Glam Fest 2011 – Main Event: Live Report

Finalmente! Dopo le settimane di attesa, incrementate anche da uno spostamento di data da febbraio ad aprile, e le due date preparatorie tenutesi a Novara e Bologna, l’edizione 2011 del Glam Fest ha inizio, in un pomeriggio che fa da preludio alla settimana più calda (fino ad ora) dell’anno. La variopinta avanguardia del popolo glam fa il suo ingresso dentro l’ampio spazio dell’Estragon già dalle prime ore del pomeriggio, per assistere alla prima parte di questa lunga maratona, vale a dire lo spazio riservato ai gruppi italiani. È vero, il glam è un fenomeno interessato da una ripresa di stimoli, che ha toccato con forza anche le nostre terre. Forse adesso questa moda rinata sta volgendo al termine, per lasciare spazio ad altre mode; fatto sta che le facce che popolano l’Estragon non hanno solo il comune denominatore degli spandex zebrati e della lacca spruzzata a livelli di guardia per il buco nell’ozono. Anzi, la popolazione si mostra ancora una volta variegata sia per l’età dei partecipanti che per il loro look e il loro comportamento (i soliti ubriachi molesti non mancano, ma tutto fila sostanzialmente liscio). Quindi, se anche chi disprezza tanto il genere, i suoi seguaci e le mode in genere, è presente, forse un motivo ci sarà, e probabilmente non era il “non avevo nient’altro da fare”.

Ad ogni modo, aprono le danze i perugini Pollution, da sempre convincenti in sede live e ormai rodati alfieri della scuderia di Bologna Rock City; lo spazio a disposizione è limitato a cinque brani, nei quali comunque il quartetto riesce a condensare bene le proprie energie e a mostrare le proprie capacità di composizione. L’attesa è quella di un nuovo lavoro in studio, che speriamo possa consolidare quanto di buono è già stato mostrato.

È poi il turno dei livornesi Deadly Tide, un gruppo da poco entrato in contatto con Bologna Rock City, sebbene sia attivo dal 1999, dal look appariscente con tendenza verso il (si presume volutamente) pacchiano. Forse un po’ meno efficaci per quanto riguarda il songwriting, i toscani, guidati dal frontman J.D. Nitro, si impegnano comunque al massimo. Anche per loro c’è l’attesa di una nuova, imminente, uscita discografica, che speriamo possa metterli sotto una luce più vivida.

Gli Hell In The Club sono letteralmente esplosi nei primi mesi di quest’anno, grazie a un disco che ha effettivamente delle punte molto alte (“Rock Down This Place” è dannatamente accattivante ed è impossibile non ascoltarla cinque volte di fila a tutto volume, senza saltando impazziti per casa) e all’esperienza consolidata dei suoi membri, evidente nonostante gli Hell In The Club abbiano effettivamente pochi mesi di vita. Non a caso la band si è guadagnata il diritto di suonare su questo palco del piazzandosi al primo posto all’Italian Glam Fest dello scorso dicembre. La conferma che il gruppo sta giocando bene le sua carte, grazie all’unione fra la tecnica strumentale, in particolare del chitarrista Picco, e lo scatenato dinamismo di Davide Moras alla voce(anche se fa un certo effetto vederlo sul palco in queste vesti quando la sera prima lo si è visto dietro il microfono ad un concerto degli Elvenking), è proprio questa esibizione, fresca, vivace e ruffiana al punto giusto. Un punto netto a favore del glam italiano.

Fino ad ora si è scherzato, e quando salgono sul palco i Crazy Lixx ci rendiamo subito conto che il gruppo svedese è di una caratura superiore. Dopo la loro esibizione del 2009 al Pegorock e un secondo album, “New Religion”, posto fra le migliori pubblicazioni del genere per il 2010, i Crazy Lixx regalano un’esibizione che di sicuro è caratterizzata da tutti quegli elementi che fanno eccitare le ragazzine (musicisti bellocci, ventilatori con effetti aerei e fluenti chiome al vento, fumo e imponenti giochi di luce), ma che ha anche un consistente spessore sotto la patina luccicante. Brani come “Rock And A Hard Place”, “21 Til I Die” e “Heroes Are Forever”  hanno una buona resa anche dal vivo, e i musicisti svolgono il proprio compito in perfetta armonia e comunione di intenti. Di sicuro uno dei momenti più alti di questa tappa del festival.

Gli echi dell’esibizione fiammeggiante dei Crazy Lixx si devono ancora spegnere, quando improvvisamente l’atmosfera cambia, le luci si abbassano e il gelo sembra scendere sul palco dell’Estragon. Il glam mostra il suo lato più oscuro e moderno, fatto di cori campionati, tinte fosche e sonorità maestose ma meno limpide. È il turno di Robbie Valentine, un personaggio abbastanza in opposizione con quanto proposto finora, anacronistico e controtendenza al punto giusto, ma se calca le scene da 25 anni, evidentemente avrà i suoi sostenitori. Nonostante questo contrasto a tinte forti associato a una capacità vocale discutibile, anche perché soffocata dalle innumerevoli campionature e sovra incisioni, la performance del musicista danese sembra piuttosto apprezzata (o sarà la presenza della moglie bassista? Difficile dirlo), perlomeno di chi non sfrutta l’ora per placare i morsi della fame.

È solo guardando una band dal vivo che si riesce a carpire la sua natura. E dal vivo i Little Caesar danno sfoggio alla loro natura di garage rock’n’roll band.

L’attitudine (eh che attitudine!) della band losangelina trae origine da artisti animati da spirito selvaggio (MC5 e Ted Nugent), per ciò che concerne il lato prettamente rock’n’roll e stradaiolo, mentre il gusto per il blues ed southern, i Bad Company e gli ZZ Top hanno giocato un ruolo preponderante nei gusti personali di Ron Young e compagnia.

L’attesa per la prima italiana dei Little Caesar è durata un’eternità (il debutto risale al 1990), ma è valsa la pena attendere così tanto. Il gruppo è in palla e divertito dalle attenzioni ricevute dal pubblico bolognese, l’inizio non è scoppiettante causa qualche guasto tecnico, prontamente sistemato dai tecnici di palco. Se “Rock-N-Roll State Of Mind” ha fatto da rodaggio per sistemare i suoni, dalla successiva “Hard Times” il sound è stato nitido, brillante e potente il giusto per smuovere il culo dei presenti. Sentire con quale botta il piccolo cesare erutta tonnellate di rock’n’roll cresce il rammarico di non averli potuti vedere in età ‘giovanile’, quand’erano vigorosi e forti: chissà quali sfaceli facevano su i palchi americani. I brani estratti da “Redemption”, ultima fatica del combo americano, dimostrano di quale pasta siano fatti i cinque rocker, che il tempo non ha scalfito né il talento né la voglia di suonare dei cinque: speriamo diano presto un seguito, con un altrettanto nuovo infuocato disco di rock’n’roll. A farla da padrone sono le canzoni estratte dal primo omonimo lavoro, entrati di diritto tra i classici del genere, con una super versione di “Cajun Panther” cantata da Ron ‘cool man’ Young con il suo classico tono grintoso e graffiante, la sua voce  non cela il suo istinto verso il soul ed il blues. Young ha esperienza da vendere sul palco, si muove con disinvoltura, ammicca il pubblico ma, soprattutto, soddisfa i presenti con una prestazione fisica dinamica.Il finale è lasciato alla canzone che li ha lanciati su MTV, “Chains Of Fool” di Aretha Franklin, ottimo rifacimento che dal vivo coinvolge il pubblico ma è anche il brano che stroncò le velleità commerciali dei Little Caesar ma, evidentemente, ormai ci sono talmente affezionati che non mancano mai di suonarla.

Set list:

  1. Rock-N-Roll State Of Mind
  2. Hard Times
  3. Supersonic
  4. Down-N-Dirty
  5. I Wish It Would Rain
  6. Real Rock Drive
  7. Cajun Panther
  8. Loving You Is Killing Me
  9. Rum And Coke
  10. Sick And Tired
  11. Drive It Home
  12. Chains Of Fool

La notte prima hanno fatto le ore piccole in compagnia dei fan più accaniti. Nonostante questo, i Tigertailz non sentono minimamente la stanchezza, e se i Little Caesar prima di loro hanno infiammato gli animi, questo probabilmente è solo uno stimolo in più a dare il meglio: atteggiamento molto professionale e del tutto condivisibile. Non bisogna quindi sminuire in nessun modo la performance dei quattro gallesi, che nonostante un look che definire imbarazzante sarebbe riduttivo, con tanto di capezzoli (maschili) a vista, danno vita ad uno dei momenti migliori di tutto il festival. Il loro è un atteggiamento in puro stile rock n’ roll, dove niente è lasciato al caso anche se in un primo momento sembra così, e brani come “Living Without You” e “Noise Level Critical” mantengono immutata la loro carica con il passare degli anni. Oltre ad un breve ma intenso assolo di batteria, è da sottolineare la presenza al basso della nuova entrata Sarah Firebrand, aspetto da pin up e grazia da camionista. Qualche presenza femminile che mostra di saper suonare invece di spogliarsi è sempre una buona cosa.

Stephen Pearcy non è i Ratt, ma ci va molto vicino, anche perché si appoggia a una band estremamente valida, nella quale va segnalata fra le altre l’illustre presenza di Greg D’Angelo (ex White Lion) alla batteria. Chi temeva di trovarsi di fronte un frontman imbolsito e indebolito può tirare un sospiro di sollievo, perché Pearcy è in ottima forma sia fisicamente che per quanto riguarda la voce, e la sua proposta, che attinge a piene mani dal repertorio dei Ratt fin dagli esordi (anzi lasciando da parte totalmente l’ultimo nato “Infestation”), è un gradito tuffo nel passato, adattissimo all’atmosfera che si è creata all’interno dell’Estragon nonostante le molte ore già trascorse. Si potrebbe anche pensare che, trattandosi dell’unica data italiana, più che un’esibizione, questa sia una marchetta di lusso. Tutto è possibile, l’importante è il risultato, e su questo non c’è nulla da contestare.

Con questa interessante esibizione come ciliegina conclusiva sulla torta, il bilancio non può che chiudersi in positivo ancora una volta. Il plauso va alle associazioni come Bologna Rock City, che portano avanti con costanza eventi di questo genere, con il conseguente consumo di energie e con il rischio della delusione sempre dietro l’angolo.

(la recensione del concerto dei Little Caesar è a cura di Stefano Giacometti)

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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