Frontiers Rock Festival: live report del Day 3

E fu sera e fu mattina: terzo giorno. Con i pavimenti asciutti e fuori un sole che spacca le pietre, la prima edizione del Frontiers Rock Festival arriva al suo giorno conclusivo, con la velocità, tra l’altro, di un battito di ciglia. Ma si sa, il tempo scorre più in fretta quando ci si diverte, no? Il terzo giorno è dedicato maggiormente alle sonorità hair metal e, casomai la stanchezza cominciasse a farsi sentire, non c’è tempo per rendersene conto. Il ritmo delle performance è serrato come sempre, e anche se, ma solo per questa volta, gli orari delle esibizioni subiranno dei ritardi, l’atmosfera da festa è tale che non si fa in tempo a rendersene conto.

Puntuali come un orologio, alle 15.00 è il turno dei Crazy Lixx. I cinque svedesi sono già passati qualche volta dall’Italia negli scorsi anni e con risultati alterni, ma ora, forti sicuramente di un’esperienza maggiore e caricati da un pubblico che, a dispetto dell’orario e del sole, è già numeroso, sanno dare il meglio di loro stessi. La band è attualmente impegnata nelle registrazioni di quello che sarà il loro quarto album, con la sola anticipazione del singolo “Sympathy”, ma in generale i Crazy Lixx preferiscono concentrarsi sui pezzi dell’ultimo album, Riot Avenue” (la recensione), e si comportano egregiamente, suonando otto brani, fra cui emergono in particolare “Rock And A Hard Place”, “Whiskey Tango Foxtrot” e “Heroes Are Forever”.

Si cambia decisamente atmosfera con Issa, unica donna della giornata e l’unico momento un po’ più “tranquillo” della giornata. La dolce Issa si fa notare per prima cosa grazie a una buona presenza scenica condita da abito nero e stivaloni che ne sottolineano bene la figura, per la gioia della parte maschile del pubblico (anche se stavolta mancano i coretti “faccela vedé, faccela eccetera eccetera”, che non erano mancati invece il giorno prima). Poi arriva la voce, ottima per l’AOR melodico che Issa propone da sempre, coadiuvata sul palco da una buona band, di cui fa parte l’onnipresente Alessandro Del Vecchio. Performance interessante, composta da sei brani, anche se non fra le più incisive della giornata.

Si cambia invece, e in modo drastico, atmosfera quando torna sul palco, dopo la prima esibizione nel primo giorno,  Jeff Scott Soto, che usa il Frontiers Rock Festival per iniziare il tour celebrativo dei trent’anni della sua carriera. Questa volta Soto sceglie il look in total black e, senza che ci sia bisogno di preamboli, esordisce con una setlist esplosiva e variegata, in cui Soto dimostra la grande attenzione verso i suoi fan e verso tutto lo staff attorno a lui, elementi non proprio scontati in una situazione normale; del resto, l’atmosfera al festival, ancora più che negli altri giorni, è quella di un’enorme festa colorata ad alto volume, una festa che comincia quando, come ospite speciale di Soto, sale sul palco Joel Hoekstra, chitarrista dei Night Ranger, per eseguire con lui il brano “Look Inside Your Heart”, e che continua con un’estenuante medley che comprende fra le altre la cover di “Frozen” di Madonna, ormai una sorte di tormentone per l’energico frontman. Soto sul palco non si risparmia, giganteggia sia in presenza scenica che per la sua voce, immutata e caratteristica come sempre, e quando alla fine il pubblico, per niente appagato da una performance già stratosferica, gli chiede ancora un brano, si trova in una di quelle situazioni in cui non sa dire di no. Parte quindi “Stand Up”, e per alcuni attimi sembra veramente di essere all’interno di una scena di massa del film “Rockstar”; questo regalo ai fan costerà un ritardo in tutte le tempistiche successive dei gruppi, ma ne è valsa la pena, eccome.

A 62 anni, John Waite dimostra invece un’enorme sensibilità, un carisma dirompente e, soprattutto, una voce ancora praticamente perfetta. Accompagnato da una band essenziale, che comprende però Keri Kelly alla chitarra, uno di quei musicisti che hanno suonato con chiunque, John Waite sfodera un repertorio in bilico fra l’energia rock e il romanticismo strappa mutande di alcune fra le ballad più romantiche mai partorite dalla scena AOR. Oltre alla conosciutissima “Missing You” infatti c’è da notare l’esecuzione della bellissima “When I See You Smile”, risalente al periodo in cui Waite cantava nei Bad English; il pezzo viene introdotto da Waite che canta a cappella la prima strofa e il primo ritornello, poi chiede aiuto al pubblico perché dice di non ricordarsi le parole della seconda strofa, fino a quando non interviene la band a sostenerlo nell’ultimo ritornello. Eccezionali anche la vecchia “Back On My Feet Again”, del periodo con i The Baby, e a concludere una versione di “Whola Lotta Love” talmente perfetta che bisognerebbe telefonare immediatamente a Jimmy Page e proporgli questo gentiluomo dalla capigliatura sbarazzina, una presenza tanto discreta e garbata quanto incredibile ed impeccabile dietro il microfono.

Il tempo passa ed arriva il momento delle ultime tre band, un trittico irripetibile. I Danger Danger sono il gruppo più atteso dalla maggioranza del pubblico, e l’accoglienza trionfale tributata viene ripagata da uno show che si colloca di diritto fra i migliori in assoluto di tutto il festival. Impossibile rimanere indifferenti di fronte a brani come “Rock America”, che apre il set, “Monkey Business”, ma soprattutto la classica e conosciutissima “Naughty Naughty”, scandita a tempo da tutto il Live Club. Piccoli intermezzi e siparietti (si fa vedere anche uno degli organizzatori Frontiers che dispensa bicchierini di alcolici con cui la band brinda a tutto il festival) mascherano alcuni problemi tecnici, ma in generale i Danger Danger hanno superato gli esami con il massimo dei voti.

Schiacciati fra i Danger Danger e i Night Rangeer che, se possibile, faranno ancora meglio, si ha quasi l’impressione che i Winger abbiano qualche difficoltà in più a farsi apprezzare. Forse è solo una questione di novità, dato che sia Kip Winger che Reb Beach sono passati dal nostro Paese più volte e anche da solisti, mentre le altre due band costituiscono appunto una novità maggiore, sarà che Kip Winger sembra a sua volta disturbato da qualcosa (forse problemi tecnici?), ma a volte la sua presenza sembra non bastare. Ad ogni modo, i vecchi classici come “Madalaine”, messa a inizio scaletta, “Headed For A Heartbreak”, “Hungry”, “Easy Come Easy Go”, “You Are The Saint, I Am The Sinner”, queste ultime tutte concentrate nel finale del set, riscuotono un successo immediato e ancora una volta unanime fra il pubblico, che poi si scatena definitivamente con la conclusiva “Seventeen”. C’è spazio anche per un assolo del sempre ottimo Reb Beach e per l’eccezionale Rod Morgenstein, sempre eccellente dietro la batteria.

È difficile dire quale sia stato in assoluto il gruppo migliore di tutto il Frontiers Rock Festival, ma di sicuro, in un ipotetico podio, ci sarebbero i Night Ranger. Questi pazzi californiani, infatti, fregandosene altamente del ritardo nei tempi, della stanchezza incombente e del caldo torrido, hanno suonato incessantemente per più di un’ora, concedendosi qua è là qualche battuta scoppiettante e qualche riferimento al nuovo album, “High Road”, previsto in uscita a giugno, di cui tra l’altro viene eseguita la title track. Tutti e quattro i musicisti suonano e cantano come se questo fosse l’ultimo concerto sulla Terra, e anche il batterista Kelly Keagy scende dalla sua postazione alcune volte per ricoprire il ruolo della voce solista. Jack Blades è un’esplosione di adrenalina, mentre i siparietti con relative strusciate fra il coreografico Joel Hoekstra e Brad Gillis, che non si dimentica mai di far scorrere la lingua sulla tastiera della chitarra, sono un altro segno di quanto la band si diverta suonando e riesca a far divertire. C’è però anche il momento romantico con la ripresa di un bellissimo brano dei tanto dimenticati (ingiustamente) Damn Yankees, la ballad “High Enough”, ma arriva poi il finale con un medley fra “Don’t Say You Love Me” e “Highway Star” dei Deep Purple, e per finire, tutti si scatenano in una danza senza limiti durante “(You Can Still) Rock In America”, con cui si spengono finalmente le luci. Impossibile non restare soddisfatti di fronte a un festival del genere, sia per la grande caratura dei gruppi, sia per l’organizzazione perfetta; inutile dire che le richieste per una seconda edizione stavano già fioccando dopo il primo giorno, e che ne è valsa veramente la pena.

anna.minguzzi

view all posts

Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login