Frontiers Rock Festival III: Live Report e foto del festival

E così siamo arrivati anche alla terza edizione del Frontiers Rock Festival. Come sempre l’etichetta italiana raccoglie il meglio del mondo rock e hard rock, in una cornice sempre impeccabile come quella del Live Club di Trezzo. Ma bando alle ciance. Lasciamo parlare la musica. Ecco quello che abbiamo visto nella due giorni.


Day 1 – 23 Aprile


No Hot Ashes

Come specificato nel nostro speciale, i No Hot Ashes in apertura sono un una scelta un po’ inusuale. Band con una storia trentennale, in realtà non sono mai arrivati al debutto (cosa che succederà a breve con Frontiers). Il pubblico non è numerosissimo ma risponde bene. Ci sono ancora tutte le forze al massimo. Prestazione chiaramente breve ma comunque convincente. Un buon antipasto. (Tommaso Dainese)


Shiraz Lane

Gli Shiraz Lane erano per il sottoscritto uno dei momenti più attesi del festival. I finlandesi sono uno dei nuovi nomi della Frontiers e ci propongono un hard rock sleaze scandinavo che non riscriverà le sorti della musica ma che nel debutto  “For Crying Out Loud” ha decisamente convinto. Purtroppo i volumi non sono ancora regolati a dovere e la performance della band è convincente solo a metà. Il suono è un po’ troppo confuso, nonostante la band sia super rodata. Sia musicalmente che sul palco gli Shiraz Lane tendono a omaggiare un po’ troppo i loro idoli (Skid Row e Guns in testa), cadendo a volte nell’imitazione. Ma sono giovanissimi. Unico punto di domanda la voce di Hannes Kett: incredibilmente alta, ma forse in fin dei conti poco efficace dal vivo, da domare. Su tutte “Same Old Blues” e la titletrack. Da rivedere. (Tommaso Dainese)


Find Me

Dopo l’adrenalina e le corse furiose degli Shiraz Lane su e giù per il palco, c’è bisogno di una piccola dose di tranquillante. A calmare gli animi, sempre naturalmente a base di buona musica, ci pensa Robbie Leblanc con i suoi Find Me. La band (in cui fa bella mostra di sè un bassista che è il sosia di Bruno Martelli, il personaggio del telefilm “Saranno famosi”) sfodera molti estratti dal disco “Dark Angel” senza sbagliare una nota, con una performance molto più tranquilla dal punto di vista visivo, ma non meno imponente da quello vocale e tecnico. Promossi a pieni voti anche loro (Anna Minguzzi).


The Treatment

Arrivati con un buon disco alle spalle, i giovani The Treatment mordono il palco come se fossero veterani del settore. L’esplosiva “Let It Begin” segna l’inizio di un altro concerto adrenalinico e la band non delude in alcun modo le aspettative con il suo hard rock venato di modernità senza mai esagerare. Il nuovo frontman  Mitchel Emms sarebbe potuto essere l’unica incognita, ma alla fine non ci sono problemi; anzi, la band sembra perfettamente amalgamata, e la scelta di Emms alla voce sembra sia stata quella giusta (Anna Minguzzi).


Drive, She Said

Dopo averlo visto in azione, si stenta a credere che il buon Mark Mangold, mentre e anima dei Drive, She Said, abbia raggiunto il traguardo delle 68 primavere. Questo, soprattutto, se si mette lo straordinario Mangold a fianco dell’altro nome noto della band, il cantante Al Fritsch, che a parte la mole non proprio da gazzella manifesta, in effetti, qualche problema nel tenere l’intonazione. Ad ogni modo, alternando brani validi dall’ultimo lavoro, come la title track “Pedal To The Metal”, con cui si apre il set, a classici come “Don’t You Know What Love Is” dei Touch il tempo scorre rapido. Sul palco con Mangold si alternano altri musicisti di grande rilievo, come il chitarrista Tommy Denander e Fiona, voce femminile dell’AOR, che fa una breve apparizione in duetto con Fritsch. Piacevoli (Anna Minguzzi).


Treat

I Treat erano certamente uno dei nomi più attesi del festival. L’ultimo “Ghost Of A Graceland” ha riscosso pareri positivi praticamente ovunque. Attesa ripagata? Nì. Se vogliamo vederla sotto il punto di vista del divertimento e del coinvolgimento, quello dei Treat è stato uno show magnifico. Se vogliamo invece vederlo sotto il punto di vista dell’onestà della performance, i Treat tirano decisamente un po’ troppo la corda con basi e cori registrati. Siamo sicuri che anche i numerosi aiutini, i Treat avrebbero messo a segno uno show notevole, ma c’è un senso di artificiosità troppo pesante. Quando puoi alcuni cori partono addirittura fuori syncro, la frittata è fatta. Un peccato, avremo preferito qualche stecca in più (di cui magari non se ne sarebbe accorto nessuno). In ogni caso concerto molto divertente, conclusosi con la mitica “World Of Promises” (Tommaso Dainese). 


Last In Line

Arriviamo dunque alla fine della prima giornata con uno dei concerti fin troppo rimandati e che per poco non rischiava di finire in fumo anche questa volta. I Last in Line nascono originarimente come omaggio (non tributo)  e riproposizione della prima line-up di Ronnie James Dio solista. Campbell, Bain e Appice. Come sappiamo tutti Jimmy Bain è scomparso poco prima dell’uscita di “Heavy Crown“, primo album della band. C’è Phil Soussan al suo posto, presente anche questa sera a Trezzo. Che dire, uno show cristallino e perfettamente riuscito. La band, come dichiarato anche ai nostri microfoni, ripropone il meglio del repertorio tratto dai primi due album dei Dio, insieme a qualche estratto dal nuovo album originale. Qualcuno si aspettava uno show più incentrato sul nuovo repertorio, qualcun’altro non vedeva l’ora di risentire i classici. Quasi tutti accontentati. Andrew Freeman è un cantante di razza e non scade nello scimiottare l’inarrivabile Ronnie James. Da invece un’interpretazione potente e personale del repertorio. Da paura “Egypt“, brano forse meno famoso rispetto a Holy Diver le classiche We Rock e Last In Line. A ruota una fantastica “Don’t Talk To Stranger“. La band smetalla alla grande, con un sound decisamente molto heavy. Ci auguriamo non sia così, ma l’impressione è quella di aver assistito a una performance unica che difficilmente si ripeterà nel prossimo futuro. Ora tutti a nanna. (Tommaso Dainese)


Day 2 – 24 Aprile


Blood Red Saints

La giornata inizia bene per il pubblico, un po’ meno bene per i Blood Red Saints, che si scusano per qualche inconveniente tecnico e per il loro tastierista, che è costretto a suonare su strumenti prestati perchè i loro bagagli non sono ancora giunti a destinazione. Il tutto, comunque, all’insegna dell’ironia tipicamente british e ad introdurre una giornata che riserverà molti momenti preziosi. La band si concede a tal punto da proporre un brano inedito, che viene approvato per acclamazione popolare, mentre l’arpeggio iniziale di “Wanted Dead Or Alive” introduce l’ottima “Better Days“. Una band valida e completa che convince (Anna Minguzzi).


Inglorious

Altra novità in casa Frontiers e qui il centro è pienissimo. Gli Inglorious nascono come band solista di Nathan James, già voce di T.S.O. e Uli John Roth, trasformandosi poi in una band vera e propria. Il primo album omonimo è un vero concentrato di hard rock, con grandi influenze classic 70’s ma con un piglio moderno e potente. Erano uno dei nomi più attesi e, in termini di feedback dal pubblico, sono stati uno degli act più acclamati della due giorni. Nonostante la band sia stata fondata solo due anni fa, i personaggi coinvolti hanno una notevole esperienza alle spalle. Nei 45 minuti a disposizione la band sfodera il meglio dell’unico album pubblicato (bellissime “Holy Water” e “Unaware” in conclusione) insieme a un paio di cover (“I Surrender” di Russ Ballard e “Girl Goodbye” dei Toto). Bravissimi.  Ne vogliamo di più. (Tommaso Dainese)


Terry Brock

L’esibizione di Terry Brock è una di quelle che emozionano e inorgogliscono quelli a cui piace il rock suonato da gente “di casa nostra”. La band che accompagna Terry Brock è infatti quasi esclusivamente composta da musicisti italiani, fra cui spiccano Anna Portalupi al basso e Alessandro Del Vecchio alle tastiere. Oltre a un accenno a “Purple Rain” (che riprenderanno anche i Talisman più avanti), Brock alterna pezzi alla chitarra acustica e solo alla voce, con una comparsata da un ospite di riguardo come Mark Mangold, che si è esibito il giorno prima con i Drive, She Said. Una carrellata nell’AOR più interessante e intelligente, contraddistinta da una voce ancora solida e forte (Anna Minguzzi).


The Defiants

E chi se l’aspettava. In ogni edizione del FRF c’è stato spazio per i Danger Danger. Il primo anno con la formazione ufficiale, l’anno scorso con Ted Poley solista, quest’anno con i The Defiants, trio composto da Paul Laine, Bruno Ravel e Rob Marcello. L’album di debutto, uscito pochi giorni, prima non aveva deluso, ma il vero potenziale del trio si è pienamente espresso sul palco. Paul Laine in stato di vera grazia (al di là del look imbarazzane); Ravel incontenibile, decisamente divertito, entusiasta dello show, scherza in continuazione e prende anche in giro l’accento english-napoletano degli amici della Frontiers; Marcello più in disparte ma comunque convincente alla chitarra. Sorprende il trasporto del pubblico. Escludendo il tripudio dei Talisman, quello dei The Defiants è sicuramente il momento di maggior partecipazione della platea, veramente scatenata. La setlist è perfettamente bilanciata tra diversi estratti del nuovo album (ottima “Take Me Back“), momenti solisti di Paul Laine (ovviamente “Dorianna” su tutti) e alcuni classici dei  Danger Danger Laine-fronted come “Goin Goin Gone“. Uno show veramente divertente e coinvolgente e incredibilmente compatto nonostante l’unicum di Trezzo. (Tommaso Dainese)


Graham Bonnet Band

Qui il dilemma è: premiare la carriera e la storia di una delle Voci (con la V maiuscola) del rock o essere obiettivi e inflessibili? Non si può non voler bene a Graham Bonnet, voce di Alcatrazz e Rainbow, nonchè autore di una serie di ottimi album solista. Lo show di Trezzo viene registrato per un futuro live album ma, nonostante fosse uno dei nomi di rilievo, la platea si svuota per metà (e salire sul palco dopo il successo dei The Defiants non era cosa semplice). La setlist ovviamente è composta per gran parte di cover, spaziando da Rainbow (“Eyes Of The World“, “All Night Long“, “Since You’ve Been Gone“), Alcatrazz (“Suffer Me“, “Jet To Jet“, “Island In The Sun“) e Michael Schenker Group (“Assault Attack“, “Dancer“). Non andremo oltre. Diciamo che Bonnet potrebbe viaggiare a livelli vocali differenti, insieme a una band magari meno ingessata (Tommaso Dainese)


Trixter

Quello dei Trixter era uno dei concerti evento del Frontiers Rock Festival. In quel di Trezzo si è infatti svolta la prima performance europea della band di sempre. Proprio così. In 30 anni di carriera la band di Steve Brown non aveva mai calcato un palco europeo. Il pubblico del Frontiers risponde benissimo, accogliendo i Trixter nel migliore dei modi. Gli ultimi due album, “New Audio Machine” e “Human Era“, avevano riportato il nome della band in auge e dal vivo vengono proposti insieme ad alcuni dei classici. Onestamente, a parere di chi scrive, la proposta della band è fin troppo omogenea, con un songwriting un po’ statico, ma dal vivo i Trixter spaccano davvero. Line up completamente originale, 30 anni di carriera, ma l’energia di ragazzini 20enni. Loro decisamente divertiti, il pubblico ha apprezzato molto. Speriamo di non dover aspettare altri 30 anni (Tommaso Dainese).


Talisman

Alla faccia della stanchezza, della voglia di tornare in albergo e dare un po’ di riposo ai piedi, lo show dei Talisman si piazza di diritto in uno dei migliori cinque di tutte le tre edizioni finora viste del festival. Si tratta di uno show completo, dal punto di vista musicale, grazie alla forza di tutti i musicisti, ma soprattutto a quella di Jeff Scott Soto. Fa cantare tutti i presenti stando sopra il palco, fa gli auguri di compleanno al chitarrista e vecchio compagno di avventure Pontus Norgen, salvo poi chiedere se tra il pubblico c’è qualcun altro che compie gli anni e cantare “tanti auguri a te” al perfetto sconosciuto di turno, scende dal palco e si mescola alla gente in “I’ll Be Waiting“, lasciando il microfono a chi gli sta vicino, torna sul palco di gran carriera, trascina vicino a lui Mario De Riso della Frontiers e lo fa cantare, il tutto senza perdere un colpo a livello vocale e travolgendo tutto con il suo carisma da frontman rodato. E’ uno show importante dal punto di vista emotivo, perchè i Talisman stanno eseguendo un concerto unico di reunion e, se i Last In Line ricordano Jimmy Bain solo alla fine del loro set, Marcel Jacob, bassista dei Talisman morto suicida nel 2009, è ricordato più di una volta ed è spiritualmente presente in ogni momento. Riascoltare dal vivo brano come “Love Is A Lie“, “Higher And Higher” o “Mysterious” è un privilegio che non dimenticheremo facilmente. C’è spazio anche per la cover in versione rock di “Frozen” di Madonna e per uno strepitoso assolo di chitarra per Norgen, aperto dalle note dell’Adagio di Albinoni, e per la cover di “Purple Rain” in omaggio a Prince, che chi aveva assistito al soundcheck aveva già avuto modo di ascoltare. Eccezionale sotto tutti i punti di vista; difficile pensare a un modo migliore per concludere questa terza edizione del festival (Anna Minguzzi).

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Alberto Capettini

    Ebbravi ragazzi…

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  2. Giulio B

    Presente per la prima volta al Frontiers e solo nel primo gg, devo dire che sono stato felice di esserci stato.
    Non c’erano moltissima gente, a mio avviso un delitto per la caratura di alcune esibizioni, ma lo show, tra alti e bassi, mi ha divertito.
    Ecco la mia opinione sulle band:
    Promossi: The Treatment (prova maiuscola), Find Me (LeBlanc voce divina), e Last In Line (carismatici)
    Bocciati: Drive She Said (confusione di suoni e voce…..da ri-ascoltare)
    Rimandati: Treat (grandissima band con fantastico appeal sul pubblico, ma….. qls non ha funzionato) Shiraz Lane (giovanissini ma troppo cloni) e No Hot Ashes (buon gruppo …da “ri”scoprire)
    Peccato aver dovuto mancare il secondo giorno, soprattutto per gli adorati Trixter e The DANGER…AH NO The Defiants :-)))

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