Gods Of Metal 2008: Live Report – Day 1

Il Gods of Metal continua ad essere itinerante, e torna in terra felsinea dopo i due anni all’Idroscalo. Gli organizzatori hanno sicuramente apportato una serie di migliorie che hanno contribuito a sopportare le tre giornate di caldo feroce che hanno attanagliato Bologna e le migliaia di persone convenute a questa edizione del festival. Prima di tutto è stata ampliata la zona utilizzabile, che coincide in gran parte con quella che ospita tutti gli anni la Festa dell’Unità, con un grande tendone coperto che forniva a getto continuo cibo, bevande e dolci e consentiva un po’ di ombra in ogni momento della giornata. I servizi igienici sono aumentati, anche se risulta leggermente discutibile la scelta di pulirne i pavimenti alle 14.00 del pomeriggio di domenica, i prezzi all’interno dell’arena si sono rivelati leggermente alti per quanto riguardava generi indispensabili come l’acqua, ma comunque non così impossibili, e un punto notevolmente a favore ha riguardato la presenza di un mercatino che si aggiunge ai tradizionali stand di riviste e webzine del settore, dove alcune etichette discografiche e negozi hanno potuto presentare il proprio materiale per tutta la durata del festival.

La giornata di apertura è segnata, oltre che dal sole cocente, da un inatteso ritardo nell’orario di apertura delle porte, causato a quanto sembra da un improvviso ripensamento della Prefettura bolognese, che voleva revocare qualche permesso. In questo senso bisogna fare molti complimenti al pubblico arrivato all’Arena Parco Nord di prima mattina, che ha atteso pazientemente l’orario di inizio, intonando al massimo il ritornello di qualche canzone degli Atroci per ingannare il tempo (altro che gli ultras…). Finalmente le porte si aprono ed iniziano a suonare i Kingcrow, che avevano già avuto modo di esibirsi a Bologna lo scorso aprile in un altro festival di dimensioni più contenute. Il fatto che la band romana suoni a pochi minuti di distanza dall’apertura delle porte e con volumi imbarazzanti per la loro bassezza (purtroppo elemento comune a tutte e tre le serate, pare, stando a quanto si è sentito dire in giro, sempre a causa di permessi che riguardavano il massimo livello di decibel consentiti, un problema che purtroppo sta condizionando Bologna da un po’ di tempo a questa parte) ne condizione un po’ la prova. La situazione cambia leggermente per i Black Tide, giovanissimi e dinamici, che riscuotono maggiore attenzione, anche se il livello dei volumi rimane sempre troppo basso.

La presenza di Lauren Harris risulta quasi pleonastica, anche se la simpatica inglesina, che è arrivata in Italia alle 10.00 e si è esibita poche ore dopo, ce la mette sicuramente tutta per dimostrare le sue potenzialità. La realtà dei fatti è che il suo “Calm Bifore The Storm” è un pop-rock molto leggero, un genere troppo differente da quello che ci si potrebbe aspettare a un Gods Of Metal. Comunque, non sono stati fatti grossi favoritismi, l’esibizione della giovane figlia d’arte è breve e alla fine risulta anche piacevole, un ideale post-digestione, anche se il pubblico maschile pare più interessato all’aspetto fisico della giovane Lauren che alla sua musica.

Il discorso cambia radicalmente con l’arrivo degli Airbourne, gruppo rivelazione di questo 2008 e prima esibizione rilevante della giornata. Nonostante gli australiani vengano spesso colpevolizzati, con l’accusa di essere semplicemente un clone dei compaesani AC/DC, il loro show è veramente di impatto, all’insegna del rock and roll più puro, dinamico, efficace e coinvolgente, all’insegna di brani come “Stand Up For Rock ‘n Roll”, “Cheap Wine And Cheaper Women” o “Girls In Black”, titoli più che significativi per illustrare lo stile della band. Dal punto di vista della presenza scenica, l’esibizione degli Airbourne verrà sicuramente ricordata per l’exploit acrobatico del cantante Joel O’Keeffe, che si arrampica con maestria fin sulla cima della struttura che copre il palco, una cosa che in passato aveva già fatto qualcuno (Tobias Sammet al Gods, oppure Sebastian Bach all’Evolution), ma che comunque rimane un gesto alquanto plateale. Gli Airbourne vengono comunque promossi a pieni voti per questa esibizione, e se è vero che gli AC/DC vogliono un milione di euro per esibirsi e le loro uscite pubbliche al momento restano avvolte nella nebbia, i loro cugini danno sicuramente soddisfazione ai seguaci dell’hard rock.

Si cambiano continente, stile e scenografia con l’arrivo dei finlandesi Apocalyptica. I quattro diabolici violoncellisti propongono un’ora abbondante di show che ripercorre praticamente tutta la loro carriera, sorvolando in parte sugli album del periodo intermedio e dando un buon risalto ai pezzi del primo periodo (le cover) e dell’ultimo (“Worlds Collide”). Il pubblico chiede a gran voce “Master Of OPuppets”, ma al suo posto vengono eseguite “Seek And Destroy” e “Nothing Else Matters”, riscuotendo a loro volta il plauso unanime. I brani dei Metallica, che segnarono l’inizio della carriera degli Apocalyptica, si alternano ad altre cover, come quella di “Refuse / Resist” o la magnifica versione di “Heroes” di David Bowie, presente sempre in “Worlds Collide” e qui riproposta in versione strumentale (nel disco è cantata in tedesco e si intitola “Helden”). La scenografia, quattro troni a metà fra la sagoma di un teschio e quella di un violoncello e un’enorme bandiera raffigurante la copertina di “Worlds Collide”, fa da sottofondo a un’esibizione dal grande impatto scenico, in cui gli Apocalyptica rivoltano i loro strumenti a loro piacimento, esibendosi in furiosi headbanging che fanno la gioia del pubblico. Chi potrebbe pensare che un gruppo del genere non fosse adatto alla cornice di un festival si trova sicuramente smentito da questa performance, che proprio per la sua particolarità rimane impressa come una delle migliori della tre giorni bolognese.

L’Australia torna nuovamente in scena, e questa volta è un’Australia all’insegna dell’hard rock storico dei Rose Tattoo. Certo, l’ultimo album della band, vale a dire “Blood Brother”, non ha riscosso un particolare successo, e c’è da notare la strana coincidenza per cui entrambe le date previste prima del Gods sono saltate (chi ha parlato di scarsa prevendita dei biglietti?), ma indipendentemente da questo la storica band fa la sua degna figura e si fa apprezzare. Non tutti probabilmente conoscono “Rock’n’Roll Is King”, “Rock’n’Roll Outlaw”, (un po’ di varietà nei titoli no?), “Bad Boy For Love”, e alle prime note di “Nice Boys (Don’t Play Rock And Roll)” ci sarà stato sicuramente qualcuno che avrà pensato che fosse una cover dei Guns And Roses, mentre invece è il contrario. Ma Angry Anderson, piccoletto e invecchiato, non si cura di queste inezie e arricchisce la giornata con un’altra dose di rock di buon livello.

Il caldo inizia leggermente a dare tregua quando salgono sul palco gli Avenged Sevenfold, che fanno parte del pacchetto “tutto incluso” che si portano dietro i Maiden e quindi si esibiscono subito prima di loro. Per fortuna non ci sono particolari manifestazioni di dissenso da parte del pubblico, e anche se è la frangia di età più giovane ad essere maggiormente entusiasta, la loro esibizione viene seguita con attenzione, soprattutto nel momento in cui viene eseguita la cover di “Walk” dei Pantera. Questa band è sostanzialmente un ibrido fra vari generi, sia per quanto riguarda la musica che lo stile e il look, e probabilmente i metallari più oltranzisti non hanno gradito gli sconfinamenti nelle contaminazioni più moderne. Comunque sia, la band si esibisce indipendentemente da tutto questo, sopportando pazientemente chi acclama il nome degli headliner, e non sono certo pochi.

L’affluenza del Gods Of Metal tocca sicuramente l’apice alla conclusione della prima serata, con l’esibizione degli Iron Maiden. A tre anni di distanza dal tour dedicato ai primi quattro album, questa volta tocca alla rivisitazione del cosiddetto “World Slavery Tour 84/85”, per goli amici il “tour egizio”, con i pezzi di metà anni Ottanta e una scenografia intravista per tutta la giornata, che riprende a seconda dei casi la copertina di “Powerslave” e altre dei periodi successivi. Oltre agli enormi pannelli mobili come sfondo, la scenografia prevede un piano rialzato, sotto al quale si incastra la batteria di Nicko Mc Brain e da cui sbuca, verso fine concerto, un enorme Eddie in versione mummia, e un tripudio di fuochi d’artificio, anche se Bruce Dickinson dichiara che, per problemi legati a qualche autorizzazione negata, non sarebbe stato possibile dare sfoggio di tutta la coreografia, che nonostante queste presunte limitazioni risulta comunque essere sfolgorante. Il concerto dei Maiden si apre con due brani di “Powerslave”, ovvero “Aces High” e “Two Minutes To Midnight”, e prosegue con “Revelations” e con “The Trooper” tutte in rapida successione. Non è difficile immedesimarsi nell’ambientazione proposta da Dickinson e soci, che fa tornare il pubblico al periodo in cui queste canzoni sono nate, perché voce e carisma di tutto il gruppo sono rimaste inalterate. È vero che buona parte dei brani proposti in questa situazione non sono particolarmente nuovi a chi ha già visto i Maiden dal vivo, perché, oltre ai brani già citati, anche “The Number Of The Beast”, Can I Play With Madness” o “Run To The Hills” fanno regolarmente parte del repertorio di ogni concerto, ma quando vengono accostate a un capolavoro che risponde al nome di “Rime Of The Ancient Mariner”, basta poco per dare quel qualcosa in più a questa esibizione e a renderla unica. Anche il coro durante “Heaven Can Wait”, composto da una compagine di fan con tanto di bandiera sarda al seguito, anche i cori di “Fear Of The Dark”, per quanto siano da copione, hanno sempre quella suggestione intramontabile che non può non piacere. Dopo l’immancabile “Iron Maiden” è il momento dei bis, e anche qui non mancano le sorprese, grazie a due capolavori come “Moonchild” e “The Clairvoyant”, a cui si aggiunge l’immancabile “Hallowed Be Thy Name”. Insomma, anche se ci si sarebbe potuti aspettare un repertorio leggermente più incentrato su brani che di solito i Maiden non eseguono (una grande assente? “Flight Of Icarus”, ad esempio), è evidente che questa serata non può avere deluso nessuno.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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