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Frontiers Rock Festival IV: Live Report e foto del Day 2

Se il primo giorno ha regalato belle sensazioni, c’è giusto il tempo di recuperare le forze che già si viene catapultati ad una seconda giornata che non promette nulla di meno interessante. Altre bevute, altri amici da salutare e tantissima altra musica. E che volete di più?

CRUZH

Si comincia in perfetto orario con questa nuova band svedese, di cui sinceramente fino ad oggi non avevo ascoltato quasi nulla. Mi raccomando, innanzitutto, non fate arrabbiare il bassista Dennis Butabi Borg pronunciando male il nome della band (si dice “crasc”, lo ha ribadito più volte sul palco)… potreste finire come trofeo di caccia al posto del pellicciotto che indossava oggi! Look vistoso a parte i nostri riescono perfettamente nella loro missione di apripista, inanellando una manciate di canzoni piuttosto canoniche, ma comunque ben eseguite e piacevoli, più in linea con l’AOR anni ottanta che con il melodic rock contemporaneo. L’attitudine c’è, la tenuta del palco anche… non ci aspettavamo più di questo onestamente. Li promuovo quindi senza troppo indugi.

LIONVILLE

Per quanto mi riguarda i Lionville sono stati invece la sorpresa della giornata. Che fossero bravi già lo si sapeva, ma che arrivassero oggi sul palco sfornando una prestazione degna dell’Olimpo del AOR, bé, forse non se lo aspettavano neanche loro. Fin dalle prime note lascia senza fiato la voce assolutamente strepitosa del singer Lars Safsund, ma è proprio tutta l’amalgama del suono a risultare vitale ed emozionante. Una resa live che ha superato quello a cui la band ci aveva abituato in sede di studio, facendo emergere in modo ancora più pregevole le finezze compositive di canzoni come “I’ll Wait” (da brividi), “All We Need” o la trascinante accoppiata “Bring Me Back My Love”/”Power Of My Dreams” . A riprova di ciò, nonostante sia ancora pomeriggio e fuori brilli un bel sole, il locale è gremito, la gente canta le canzoni come se le conoscesse da sempre e l’atmosfera è quella che in genere si respira con band che suonano molto più vicino alla fine della scaletta. Vi pare poco?

ADRENALINE RUSH

Se si parla di glamour, non c’è alcun dubbio che la vincitrice assoluta di questa due giorni sia stata la bellissima Tåve Wanning (se ad ogni richiesta di foto segue un disco venduto ce li troviamo presto in classifica nella top ten). Ed è innegabile che molto dell’appeal che la band si porta dietro sia legato a cotanta avvenenza. Non di meno, una volta sul palco, gli Adrenaline Rush hanno dimostrato di non essere certo delle mammolette, sfornando una prestazione d’insieme dannatamente muscolare e heavy oriented. Soprattutto alcuni brani dall’ultimo album, come “Adrenaline” o “My Life” evidenziano un netto distacco dall’hard rock più easy del primo disco per lasciare spazio a strutture più pesanti. Non mancano però anche canzoni più melodiche, come il vecchio singolo “Change” o la molto bella “Sinner”. A qualcuno sono piaciuti, altri li hanno snobbati, ma attitudine, passione e fisicità sono parte integrante dell’immaginario rock da sempre e gli Adrenaline Rush (ripetiamo, tutta la band) ne hanno da vendere.

KEE MARCELLO

Con una storia alle spalle come quella di Kee Marcello le presentazioni servono a poco. Che poi il nostro sia un chitarrista letteralmente mostruoso è un fatto altrettanto noto, ma c’è poco da fare, la maggior parte delle gente è qui per sentire i pezzi degli Europe e ben pochi (lo ammetto, pure io) conoscono a sufficienza quanto fatto dal mitico Marcello durante la sua carriera solista. La cosa crea di per sé un problema basilare, ovvero che le canzoni sue sono anche interessanti, ma difficilmente riescono ad esaltare l’audience, mentre quelle che arrivano dal repertorio delle vecchia band le conoscono tutti, ma in versioni cantate da un altro fenomeno come Joey Tempest. Ora, detta così pare che alla fine ci si sia dovuti accontentare, ma il termine non renderebbe giustizia alla bravura della band e a quella, come chitarrista, di Kee Marcello. Lo show rimane generalmente di alto livello e in qualsiasi versione canzoni come “More Than Meets The Eye” e “Superstious” sono una garanzia. L’unica cosa che veramente ci saremmo risparmiati è il finale con una ritrita “The Final Countdown”. A costo di essere in minoranza, dichiaro pubblicamente che certi brani davvero non si riesce più a mandarli giù.

UNRULY CHILD

Diciamolo in modo esplicito, quando è stato annunciata la presenza degli Unruly Child al festival ed è stato comunicato che avrebbero eseguito per intero il loro album di debutto, siamo andati in tanti a tirar fuori il suddetto disco per dargli l’ennesimo giro sullo stereo e in molti abbiamo pensato che sarebbe stato difficile ritrovare la magia di quei tempi. Ebbene, signori, alla fine possiamo solo dire di esserci sbagliati, perché anche se in questo caso più che in altri il tempo ha portato cambiamenti importanti, le canzoni dimostrano ancora una volta tutta la loro potenza evocatrice. Marcie Free canta in modo fenomenale, basti ad esempio solo una canzone come “To Be Your Everything”, ma è tutta la band (in formazione completamente originale, una rarità oggi) ad essere ancora in grande spolvero. La base ritmica si fa sentire al massimo sui brani più rockeggianti, come “Wind Me Up” e “On The Rise”, così come la precisione e il gusto della chitarra di Bruce Gowdy non mancano di affascinare. Il finale di “Who Cries Now”, con una Marcie visibilmente commossa, entra poi direttamente al numero uno della lista dei momenti da groppo in gola della giornata.

L.A. GUNS

E qui siamo a quello che per il sottoscritto è stato l’evento nell’evento, la band che ascolti da quando sei poco più che bambino e che non vedi l’ora di vedere con il cuore che palpita. In questi casi il rischio di restare delusi è sempre elevato, ma la band di Tracii Guns e Phil Lewis appare invece in una forma smagliante. La scaletta, basata ovviamente sulle prime uscite della band, è stata qualcosa da far venire un mezzo infarto a chi non l’ha più l’età per saltare e cantare… già al terzo pezzo (per la cronaca la pesantissima “Killing Machine”) le carte sono in tavola. La band ha un tiro senza pietà, Phil Lewis sta cantando come se avesse vent’anni e Tracii Guns, bé, lui è Tracii Guns (un po’ come il Marchese del Grillo insomma). Arriva anche un pezzo nuovo, “Speed”, anticipazione succosa di un disco in uscita che a questo punto attendiamo tutti con impazienza. Ma sono immancabilmente tutti i vecchi classici a farci godere in modo spropositato, fino a prosciugare ogni residua energia… ma dove cavolo siete stati per tutti questi anni? Maledetti voi!

TNT

Non facile l’impresa dei TNT di sorpassare nel ruolo di headliner quanto appena fatto dagli L.A. Guns. Buon per loro che la differenza tra le due proposte è talmente evidente da non dare vita a paragoni di sorta. Sin dalle prime note si capisce che la band di Le Tekro ha comunque dalla sua quello che in molti non possono vantare, ovvero canzoni eccellenti e un singer con una voce dalla timbrica inimitabile come Tony Harnell (anche se forse non proprio del tutto impeccabile questa sera). Una bella fetta del repertorio arriva dal favoloso “Tell No Tales”, che festeggia nel 2017 i trent’anni di vita, ma non mancano anche brani altrettanto classici come la sempre grandiosa “Tonight I’m Falling” e la mitica “Seven Seas” (purtroppo unico estratto da “Knights Of The New Thunder”). Il pubblico fa il suo, cantando a squarciagola le canzoni e accompagnando la band con entusiasmo durante tutto il concerto. Si arriva così ai bis e, inevitabilmente, alla conclusione dello show, affidata ad una hit come “Everyone’s A Star”. Una fine che purtroppo rappresenta anche un commiato dall’intero evento… Che aggiungere, di musica ce n’è stata molta, quasi sempre buona e in alcuni momenti buonissima, ma questo Festival non è immancabile solo per le canzoni, è imperdibile per lo spirito che lo pervade. Ci sono le band, c’è il pubblico, ci sono gli addetti ai lavori, ma alla fine le differenze si stemperano per far emergere quella che è una palpabile passione comune. Da questi splendidi giorni portiamo tutti via non solo belle emozioni, ma anche nuove amicizie e tanti ricordi. A poterlo fare ci sarebbe da organizzarne uno al mese di Frontiers Festival, il mondo sarebbe sicuramente un posto migliore.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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