Glenn Hughes W. Chad Smith: Live Report della data di Roma

Ci sono sempre dei momenti in cui qualcosa ci rinconcilia con il mondo della musica. Puo’ essere un disco, una canzone, un concerto che arrivano al momento giusto a riprenderti per i capelli quando la vita finisce per schiacciarti un po’ troppo.

Per fortuna, il signore ci ha mandato sulla terra una sessantina di anni fa un Signore chiamato Glenn Hughes che, dopo averci regalato anni memorabili con i Deep Purple, sta proseguendo in grande stile una carriera solista che meriterebbe ben altra esposizione mediatica.

Ma tant’e’, la realta’ e’ questa e il centinaio di persone che sono presenti al concerto questa sera la testimoniano ulteriormente, considerato anche il numero di magliette incensate ai Red Hot Chili Peppers, il cui batterista Chad Smith si e’ felicemente prestato alla causa per questa unica data su scala mondiale per l’estate 2006.

Aprono gli scandinavi Hardcore Superstar che, a dispetto di una qualita’ in discesa inarrestabile su disco, si confermano un ottimo live act. Purtroppo finiscono per pescare praticamente tutta la scaletta dalle ultime fatiche in studio con un calo della qualita’ media, anche se ad onor del vero va detto che la resa live di molte canzoni subisce un’impennata imprevista. E’ rock stradaiolo di quello piu’ puro, cio’ che ci propone il quartetto svedese, fatto di vocals gracchiate e di bei chitarroni in evidenza. Divertirsi ci si diverte, ma e’ altrettanto evidente che l’attesa e’ tutta per un’altra persona.

Dopo un cambio palco infinito (ci si dovra’ rassegnare in eterno ad almeno un’ora di “one-two, one-two, check, check” ad ogni concerto?), finalmente salgono sul palco un paio di signori di mezz’eta’, di cui uno con un basso meraviglioso e dei capelli particolarmente imbarazzanti, un pacioso metallaro (il fratello minore di Byron Stroud?) ed un batterista che ha tutta l’aria di volersi godere la serata fino in fondo. “Let there be rock”, direbbero gli Ac/Dc, ma stasera non e’ solo quello. E’ anche blues, funky, soul e su tutto una voce che, scaldatasi, non vuole saperne di mollare un centimentro agli anni che passano.

E’ inutile, Glenn Hughes e la band che lo accompagna sanno come fare a smuovere gli animi, sanno quali tasti toccare e quali corde far vibrare per alzare applausi spontanei come non mai. Anche perche’ alla delicatezza di ‘Nights in White Satin’ o ‘Don’t Let Me Bleed’ riesce veramente difficile rimanere indifferenti. E se ‘Mistreated’ dura “solo” una decina di minuti, scelta azzeccata vista la non lunghissima durata del concerto, la conclusiva ‘Soul Mover’ ed i bis dedicati alla storia, recente con ‘Higher Ground’ dei Red Hot, e remota con ‘Burn’ dei Deep Purple, lasciano i presenti quasi storditi di fronte a tanta grazia.

L’urlo del pubblico fino alla rituale distruzione della batteria da parte di un esaltato ed esaltante Chad Smith testimonia come siano ancora attuali questi dinosauri e come sia veramente difficile nascondere l’affetto per un artista di tale calibro.

Alla prossima, sperando sia molto presto.

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