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Frontiers Rock Festival IV: Live Report del Day 1

Diciamolo ad alta voce: un evento come il Frontiers Festival dovrebbe essere finanziato direttamente dalla Comunità Europea. Nessun altro festival in Italia ha infatti una dimensione continentale come quello che si svolge ormai da quattro splendidi anni al Live Club di Trezzo Sull’Adda, e non solo perché a partecipare sono spettatori provenienti da paesi diversi, ma perché la stessa struttura culturale dell’evento, con le band, ad esempio, che non lesinano la loro presenza al di qua del palco per foto e autografi, è all’insegna della passione condivisa. Si ha davvero l’impressione che i gradi di separazione siano quasi annullati e che in qualche modo ci si conosca più o meno tutti, arrivando a creare una comunità sovranazionale che si unisce una volta all’anno in nome di quel bene comune che si chiama musica rock. Si tratta di una valore umano che trascende l’aspetto puramente tecnico e artistico, ma non per questo sotto questi punti di vista le cose vengono lasciate al caso. Tutt’altro. L’organizzazione è infatti come sempre perfetta e la musica… bé, di quelle cerchiamo di darvi uno spaccato band per band nel nostro report qui sotto. (Riccardo Manazza)

PALACE

Il compito di aprire le danze viene affidato alla band del giovane Michael Palace e, nonostante l’ora (le 15 del pomeriggio), e un bel sole che regala tepore invogliando a rimanete nell’area esterna, il pubblico all’interno è già abbastanza numeroso. Dimostrazione di come quanto specificato nell’introduzione a proposito della passione dei partecipanti corrisponda a realtà. Purtroppo, come nella più classica delle leggi di Murphy, gira un po’ tutto storto alla band, che viene anche sfavorita da, rarissimi in questo contesto, problemi tecnici. Il risultato è una prestazione complessiva non certo perfetta, forse condizionata anche dall’emozione. Ma in fondo quello che conta in una posizione come quella dei Palace è metterci tutto l’impegno possibile e scaldare a dovere l’audience. E su questo nulla da dire: brani superclassici come “Path To Light”, “She Said It’s Over” e “Master Of The Universe” la loro figura presso i fan del genere la fanno sicuramente. (Riccardo Manazza)

ONE DESIRE

Dopo il preoccupante scivolone iniziale rappresentato dall’esibizione rivedibile dei Palace c’era immediata curiosità di capire se i One Desire fossero in grado di raddrizzare le sorti di un Festival partito un po’ in sordina. Solo qualche giorno prima avevo avuto moto di ascoltare il loro debutto eponimo imbattendomi in un ottimo lavoro di AOR muscolare molto catchy e memorizzabile ma devo dire che l’impressione avuta dal vivo ha rafforzato la convinzione che questi ragazzi finlandesi ci sappiano dannatamente fare; c’è più di un punto di contatto con gli Eclipse (che saliranno sul palco poco dopo) tanto per farvi un’idea, ma bisogna dire che il trasporto del cantante/chitarrista André Linman e dell’altra ascia Jimmy Westerlund sono davvero encomiabili accendendo pezzi come “Hurt”, “Apologize” e “Buried Alive”. Direi che sarebbe il caso di accaparrarsi CD o LP perché sentiremo sicuramente parlare dei One Desire in futuro. (Alberto Capettini)

CRAZY LIXX

Che i Crazy Lixx siano una band tosta e con un sacco di attitudine non sono certo io a dovervelo dire. Dopo ormai cinque dischi i nostri hanno indubbiamente dalla loro l’esperienza giusta per far esplodere al meglio la carica delle singole canzoni e il loro è uno show che si bilancia bene tra brani più melodici, come “Blame It On Love” e altri più aggressivi e hard, come “Hell Raising Women”. Tutti fila liscio, una canzone dietro l’altra, con la band che mostra i muscoli in più occasioni (in tutti i sensi), fino a quella che rimane la loro hit più scintillante, ovvero “21 Til I Die”. Il pubblico li apprezza e canta ogni ritornello, ma d’altronde non potrebbe essere altrimenti, visto che forse nessuno meglio di loro, almeno tra le band più recenti, ha rappresentato in questi due giorni lo spirito più selvaggio, adrenalinico e sguaiato degli anni ottanta. Alla fine del concerto tutti presi bene e via con fiumi di birra e foto ricordo… Lo spirito è davvero quello giusto. (Riccardo Manazza)

ECLIPSE

Non ce ne vogliano le altre band, ma all’arrivo sul palco di Erik Mårtensson e dei suoi Eclipse si capisce all’istante che il livello della proposta si impenna non di poco. L’incipit, lasciato all’accoppiata “Vertigo” / “Never Look Back” gasa praticamente chiunque, ma non è solo la qualità dei pezzi a far esaltare. Chi infatti ha avuto modo di vedere in altre occasioni la band dal vivo, sa quanta carica i nostri riescano a trasmettere con la loro musica, superando anche di gran lunga l’effetto che le stesse canzoni hanno ascoltate su cd. Si tratta di un dono che è dato possedere esclusivamente a quelli che sono intrattenitori nati, e qui non ci sono solo classe e mestiere, ma anche tanta passione. Lo show non offre il fianco a nessuna critica, rimane semplicemente da godere nota dopo nota, segnalando giusto l’apparizione di una gloria nazionale come Michele Luppi, ospite sul palco per la bella “Jaded” e una versione in chiave acustica di “Battlegrounds” da brividi. Giù il cappello. (Riccardo Manazza)

REVOLUTION SAINTS

Inutile negare come la prima esibizione live in assoluto dei Revolution Saints (in Italia tra l’altro per registrare il secondo album) fosse uno degli eventi di questa due giorni all’insegna dell’hard rock e nonostante qualche prevedibile imperfezione dovuta anche all’emotività del momento, il trio delle meraviglie (inutile elencarvi qui con quanta gente hanno collaborato i nostri nella loro carriera) ha ampiamente confermato le attese. Deen Castronovo si è confermato gran vocalist (anche se un po’ “indisciplinato”) e quando si è seduto dietro al drumkit ho seriamente pensato che avrebbe frantumato qualche pelle o piatto; Doug Aldrich ha sciorinato la sua tecnica chitarristica con totale naturalezza mentre Jack Blades ha distribuito sorrisi a tutti nonché cantato in maniera incisiva mentre non dobbiamo dimenticare l’apporto pacato ma estremamente funzionale del nostro Alessandro Del Vecchio a tastiere e cori. Hanno funzionato molto bene pezzi come “Turn Back Time” e “Dream On” anche se quando sono stati riproposti classici come “Higher Place” (Journey) o ancor di più “Coming Of Age” dei Damn Yankees il Live Club è stato davvero scosso fino alle fondamenta. (Alberto Capettini)

TYKETTO

Una delle caratteristiche migliori del Frontiers Festival, fin dalla prima edizione, è stata l’organizzazione curata nei minimi dettagli e all’interno di questa strutturazione la possibilità, tramite braccialetto, di uscire dal locale tutte le sacrosante volte che si desidera; stavo appunto sgranocchiando un trancio di pizza con l’amico e collega Ric Manazza quando all’interno sono partite le inequivocabili note di “Sail Away” dei Tyketto. Si sapeva che gli americani avrebbero suonato “Don’t Come Easy” nella sua interezza però nessuno se lo sarebbe immaginato rivisitato upside down. L’ultracinquantenne Danny Vaughn (la ricetta della pozione dell’eterna giovinezza sarebbe gradita) ha sbaragliato ogni tipo di concorrenza, tramutando i Tyketto nei vincitori assoluti di questa giornata hard rock (parere non solo soggettivo visto l’entusiasmo del pubblico). Col solo Michael Clayton alla batteria tra i reduci della formazione originale la band che accompagna oggi il cantante di New York è formata da signori musicisti, ex (o ancora) membri di formazioni interessanti come Furyon, Ten e Thunder. Man mano che la scaletta procede ci si accorge, oltre allo stato di forma invidiabile di Vaughn, quanto “Don’t come Easy” fosse davvero un album fenomenale (non fu da meno neanche il successore “Strength In Numbers” da cui è stata estratta “Rescue Me”); “Lay Your Body Down”, l’acustica “Standing Alone”, “Wings” e l’apoteosi finale di “Forever Young” (zenith della giornata) sono canzoni che fanno ormai parte della storia dell’hard rock e sono state rese in maniera ineccepibile. (Alberto Capettini)

STEELHEART

Attendevo davvero con ansia l’esibizione degli Steelheart o perlomeno quello che ne rimane visto che il solo Miljenko (formerly Michael) Matijevic faceva parte della formazione che nei primi anni ’90 divenne una delle armi improprie più potenti della scena hard rock; le sonorità di “Steelheart” (1990) e “Tangled In Reins” (1992) puntavano sì sulla melodia ma anche su una muscolarità esibita con vigore e una voce tra le più incredibili mai sentite in termini di estensione. Sapevo che le sonorità dei “nuovi” Steelheart erano decisamente più moderne e contaminate ma la cosa non mi spaventava, visto, ad esempio, il valore davvero inattaccabile di un album come “Good 2B Alive” (2008); e da qui deriva purtroppo la delusione per il concerto a cui abbiamo assistito (utilizzo il plurale perché ho percepito ben più di un dissenso tra il pubblico) approcciato in maniera troppo distaccata rispetto alle band esibitesi precedentemente e anche con una certa supponenza da parte del leader… supponenza che andrebbe ridimensionata dato il vistoso calo che ha avuto la voce del nostro e qualche stonatura di troppo. Il solo Rev Jones (ex Black Symphony), bassista tarantolato (che ricorda molto Flea) ha messo il giusto piglio in un’esibizione iniziata curiosamente con due cover della band fittizia degli Steel Dragon (era Matijevic in effetti il vero vocalist dietro al personaggio di Mark Wahlberg nel film “Rock Star”); chiaramente un concerto come quello dei Tyketto non lascia dubbi su chi sia stato l’headliner ufficioso della prima giornata anche perché abbiamo assistito a versioni perlomeno rivedibili di pezzi immortali come “Gimme Gimme”, “She’s Gone” e “Everybody Love Eileen”. Ovvio che ci sono stati anche momenti di buon livello, però non riesco a non rimpiangere le immagini live della band con il grande Chris Risola alla chitarra solista ma anche la perfetta organizzazione Frontiers non può sempre compiere il miracolo. (Alberto Capettini)

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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  1. Giulio B

    Presente al primo giorno, commento cosi:
    Top: Tyketto e Eclipse semplicemente mostruosi in tutto!
    Rivelazione: One Desire!
    Flop: Palace

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