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Geoff Tate – The Whole Story Acoustic Tour: Live report della data di Borgo Priolo

Anche se non più sulla cresta dell’onda come anni fa, ancora oggi Geoff Tate rimane una delle icone più importanti dell’heavy metal, nonché una delle voci più rappresentative di un’intera generazione. Va detto che anche se la fama del nostro arriva ovviamente dal suo contributo alla storia di una band come i Queensryche, ormai da anni è impossibile racchiuderne l’arte in un genere ben specifico e, se la separazione dalla citata band nasce dalla impossibilità di conciliare le differenze in atto, allo stesso tempo non si può negare come la voce di Tate abbia mantenuto una sua espressività inimitabile, capace di adattarsi ad ogni stile e sfumatura.

Proprio una serata come questa in cartello al Dagda Club di Borgo Priolo lascia trapelare tutta la voglia di Geoff di mettersi costantemente gioco, regalando ogni volta emozioni diverse. Lo show prevede infatti un set completamente acustico, ma ben lontano dagli unplugged tipici degli artisti hard & heavy, visto che ad accompagnare il protagonista c’è una vera e proprio mini-orchestra, con tanto di violino, contrabbasso, mandolino e percussioni oltre alle immancabili chitarre acustiche.

Si dall’incipit, dedicato all’immortale “Walk In The Shadows”, si capisce che in questa nuova veste d’arrangiamento le canzoni non vengono stravolte, ma arricchite di sfumature diverse che ne rispettano pienamente l’intenzione originale. La voce di Tate è splendida, capace com’è di reinventare linee melodiche e armonie che lo hanno accompagnato per gran parte della carriera, ma anche la band ci mette tutto l’impegno per regalare una nuova vita a composizioni tanto belle nelle veste classica da non essere certo facili da presentare differenti con la giusta efficacia.

Manco a dirlo la missione riesce alla perfezione, sia con brani estremamente noti e definibili superclassici, come “Another Rainy Night (Without You)” o “Jet City Woman”, tanto con canzoni meno celebrate come “Some People Fly” o “Until There Was You” (e qui anche lo stesso cantante dichiara, forse in modo un po’ provocatorio, di non ricordare in quale album fosse inclusa originariamente).

Un plauso particolare va sicuramente a Scott Moughton, che si carica anche della parti soliste, di certo non facili da eseguire con precisione alla fredda temperatura a cui la rottura del riscaldamento ha obbligato la band ad esibirsi (e neanche per il pubblico è stata propria una botta di salute, onestamente). Tutto fila comunque liscio e lo show coinvolge canzone dopo canzone, anche grazie al fascino e al carisma dell’indiscusso protagonista che ringrazia il pubblico per il calore umano dimostrato e spesso si sofferma qualche secondo a spiegare le canzoni, senza tralasciare quella punta di intimità che è il valore aggiunto di un’ambientazione di questo tipo.

Colpisce ad esempio come una canzone splendida come “Out Of Mind” nasca si dalla penna del vecchio compagno Chris De Garmo, ma descriva in realtà la fanciullezza dello stesso Tate, che, a quanto pare, si ritrovava spesso a contatto con persone dai seri problemi mentali seguendo la madre sul posto di lavoro (proprio un ospedale psichiatrico).

Immancabile l’esecuzione di pezzi dal successo ancora oggi enorme come “Silent Lucidity” o “I Don’t Belive In Love”, stupisce di più come la scaletta non rinunci a pescare anche dai dischi più criticati, come “American Soldier”, da cui arriva la veramente bella “Hundred Mile Stare”, o “Dedictaed To Chaos”, da cui la band pesca il bis finale di “Around The World”. Diciamo che se mai ci fosse stato bisogno di una conferma, questa scelta testimonia quanto quegli album facessero riferimento al desiderio di Tate di cambiare strada e di come certe uscite appartengano sicuramente più a lui che alla band che ancora oggi porta in giro il nome Queensryche.

Che comunque la selezione sia stata perfetta lo testimonia il fatto che anche queste canzoni (così come “The Fight”, unico brano tratto dai dischi post separazione dai vecchi compagni) ricevono la loro bella dose di applausi e di fatto rendono benissimo all’interno di uno show che pare essere stato preparato con grande abilità e il gusto di chi fa dell’arte musicale la propria missione.

Ci sarà sempre chi, anche giustamente, rimarrà legato alle uscite degli anni ottanta, ma va preso atto che ormai tutto ciò appartiene al passato remoto e che, nonostante la sua posizione attuale di interprete a 360 gradi e la poca voglia di cantare ancora il vecchio metallone di “Queen Of The Reich”, Geoff Tate non ha certo perso le sue qualità e che una serata come quella a cui hanno assistito i fortunati presenti sono ben in pochi al mondo a poterla regalare. In modo diverso, ma sempre al top!

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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