Frontiers Rock Festival: Live Report e foto del Day 2

PERFECT PLAN

La seconda giornata del Festival comincia con la buona esibizione di una delle band esordienti del rooster Frontiers. Anche se il valido All Rise” è il loro debutto ufficiale, di sicuro i Perfect Plan non sono proprio di primo pelo e sia il sound che la presenza sul palco appaiono come un credibile tributo alla storia dell’hard dalle tinte radiofoniche. Brani come “Stone Cold Lover”, “Never Surrender” o “In And Out Of Love” suonano come un incrocio tra Foreigner e Bad English, con una provvidenziale spruzzata di scandi rock… Un bel ripasso, che sicuramente non ha portato una ventata di novità nel genere, ma la classe e lo stile ci sono, quindi bene così!

 

 

 

ANIMAL DRIVE

Sicuramente più particolari nel sound proposto sono i giovani croati Animal Drive. Senza ombra di dubbio l’elemento di spicco del gruppo è l’eccellente vocalist Dino Jelusic, ottimo non solo nella performance vocale, ma anche nella confidenza dimostrata nel tenere un palco importante come quello di un Frontiers Festival. Tenendo conto che anche per loro il disco uscito quest’anno è un debutto non manca anche una certa qualità nelle composizioni… soprattutto si percepisce che la band sia alla ricerca di una propria dimensione stilistica, forse ancora da formare del tutto, ma già in grado di risultare interessante. “Goddamn Marathon” e “Time Machine” sono un crossover tra hard melodico e metal dallo stampo groovy che dal vivo mostra tutta la potenza di cui dispone. Nel complesso sono forse un po’ troppo heavy per l’audience presente, ma la qualità c’è tutta e una canzone come la conclusiva “Deliver Me” lascia intendere che con un piccolo passo in avanti i nostri potranno ambire ad un ruolo di primo piano tra le band emergenti dell’hard mondiale.

ISSA

Tutti invece sappiamo bene cosa aspettarci da una delle più longeve figure del catalogo della label partenopea. Il recente “Run With The Pack” è infatti addirittura il quinto album proposto dalla cantante norvegese sotto l’egida di Frontiers e questa è la seconda volta che possiamo ammirarla ad un’edizione del Festival. A rendere lo show particolare c’è però il fatto che per l’occasione Issa si presenta con una back band completamente nostrana e decisamente heavy oriented. Forse fin troppo per la voce molto melodica e morbida sfoderata dalla bionda interprete. Canzoni come “Crossfire”, “Come Back Again” e la molto bella “Sacrifice Me” (qui in duetto con Dino Jelusic nel ruolo che su disco ha avuto Deen Castronovo) sono perfette dal punto di vista tecnico, ma a volte si percepisce un certo scollamento tra il sound bello tosto e la voce al velluto di Issa. Nonostante ciò lo show rimane più che positivo e in molti tra il pubblico dimostrano il loro gradimento.

 

 

 

KIP WINGER (Acoustic Set)

Come annunciato a sorpresa in mattinata, ci sarà una parentesi imprevista tra lo spettacolo di Issa e quello dei Pretty Boy Floyd. Poco più di una ventina di minuti estremante intensi in cui il nostro amato Mr. Winger si presenta sul palco con la sola chitarra acustica e la volontà di coinvolgere quanta più gente possibile. Purtroppo l’atmosfera del luogo non è forse il massimo per questo tipo d’iniziativa, visto che sia la dimensione del posto che il volume (un poco esagerato per tutto il Festival, bisogna dirlo) non hanno permesso del tutto quella interazione intima tra perfomer e pubblico che è il bello di uno spettacolo basato su chitarra acustica e voce. Nonostante ciò nulla si può imputare, e ci mancherebbe, all’abilità di un grandissimo come Kip: l’esecuzione è da manuale e ascoltare in chiave acustica canzoni stupende come “Madalaine”, “Miles Away” e “Easy Come Easy Go” è stata comunque una sorpresa piacevolissima… anche se riservata ai non moltissimi (almeno in proporzione alla quantità di pubblico) che si sono lasciati trascinare.

PRETTY BOY FLOYD

In quanto a abilità di coinvolgere a vincere a mani basse sono però Pretty Boy Floyd, sicuramente i più colorati e spregiudicati dell’intera due giorni… e anche se, ammettiamolo, non è che le canzoni in repertorio siano proprio tutti pezzi indimenticabili della storia del rock, il loro onesto sporco lavoro in sede live lo fanno; finendo per divertire e far saltare finanche chi sulla carta non avrebbe dato loro un soldo bucato (e in questo caso sto parlando di me stesso). La scaletta è composta quasi interamente da brani di vecchia data, tratti dal loro sobrio debutto “Leather BoyZ With Electric Toyz”, come la divertente title ctrack, “Wild Angels” o “Rock n’ Roll Outlaw”. Il fromtman Steve Summers è davvero un bel personaggio, perfetto nel ruolo di istrione un po’ maledetto che nello sleaze rock fa sempre la sua bella figura. Non stiamo certi parlando di una band dalla qualità musicale inestimabile (e anche i suoni non sono proprio perfetti), ma alla fine per suonare un certo tipo di musica serve più l’attitudine giusta e quella ai Pretty Boy Floyd va riconosciuta al 100%. In questo senso va interpretata la cover finale di “Live Wire” dei Motley Crue… come un tributo spontaneo agli albori di una scena a cui la band evidentemente si sente ancora totalmente legata. A modo loro convincenti!

FM

Anche per gli FM è la seconda volta in scaletta al Festival e chi li aveva già potuti ascoltare qualche anno addietro ricorderà come il loro fosse stato uno show tra i migliori in assoluto. E che non si trattasse certo di un caso è qui a ribadirlo l’esibizione di oggi: ancora una volta superba sotto ogni punto di vista. Canzoni fantastiche, suono tanto ricco di melodia quanto di energia e, soprattutto, una batteria di musicisti eccezionali che sanno rendere ogni nota e ogni singola sfumatura con un gusto infinito. Steve Overland non sbaglia un colpo e a partire dall’incipit affidato ad una nuova composizione come “Black Magic”, per passare attraverso un classico imprescindibile come “I Belong To The Night” e altre canzoni stupende nelle loro versioni live come “Let Love Be The Leader” o “Someday (You’ll Come Running)”, si procede spediti verso un finale caratterizzato da altri brani dal profilo classico come “Bad Luck” e, soprattutto, due pezzi da novanta degli anni ottanta come “That Girl” e “The Other Side Of Midnight”. Sono queste canzoni cantate da praticamente tutto il pubblico all’unisono, a dimostrazione di come in molti fossero qui proprio per loro. Top!

CORELEONI

Quando si sono sostituiti al buon vecchio Jack Russell più di uno ha storto un po’ il naso; più che altro perché la voglia di gustare live lo show di un grande come lo zio Jack era davvero molta… ma a conti fatti i Coreloni hanno tirato in piedi uno spettacolo a dir poco strepitoso, tanto da poter essere additati come i veri vincitori della giornata. Un’esibizione basata su canzoni d’impatto come quelle pescate dai primi tre album dei Gotthard, suonate in modo magnifico da una band di cui Leo Leoni è indiscutibilmente il leader, ma che può vantare tra le proprie file solo musicisti di prima categoria, tra cui un vero fuoriclasse come Ronnie Romero, letteralmente incendia l’entusiasmo dell’arena. Nessun’altra band ha avuto la partecipazione che hanno avuto loro e a ben vedere a tutto merito, visto che quella che la band mette in scena è la pura essenza dell’hard rock. Anche chi magari non aveva dimestichezza con brani ormai un poco datati come “Higher” o “Standing In The Light” non ha potuto resistere alla carica primordiale sprigionata. Sul palco la band sa come muoversi, come accattivarsi l’audience (anche scherzando sul fatto che Leo Leoni parla in italiano ad un pubblico che è italiano solo per poco più della metà) e come tenere in alto la bandiera del rock più viscerale. La tecnica strumentale è ineccepibile, ma è sul feeling che canzoni dalla struttura semplice e immediata come “She Goes Down”, la ballata “All I Care” o “Ride On” risultano vincenti. Dritti al punto e senza alcuna esitazione. Per loro solo applausi fino a spellarsi le mani.

JORN

Di sicuro arrivare dopo due esibizioni caratterizzate da intensità e perfezione come quelle di FM e Coreleoni ha contribuito a sminuire un poco lo show di quello che era l’atteso headliner. Così come l’ora di ritardo sulla scaletta si è inevitabilmente convertita in molte facce stanche tra un pubblico che comincia anche a diradarsi… e insomma, alla fine è innegabile che il grande feeling vissuto nella ultime ore non si è ripetuto durante la pur buona performance del cantante norvegese. Che lui abbia una voce super non si discute, ma nel complesso la sua presenza scenica non vale altrettanto e, similmente, la band che lo accompagna non è paragonabile per carisma e qualità assoluta a quelle che abbiamo visto appena prima. Paragoni antipatici (anche se inevitabili) a parte, rimane il fatto che uno show di Jorn è pensato per chi ama le sue canzoni e la sua voce, il che forse non sarà il massimo per l’audience eterogenea di un festival che non conosce a menadito ogni singolo brano, ma è più che sufficiente a regalare buone sensazioni ai fan. E che al centro di questo spettacolo, destinato a finire su un dvd live, ci sia lui, Jorn, con tutti i suoi enormi pregi e qualche difettuccio è non solo chiaro, direi cristallino. Tante le pause prese dal nostro per parlare con il suo pubblico, quasi sottovoce, con maniere più da padrone di casa che da trascinatore di folle… ma soprattutto tante le canzoni che hanno il suo marchio ben impresso sopra. Al di là infatti di qualche cover (e forse un paio si potevano anche saltare), come “Mob Rules/Rainbow In the Dark”, la gettonatissima “Ride Like The Wind” e “Shot In The Dark”, praticamente tutti i brani arrivano dal repertorio solista del nostro (ad eccezione di “Master Of Sorrow”, comunque figlia della collaborazione con Allen), senza lesinare scelte non proprio mainstream come “Legend Man” o “I Came To Rock”. Personalmente avrei preferito una scaletta meno lunga e qualche estratto in più dalle prime uscite, ma qui è chiaro l’intento di regalare anche ai fan che alla serata non hanno partecipato una panoramica live che permettesse loro di godere di canzoni che magari non avranno mai modo di vedere eseguite su di un palco. Anche per questo forse lo show si è dilungato, tanto da essere addirittura diviso in due parti, con l’ingresso in line-up di un martello come Francesco Jovino (e lui si chi si è sentito, eccome) per la seconda trance. Difficile dare un giudizio definitivo e tranciante, visto che forse mai come in questo caso si può parlare a ragion veduta di luci e ombre, ma la soddisfazione di aver potuto assistere all’esibizione di uno dei più grandi interpreti dei nostri giorni rimane… e comunque non è poco.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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