Gilby Carke: foto e report della data di San Giovanni In Persiceto

Quando, nel 2008, i Twisted Sister vennero in Italia, la band optò per una soluzione inconsueta per quanto riguardava l’ordine dei brani da eseguire. La band suonò infatti per primi i pezzi più noti, poi Dee Snider apostrofò la folla con un discorso che diceva più o meno: “Ok, chi era qui per sentire solo i pezzi più noti dei Twisted Sister se ne può anche andare. Adesso cominciamo a fare sul serio”. Ora, la serata che ha avuto Gilby Clarke come protagonista nella provincia bolognese ha avuto un po’ il sapore di quel concerto lontano ormai anni. Chi era andato al Teatro Comunale con la speranza di assistere a un concerto surrogato dei Guns ‘n’ Roses si è dovuto ricredere ben presto, perchè di brani dei Guns ce n’è stato uno solo (per la precisione “It’s So Easy“) come ultimo bis (ok, ci sono stati anche “Knockin’ On Heaven’s Door”, che però come brano dei Guns non conta e un accenno a “Used To Love Her” in acustico). Una scelta a dir poco coraggiosa, che ci mostra però come Gilby Clarke non voglia, evidentemente, essere ricordato solo per la sua militanza in una delle band più famose del mondo del rock, ma anche per quello che è, vale a dire un artista pieno di esperienza e capace di attirare l’attenzione di tutti anche con brani appartenenti a un repertorio meno noto. Gilby Clarke sale sul palco da solo, armato di una chitarra acustica, ed esegue per prima cosa una manciata di brani, un’ottima occasione per alternare brani del proprio repertorio a cover di rock classico. Compaiono quindi “It’s Only Rock And Roll (But I Like It)” dei Rolling Stones e “Don’t Get Fooled Again” degli Who. La seconda parte del concerto invece è dedicata ai brani in elettrico, per cui Clarke viene accompagnato dai Muppet Suicide, guarda caso una cover band dei Guns ‘n’ Roses che accompagna il chitarrista per tutto il tour italiano. Anche in questo caso il repertorio spazia tra “Tijuana Jail“, da un album solista di Clarke del 1994, alla cover di “Monkey Chow” di Slash’s Snakepit. Poco più di un’ora di concerto, ma ben ripartite tra un repertorio più ampio di quello che ci si potrebbe immaginare e, ovviamente, suonato in modo impeccabile da tutti.

In apertura due band emergenti italiane; si comincia con i napoletani Hangarvain, che compensano il fatto di non essere conosciuti praticamente da nessuno tra il pubblico con la simpatia e una buona tenuta di palco.

Seguono poi i Lost Reflection, più freddi, distaccati (anche se forse le ore di viaggio hanno inciso; ricordiamoci che le band arrivavano dall’Abruzzo) e dal sound più pesante.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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