Frontiers Rock Festival II: Live Report del Day 2

Testi di Alberto Capettini

Foto di Anna Minguzzi

Non ero presente alla prima giornata del Frontiers Rock Festival ma, da quello che mi è stato riferito dai colleghi, sono state due le sostanziali differenze tra sabato e domenica: una leggera flessione del numero di partecipanti (il Live Club aveva sicuramente un bel colpo d’occhio ma eravamo ben lungi dal sold out) e una proposta decisamente più “muscolare” rispetto alle note più AOR della prima giornata.

Manca qualche minuto alle 15:00 quando Nigel Bailey irrompe sul palco con la proposta al contempo melodica e robusta contenuta nel recente “Long Way Down”; i suoni sono già settati benissimo ed il cantante dei Three Lions si prodiga in un’esibizione dietro al microfono davvero notevole su una base hard rock che ci ricorda in parte gli House Of Lords (che si esibiranno più avanti) e Gary Moore, quindi epicità e melodia ottimamente per un set che ci saremmo goduti anche più a lungo. Ottime la title track dell’album, la sostenuta “Bad Reputation” e “Dirty Angel”; Bailey promossi a pieni voti.

Tralasciando i siparietti di presentazione tra un’esibizione e l’altra di cui non si sentiva particolare necessità (e, anzi, a tratti sono risultati imbarazzanti) in mezzo ad una macchina organizzativa pressochè perfetta (complimenti alla Frontiers) passiamo a parlare dei Vega di cui non mi è affatto dispiaciuto il comeback discografico “Stereo Messiah”; diciamo che le mie aspettative non sono state pienamente soddisfatte in virtù di un’esibizione formalmente buona ma troppo fredda e poco comunicativa. Molto buone le esibizioni dei singoli musicisti (segnatamente il chitarrista solista), nonché i cori a quattro voci ma l’impressione d’insieme non mi ha convinto appieno; gli inglesi sembrano far buona impressione al pubblico (che comunque non ha lesinato applausi a nessun artista) e hanno ormai un buon numero di fan ma le canzoni non sono memorabili (parere magari non condivisibile ai più). Sugli scudi la title track e “The Wild, The Weird, The Wonderful”.

Quando, dopo un intro divertente, irrompe sul palco Ted Poley si percepisce un carisma maggiore a distanza di decine di metri; il biondo singer come preventivabile ci presenta una scaletta incentrata sul repertorio Danger Danger (presenti al festival l’anno passato) ed è accompagnato da una band tutta italiana nella quale riconosciamo Alessandro Del Vecchio e Anna Portalupi (Hardline); Ted si concede addirittura una passeggiata tra il pubblico durante l’esibizione avendo la conferma di essere decisamente amato dai nostalgici della scena stradaiola americana. Bello il duetto con Issa in “One Step From Paradise” anche se non era stato provato; la bionda norvegese sormonta con la sua voce l’affaticato Poley che comunque porta a casa una signor esibizione su “Bang Bang”, “Feels Like Love” e “Don’t Walk Away” . Menzione particolare per il chitarrista Mario Percudani, dotato di estro e tecnica non trascurabili.

Non è solo perché seguo i Pink Cream 69 dai loro esordi ma dalla loro esecuzione mi è sembrato che il Festival abbia subito un’accelerata sia qualitativa che “energica” notevole! Mi sarei aspettato forse uno show che ripercorresse in maniera più ampia la propria discografia della band tedesca anche se alcuni “classici” non sono mancati: “Keep Your Eye On The Twisted”, “Break The Silence”, “The Spirit” e la finale “Shame” hanno tutte avuto un tiro invidiabile, al limite del power (anche se i suoni di chitarra non erano settati al meglio) spinte dal “fabbro” Chris Schmidt e dall’ugola immarcescibile di un David Readman davvero in forma sia per estensione che potenza.

Dopo una boccata d’aria salutare (nonostante l’autostrada Milano-Venezia a pochi metri da noi) siamo attirati nuovamente all’interno del calderone Live Club dall’intro di “Sahara” che al sottoscritto ricorda un’adolescenza fatta di hard rock, metal e tape trading; il pezzo tratto dall’album omonimo che proprio quest’anno festeggia i 25 anni dalla pubblicazione fa partire lo show degli House Of Lords dove purtroppo bisogna segnalare un James Christian non in stato di grazia. Certo l’esperienza decennale del nostro ed il suo caratteristico timbro roco non lo esporrà certo ad una brutta figura, tutt’altro, però chi conosce a memoria i pezzi degli americani non può che notare alcuni cali così come una scaletta rivedibile con un songbook come il loro. Jimi Bell si è confermato anche live un signor chitarrista (molto “metal”) ed ha fatto faville su pezzi come “Big Money”, “Battle”, “Come To My Kingdom” e “I Wanna Be Loved”. È un peccato che lo show sia stato tagliato per una piccola estrazione a premi tramite la quale Frontiers metteva in palio una chitarra perché comunque la classe non è acqua e lo show degli House Of Lords è stato gradevole nonché adrenalinico.

Il carisma di Oni Logan non sarà lo stesso di Christian ma il cantante di origini argentine dimostra sin da “She’s Evil But She’s Mine” una voce ancora in perfetta forma tanto da riuscire a cantare i pezzi tratti dal mitico “Wicked Sensation” (recentemente ristampato da Rock Candy) datato 1990 ancor in maniera invidiabile; i Lynch Mob del seminale George Lynch sono sembrati la band tecnicamente più in forma dell’intera giornata (mentre il pubblico ha tributato l’accoglienza più calorosa solo ai Pride Of Lions) con un sacco di pezzi “classici” come la stessa “Wicked Sensation”, “River Of Love”, “Hell Child” a fianco della più “recente” “21st Century Man”. Non sono mancati (abbastanza a sorpresa) excursus nel mitico catalogo Dokken con “Into The Fire”, la tiratissima “Tooth & Nail” o lo strumentale “Mr. Scary”. Davvero un signor concerto, velato di blues e con il magico tocco di un chitarrista mai osannato a sufficienza che oltre ad una tecnica sopraffina ha sempre saputo scrivere grandi pezzi… e quando ci sono quelli la resa di un live ne giova al massimo.

Non si sapeva cosa attendersi dall’esibizione dei Pride Of Lions, se non un caloroso tributo al compianto Jimi Jamison; ed invece la band ideata da Jim Peterik, anche se in naftalina da un po’ di tempo ha sciorinato un’esibizione che ha stupito me in primis. Certamente i nostri sono marcatamente più sbilanciati su un AOR di classe ma con un cantante come Toby Hitchcock l’insieme non può che prendere una piega positiva; il simpatico singer infatti ha una capacità polmonare veramente impressionante ed i refrain da arena rock di “The Courage To Love Somebody”, “It’s Criminal”, “Born To Believe In You” e le immancabili cover dei Survivor di cui citiamo “Man Against The World”, “I Can’t Hold Back” e l’arcinota “Eye Of The Tiger” non fanno che giovarne acquisendo potenza e valore espressivo. Di prim’ordine anche la band con un Mike Aquino (chitarra solista) e Ed Breckenfeld (batteria) sugli scudi di una prestazione corale maiuscola con Peterik a fare da attempato ma lucidissimo intrattenitore e con la fulmine presenza anche di Marc Scherer col quale il nostro sta per pubblicare un nuovo album via Frontiers (neanche a dirlo).

Tutti bravi, tutto bene… sembrerà semplicistico e spiccio ma questo è quanto posso affermare dopo aver assistito alla seconda edizione del Frontiers Festival con l’augurio che un’eventuale terza edizione possa essere altrettanto valida e mastodontica.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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