Gefle Metal Festival – Live report del Day 3 con Meshuggah, Heaven Shall Burn, Unleashed e altri

Terza e ultima giornata di quest’edizione del Gefle Metal Festival, un festival che fino a ora ha saputo regalare forti emozioni e momenti che difficilmente cancellerò dalla mia testa.
Quest’oggi sul palco si esibiranno altre band di grandissimo spessore nel panorama del metal estremo, ma purtroppo un “incidente di percorso” elimina la possibilità ai Dark Funeral di chiudere questo festival. La band ha dovuto infatti cancellare la sua esibizione sul FIRE stage a causa della positività di Lord Ahriman, che attraverso un comunicato sui social media si è dimostrato davvero dispiaciuto per l’accaduto.
Purtroppo ho dovuto perdere l’esibizione della nota black metal band svedese anche a giugno durante l’Hellfest, ma non dispero in quanto il comunicato ufficiale del festival arriva quasi subito con un nome veramente appetitoso in sostituzione della band svedese, i LIK da Stoccolma.

UNLEASHED

Dopo aver visto Entombed e At The Gates, non potevo non presentarmi nuovamente sotto al GOAT stage, per l’esibizione di un’altra importantissima band svedese, gli Unleashed. Formati nel 1989 da Johnny Hedlund dopo lo “scioglimento” dei Nihilist, la band ha sempre proposto musica di buona fattura, distinguendosi da altri gruppi del settore (come Entombed, Dismember e Grave) per aver abbracciato quasi immediatamente tematiche correlate alla cultura vichinga.
I nostri entrano sul palco acclamati da un numeroso pubblico, che non vede l’ora di ritrovare Johnny sul palco (per chi si fosse perso il live report del
Day 1, il cantante e bassista ha prestato agli Entombed la sua voce per alcuni brani), qualche saluto e poi si parte con furia verso un nuovo mondo con “To Asgaard We Fly“. I suoni sono eccellenti e il basso del frontman è prorompente, il brano d’apertura ha già scatenato fan e band in una coreografia di headbangers che a ritmo muovono i capelli in ogni direzione. Questo però è solo l’inizio, perchè la scaletta presentata dai nostri sarà piena di vecchie glorie e si splamerà su ben nove degli album pubblicati, facendo solo una piccola tappa nell’ultimo lavoro del gruppo, con la titletrack “No Sign Of Life“. I musicisti continuano a dare una grande prova, ma qualcosa non va, il suono di Tomas Måsgard sembra mancare, anche se egli fa finta di nulla controllando la problematica solo a fine brano. Purtroppo, com’è successo nei giorni precedenti al chitarrista dei Gatecreeper, sembra che la testata del Tomas Måsgard sia andata fuori uso, è dunque necessario un cambio di testata che avviene in pochi minuti, tra le occhiatacce di un Johnny evidentemente infastidito.
Lo show riprende ma la problematica resta, serve quindi un altro appunto da parte della crew per ristemare il tutto finchè la sei corde del chitarrista svedese non torna a ruggire o meglio, gracchiare; sì, perchè la nuova testata, di stampo totalmente differente rispetto alla precedente va a disturbare non poco la prima eccellente qualità dei suoni. La testata risulta infatti impastare troppo la chitarra e nel complesso crea una certa instabilità nel sound della band. I nostri però continuano a lottare sul palco e, almeno per quanto riguarda la parte scenica ed esecutiva, non peccano in nulla. La setlist si conclude con “Never Ending Hate” e, dopo un saluto veloce, i nostri escono di scena.

HEAVEN SHALL BURN

Non poteva mancare nel bill una band tedesca di spicco, e chi meglio degli Heaven Shall Burn poteva onorare questo festival con la sua presenza?
Essi fanno parte di quella realtà di band che sta a cavallo tra il death metal melodico e il metalcore, non si può mettere un’etichetta sul genere proposto, ma senza ombra di dubbio si può dire che i loro lavori sono spesso e volentieri ottime prove di musica.
Lo stage per lo più spoglio rimane vuoto per alcuni minuti, finchè gli Heaven Shall Burn non escono allo scoperto per essere accolti con calore dal pubblico. I suoni vengono inizialmente ricalibrati in quanto le chitarre sono troppo basse, ma dopo questo piccolo appunto, posso dire che quelli di questo concerto sono forse i suoni migliori che io abbia sentito durante queste tre giornate di festival, curati, definiti e (seccessivamente alla correzione) ottimamenti mixati tra di loro, le asce di Maik Weichert e di Alexander Dietz combattono tra di loro su riff spaccaossa abbracciandosi infine sulle parti melodiche, dove le armonizzazioni sono doverose. Marcus Bishoff è in gran forma vocale e fisica, non sta fermo un attimo se non per cantare insieme a qualche fan in prima fila i ritornelli delle canzoni e non si può dire nulla nemmeno del fratello Eric, che come sempre ci delizia con il suo prepotente suono di bassa e tra un headbanding e l’altro incita il pubblico. Nascosto ma mai dimenticato, Christian Bass, il batterista, martella sulle sue pelli pesantemente e con gran precisione, sostenendo la band e dettando legge sul palco.
La setlist non è estranea ai classici della band che si miscelano all’ultimo lavoro “Of Truth And Sacrifice“; non mancheranno infatti vere pietre miliari come “Counterweight” e “Voice Of The Voiceless”.
Dei problemi non identificati sul palco frenano però la cavalcata della band che, anche in questo caso, è costretta a fermare la musica. A differenza delle
band precedenti però, Maik Weichert intratterrà il pubblico con qualche battuta sulla linea aerea SAS e con delle parole in svedese (che ovviamente mandano i presenti in visibilio); il chitarrista non manca inoltre di presentare il brano successivo, chiedendo al pubblico qual’è la band death metal più sottovalutata in Svezia, finendo poi per presentare il brano successivo, “La prossima è una loro cover, Black Tears” (Edge Of Sanity).
“Corium”, “Protector”, “Combat” e la loro immancabile “Endzeit”, che vede un gran wall of death partire in sincrono con l’urlo del cantante esplodono una dopo l’altra con i loro ritmi serrati ed i loro riff geniali. In pochissimo tempo ci ritroviamo già alla fine della scaletta e, sebbene non ci siano ulteriori problematiche sullo stage, il chitarrista e compositore del brano Maik Weichert, decide di spendere un minuto di tempo per presentare “Numbing The Pain“, raccontando di quando ha composto il brano pensando alle minoranze che soffrono e continuano a soffrire. Il discorso si conclude con Maik che, in veste decisamente più seriosa rispetto a prima, ribadisce l’ormai conosciuta posizione della band contro il nazismo e il fascismo, finendo per invitare gli eventuali estremisti di destra presenti a lasciare l’area sottostante al GOAT stage: “Non vi vogliamo”.
Lo show dei tedeschi si conclude con “Tirpitz”, brano estratto dall’ultimo lavoro, una chiusura inusuale e sinceramente non d’effetto, ma successivamente al lancio delle scalette capiamo che questa è stata una chiusura probabilmente forzata dovuta alla perdita di tempo che c’è stata ad inizio show. Il brano che avrebbe dovuto chiudere l’esibizione degli Heaven Shall Burn sarebbe infatti dovuto essere “Hunters Will Be Hunted“, che invece è mancata in questo show, con grande dispiacere dei fan.

MGLA

Il FIRE stage si sta per tingere nuovamente di nero con il black metal dei polacchi Mgla.
I nostri escono allo scoperto nel loro abito cerimoniale, costituito da cappuccio, passamontagna e chiodo, il tutto rigorosamente total black. La setlist odierna vedrà l’ultimo lavoro (“Age of Excuse“) predominare sulle altre uscite, ed è proprio con questo disco che i nostri daranno via al loro concerto.
“Age Of Excuse II” apre lo show della band polacca. I suoni risaltano subito su tutto, equilibrati, ben definiti e d’impatto; Darkside alla batteria tiene come sempre le redini del gruppo, cimentandosi in una prova eccellente e dimostrando ancora una volta la sua maestria dietro le pelli (e dietro ai piatti). La band davanti a lui non è da meno e si esibisce con costante ferocia in una prova chimicamente perfetta.
I pochi raggi di luce che riescono a penetrare dalle nuvole eliminano un po’ di quell’effetto malvagio che gli Mgla trasmettono sempre; è la prima volta
che li vedo sotto la “luce” del sole e l’effetto non rende giustizia alla band, che trova nel buio più oscuro il su habitat naturale.
La performance dei nostri è tecnicamente perfetta, la staticità della band, che li accompagna a ogni data, al posto di eliminare il fuoco onstage ne alimenta le fiamme. Questa infatti è una delle poche band che riescono ad intrattenermi anche stando completamente immobili sul palco, ma è perfetto così.
“Exercises in Futility V” è un inno poetico immancabile nella scaletta della band, che trova posto verso fine scaletta, mentre la freddezza del brano “Age of Excuse VI” chiuderà definitivamente lo show del quartetto. Gli Mgla dimostrano ancora una volta di essere una di quelle band che difficilmente possono passare inosservate, i loro show sono sempre di grande impatto, pur senza dover ricorrere a scenografie o elementi scenici particolari.

MESHUGGAH

Poliritmie, tempi dispari e terzine, sono solo alcuni degli elementi che caratterizzano la musica di quella che è considerata da alcuni critici come una delle band più importanti del panorama metal. Non sarò io a confermare o smentire queste dichiarazioni, posso però dire di essere concorde con chi dice che i Meshuggah abbiano dato una certa svolta al genere, aiutando a creare e (casualmente) dando il nome ad un nuovo genere musicale, il Djent.
Il palco è allestito con i colori dell’ultimo lavoro, “Immutable“; all’entrata sul palco ogni musicista si posiziona di fronte al proprio totem raffigurante l’artwork dell’ultimo disco. Quattro totem in totale per la prima parte della formazione, che si allinea a bordo del palco e un backdrop che chiude lo sfondo dietro alla schiena del batterista.
“Broken Cog” apre lo show della band svedese. Il suo groove fa danzare i corpi dei presenti ora perduti in quest’oceano musicale, completamente incantati dalla band. Il gruppo è totalmente statico sul palco, ma preciso e ordinato in modo sensazionale, la performance meticolosa dei nostri è accompagnata da bellissimi giochi di luce che seguono le plettrate dei chitarristi, uno show naturalmente molto apprezzabile. Si continua poi con “The Hurt that Finds You First” e “Born in Dissonance”, che scatena la furia degli spettatori in headbanding ritmati. I Meshuggah non sbagliano un colpo, e dopo un doveroso cambio di palco e di decorazioni tornano sullo stage con la doppietta “In Death – Is Life” ed “In Death – Is Death”.
Uno show sempre più coinvolgente si avvicina verso la chiusura e, sebbene i nostri sembrino leggermente provati, non mollano nulla portando avanti quella che sta risultando essere una grande prova.
La momentanea uscita di scena decreta la quasi chiusura dello show; il ritorno successivo sul palco per l’encore vedrà i nostri suonare due brani
richiesti a gran voce dai presenti, ovvero “Future Breed Machine” e “Demiurge”, che chiudono uno show perfettamente riuscito che non ha però visto eseguire una delle canzoni più iconiche della band scandinava, “Bleed“. I nostri si fermano per pochi secondi sullo stage per il solito rituale del “lancio della reliquia”, dopodichè lasciano il GOAT stage, che dopo tre giorni di festival, spegnerà per l’ultima volta le sue luci.

LIK

Ultimo concerto della serata e ultimo concerto di questa quinta edizione del Gefle Metal Festival. L’onore di chiudere questa terza giornata sarebbe da programma spettato ai Dark Funeral, che avrebbero senza ombra di dubbio portato in quel del Gefle il loro ultimo lavoro, “We Are the Apocalypse”. Purtroppo come però, come già anticipato, in seguito alla positività dell’indiscusso leader, la band ha dovuto annullare la data e lasciare il proprio posto ai LIK.
Purtroppo non tutti i presenti sembrano aver letto i comunicati che annunciavano questo cambio nella line up e, una volta visto il backdrop sul fondo del FIRE stage, non sono mancati sguardi perplessi e delusi.
I LIK salgono sul palco accolti da un muro di applausi e senza farsi pregare iniziano a devastare lo stage con il loro Swedish Death Metal doverosamente influenzato dai grandi del genere. Le chitarre tritano le casse a suon di motosega grazie agli HM-2, tipici pedalini che ad inizio anni 90 hanno definito il Stockholm sound, e non ci vuole molto prima che i presenti formino un circle pit che corre all’impazzata a pochi metri dal palco caricando sulle proprie teste i corpi dei coraggiosi crowd surfers che decidono di lanciarsi in questo contesto di “modern old school Death Metal” (si può dire? mah). I nostri comunque apprezzano sul palco e si lasciano andare in numerosi sorrisi e corna di approvazione verso i coraggiosi avventurieri.
Il suono risulta essere leggermente impastato, ma lo spettacolo resta comunque gradevole e parte del merito spetta ad un carichissimo Tomas Åkvik, cantante e chitarrista del gruppo, che riesce a coinvolgere il pubblico e a mantenere grande lucidità di brano in brano. La setlist della band esplora tutte le poche uscite che fino a oggi li hanno fatti riconoscere come gli eredi di Dismember e compagnia bella, incentrandosi però per lo più sull’ultima uscita, “Misanthropic Breed“.
Man mano che lo show prosegue, senmpre più persone si allontanano dal FIRE stage lasciando però una buona fetta di fan incollati al palco fino a “Becoming”, pezzo finale che chiude uno show assolutamente riuscito, seppur non previsto. Ottima performance di una band che si sta facendo sempre più conoscere.

Il Gefle Metal Festival si conclude quì, per l’ultima volta mi avvio lungo la strada che mi porterà al campeggio e lo faccio rivivendo nella mia mente i fantastici momenti di quest’avventura sul suolo svedese.
È sorprendente quanto poche band, ma di gran gusto, possano completare una line up quasi perfetta, dimostrando che a volte non servono 150, 200 o 300 band per realizzare un festival di ottima fattura.
Gli immancabili festeggiamenti serali si protraggono fino a tardi, si beve, si parla e soprattutto si ride tra nuove amicizie e perfetti sconosciuti, condividendo però lo stesso bellissimo momento che come al solito, per chi scrive, è il fulcro dei festival. Direi che sono pienamente soddisfatto di aver scelto di partecipare a questo evento e con un minimo di tristezza (doverosa ogni qualvolta che finisce un festival), mi corico nella mia tenda per l’ultima volta, chiudendo gli occhi sotto a un sole già alto.

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