna all’estremo, anche se l’orario non è propriamente incoraggiante. Nonostante il caldo e un pubblico in parte distratto, gli Enslaved non si perdono d’animo e regalano un’esibizione in cui sembrano mettere tutto il meglio di loro stessi, apparentemente distaccati da quello che succede attorno a loro, indifferenti al fatto che ci sia o meno risposta, loro suonano e stravolgono con il loro viking metal terribilmente nordico. Sembra quasi che un po’ di freddo della Norvegia si sia trasferito qui con loro, al suono delle loro chitarre e con il growl del cupo Grutle Kjellson. Magari è solo un’impressione, chissà…

Che gli Obituary siano una sicurezza è indiscutibile, lo dimostrano anche oggi sul palco del Gods Of Metal. John Tardy non sta fermo un attimo e i riff scarnificanti di Trevor Peres e Ralf Santolla esprimono al meglio la natura di una band che all’assalto sonoro contrappone una tecnica di alto livello. Vent’anni di storia non sono pochi e gli Obituary contano su di un’esperienza in sede live che riesce a rendere avvincente uno degli spettacoli purtroppo più tormentati dai problemi ai suoni, che ci sembrano fin troppo grezzi per un ensemble che non ha comunque bisogno di perfezionismo tecnologico. Massicci, poche chiacchiere e molto sudore per i floridiani che intrattengono gli headbangers più sfrenati e refrattari al caldo infernale che nel frattempo colpisce l’Arena per quarantacinque minuti di pura violenza. Rimane solo un’ombra, ossia una scaletta basata quasi esclusivamente sugli ultimi due album (“Frozen In Time” e “Xecutioner’s Return”) i cui episodi monolitici alla lunga tendono ad assomigliarsi e a stancare un po’ una platea che forse avrebbe gradito più varietà. Non a caso, quando i nostri salutano l’audience emiliana con “Slowly We Rot”, si scatena il tripudio e l’inevitabile pogo. Comunque ineccepibili.

E rimaniamo in Florida con i Morbid Angel. Un’altra band storica che ha saputo esprimere per prima il lato più oscuro esperimentale del death metal. Insieme ai mai domi “giovinastri” accalcati e incuranti della pelle che brucia sotto al sole, anche noi che di anni ne abbiamo trenta e “qualcosina”, ci spostiamo nei pressi delle prime file per ammirare una delle performance migliori della giornata. L’insieme dei Morbid Angel è straordinariamente compatto, con un Trey Azagthoth in forma smagliante che non smette un attimo di saltare da un lato all’altro del palco, sfoderando una prova pressoché perfetta. I suoi riff volenti ma ragionati tessono le fila di questo grande show, mentre Dave Vincent è una solida presenza al centro del palco. Il suo vocione cavernoso è oggi ancora più gutturale che in passato, pare di sentire lamenti che arrivano dalle viscere dell’Inferno. Non si muove, parla poco, ma comunica un carisma non indifferente e riceve volentieri le ovazioni degli astanti. La set-list guarda maggiormente ai brani più incandescenti del passato, quelli perfetti per la resa in sede live, con “Maze Of Torment”, “Immortal Rites” e “Fall From Grace” su tutti. La decisione di concentrare la scaletta sui classici piace molto al pubblico bolognese che risponde con sincero entusiasmo. E in tutto questo c’è anche tempo per un brano inedito, “Nevermore”, che figurerà sulla prossima fatica della band. 10 e lode.

A conferma dell’estrema varietà dei gruppi presenti nella giornata attuale, ecco tornare sul palco bolognese il chitarrista Yngwie Malmsteen, che già partecipò al Gods Of Metal 2005 con un’esibizione sostanzialmente simile a quella di quest’anno. È cambiato il cantante, come da consuetudine, e questa volta è Ripper Owens a ricoprire il difficile ruolo, ma per fortuna il suo stile sembra essere abbastanza efficace per fare la felicità dell’eccentrico chitarrista svedese. L’ora di concerto è incentrata quasi esclusivamente su brani storici, iniziando con la classica “Rising Force” e proseguendo con un pezzo sempre valido come “Never Die”; nessuna anticipazione viene fatta, come di consueto, sull’album che il chitarrista starebbe per pubblicare. In sintesi, i brani cantati risultano essere abbastanza fedeli a quello che i fan conoscono, e se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulle capacità canore di Owens, questo live smentisce ogni perplessità. Il momento centrale dell’esibizione, cioè quello destinato alla parte strumentale, riscuote molto meno successo, in particolare perché Malmsteen si lascia andare eccessivamente a quelle che sono le caratteristiche del suo sound, a troppe scale e troppi virtuosismi, che finiscono per snaturare quelli che sono altri suoi capolavori. Questo si nota in particolare per “Far Beyond The Sun”, che inizia incastrandosi ad una serie di improvvisazioni e di cui si perde il filo in più di una situazione. Oltre a pensare che sarebbe anche ora di smettere di suonare “I Am A Viking”, c’è da aggiungere che il repertorio di Malmsteen non perde comunque di smalto, e che l’esecuzione di altri pezzi storici come “You Don’t Remember, I’ll Never Forget” e della conclusiva “I’ll See The Light Tinight” risultano sempre un bel momento. Da dimenticare invece la consueta distruzione della chitarra, davvero inutile, ridicola e fastidiosa. Anche se Yngwie ha tanti soldi da buttare via, e lo sappiamo tutti, potrebbe anche evitare spettacoli di questo genere.

Grande curiosità ruotava anche attorno agli Iced Earth. Il buon Matt Barlow, tornato con i suoi compagni d’avventura dopo la breve parentesi di Tim Owens (che ironia della sorte, oggi si è trovato a suonare prima delle sue due ex-band!) sfoggia un taglio a spazzola, ma se i capelli non ci sono più, la voce è quella di un tempo e il carisma pure. Un po’ più statico e inciccito è invece Jon Schaffer, che tuttavia non manca di guidare con la sua aria da biker bonario, il lavoro delle asce insieme all’ottimo Troy Steele. Completa la line-up la tellurica sezione ritmica composta dal nuovo acquisto Freddie Vidales (basso) e Brent Smedley alla batteria. La scaletta è di quelle di lusso, una sorta di viaggio tra alcuni dei brani più avvincenti della band che pesca dal passato e dal presente. Spazio dunque all’ultimo singolo “Ten Thousand Strong”, alle magnifiche “Dark Saga”, “Burning Times” e “Declaration Day”. Matt annuncia poi una storia d’amore alla maniera degli Iced Earth in occasione di “Dracula”, tratta dal forse sottovalutato “Horror Show”, e ancora “Travel In Stygian”, “The Coming Curse”, la splendida “Melancholy (Holy Martyr)”, “My Own Saviour” e per finire, la devastante “Iced Earth”, che non sente affatto i suoi quasi vent’anni d’età. Peccato non aver potuto ascoltare nulla tratto dall’imminente “The Crucible Of Man”, ne riparleremo dopo le vacanze sperando che l’album distrugga il suo pallido predecessore. Una band che pare aver ritrovato affiatamento e armonia al proprio interno, autrice di un performance davvero ottima.

L’ultima fatica per il pubblico, sempre che di fatica si possa parlare, prevede l’esibizione di un altro pezzo di storia dell’heavy metal europeo, che questa volta prende nome e forma di Judas Priest. Il gruppo si aggiudica sicuramente il premio per le luci più belle di tutto il festival, che passano dal blu al rosso, dall’arancio al verde e al viola con una destrezza e un gusto incredibili, perfettamente intonate alle atmosfere proposte volta per volta, e si rimane a bocca aperta in ogni momento. Rob Halford sale per ultimo, come di consueto, avvolto in una palandrana luccicante con cappuccio che dovrebbe probabilmente ricordare quella di un ipotetico Nostradamus, ma che lo fa sembrare più che altro un fantasma di mezza tacca. Per fortuna la palandrana ha vita breve, e lascia spazio a un completo nero più inerente allo stile dei Judas Priest. Luci a parte, lo show è un altro di quelli che si ricordano negli anni, incentrato su brani noti e meno noti, risalenti anche a trent’anni fa, cosa che naturalmente obbliga a fare delle scelte e a rinunciare ad alcuni brani storici e ultra conosciuti come “Living After Midnight”; nonostante questo, tutti i brani vengono accolti con considerevole entusiasmo da parte di tutti i presenti. Come è ovvio, non ci si può dimenticare di “Nostradamus”, il nuovo album di recentissima pubblicazione, e forse uno dei motivi per cui i pezzi del nuovo album proposti vengono accolti con maggiore silenzio è proprio il fatto che i fan non possono avere ancora avuto il tempo di assimilare bene l’album, che per la sua lunghezza e la sua complessità non può accontentarsi di un paio di ascolti. Comunque, “Dawn Of Creation” e “Prophecy”, che aprono la serata, sono accolte con un buon interesse, anche se naturalmente il piatto della bilancia pende dalla parte di pezzi storici come “Metal Gods”, “Breaking The Law”, “Devil’s Child” e “Hell Patrol”, per non parlare del medley di “The Hellion” ed “Electric Eye”. È meglio invece sorvolare sulla descrizione di “Painkiller”, che per quanto rimanga sempre uno dei classici più entusiasmanti, questa volta risente pesantemente di un Halford la cui voce ha perso una buona dose di smalto, per cui in diverse occasioni il brano viene modificato nelle sue straconosciute linee vocali per consentirgli di giungere alla fine senza strozzarsi. Questo però è un piccolo appunto in un’esibizione che per il resto risulta praticamente impeccabile. Nel finale, è da ricordare come Halford si diverta a fare lezione di canto al pubblico, istruendolo a dovere in una serie di cori prima di lanciarsi nel finale consueto di “You’ve Got Another Thing Coming”. Ancora una volta i Judas Priest hanno dato prova della loro grandiosa presenza, al di là di qualsiasi polemica che possa insorgere dalle nuove scelte discografiche della band. Ci vediamo il prossimo anno!

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