Frontiers Rock Festival II: Live Report del Day 1

Testi di Riccardo Manazza

Foto di Anna Minguzzi

Tocca ad Angelica, puntualmente alle 15,00, aprire le danze del Frontiers Rock Festival, uno degli eventi più attesi della stagione, arrivato alla seconda edizione e voglioso di ripetere il successo di pubblico e critica ottenuto l’anno scorso. Capeggiata dalla procace Angelica Rylin e coadiuvata dall’immancabile Alessandro Del Vecchio alle tastiere la band si presenta sul palco con la giusta attitudine e anche ben supportata da un suono limpido (cosa da non dare per scontata in altri festival organizzati nel nostro paese) che ne facilità l’impatto immediato. Anche per chi, come il sottoscritto, non ha certo familiarità con i brani eseguiti l’impressione rimane positiva. Soprattutto se si pensa al ruolo di opener affidato loro. Un bel suono, musicisti preparati e canzoni anche scontate ma comunque piacevoli, Il modo giusto di cominciare.

Discorso esattamente agli antipodi per gli indomiti e attempati Praying Mantis. La band dei fratelli Troy è infatti una sorta di istituzione per chi la musica hard & heavy ha cominciato a masticarla negli anni buoni e trovarseli sul palco così presto fa in qualche modo una certa impressione. E’ però vero che il gruppo mostra da subito un’attitudine molto classic metal oriented che in qualche modo li pone ai limiti dell’accettabilità in un contesto come quello odierno. La scelta dei primi brani, come le gloriose “Children Of The Earth” o “Panic In The Streets”, lascia trapelare che poche saranno le concessioni al lato più melodico che arrivano infatti solo con la classica ballad “Dream On”. Ed anche il nuovo brano presentato, “Fight For Your Honor” non manca di sottolineare la voglia di rock che ancora oggi anima la band. Forse qualche amante dell’AOR più puro avrebbe preferito suoni meno duri e taglienti, ma i Praying Mantis hanno davvero convinto tutti gli altri attraverso una performance energica e vincente sotto tutti i punti di vista. Da applausi.

Dopo la prestazione dell’anno scorso gli svedesi Eclipse erano tra i più attesi della giornata, anche perché il loro nuovo lavoro “Armageddonize” pare davvero aver messo d’accordo un po’ tutti, cosa mai semplice di questi tempi. Come ci si aspettava l’inizio è affidato alla nuova “I Don’t Wanna Say I’m Sorry”: la botta di energia è esattamente quella che ci ricordavamo e la reazione del pubblico è a dir poco entusiasta. Da qui in poi lo show va via liscio come l’olio. Non hanno certamente dalla loro il dono dell’originalità, ma la forza naif che emerge dalle loro song ha un innato gusto per l’immediatezza che fa dimenticare i mille rimandi di riff e melodie. Come resistere a brani da cantare come “Battlegrounds” o “Wake Me Up”? Assolutamente impossibile. Ancora una volta si può solo applaudire!

Totalmente di altra pasta è invece lo show dei Burning Rain. La band ha infatti in Doug Aldrich una star di livello internazionale che da solo giustifica la presenza così avanti in scaletta, ma non ha sinceramente la stessa capacità di trasmettere emozioni che abbiamo vissuto fino ad ora. I Burning Rain appaiono infatti molto professionali e posati, sempre precisi e inappuntabili, ma, concedetecelo, riescono inspiegabilmente a fare dell’hard rock un genere piuttosto noioso. Il pubblico si infiamma infatti solo durante l’esecuzione di cover come “Steal Your Heart Away” “Crying In The Rain” e “Rock The Nation” (Montorse), mentre anche brani più che validi come “Stone Cold N’ Crazy” o “Pray Out Loud” non riescono ad elevarsi ad hit capaci di catturare dal vivo. Un peccato, perché di certo musicisti di questa caratura potrebbero forse dare qualcosa di più. Il concerto si chiude ancora con una cover… “Kashmir” degli Zeppelin, eseguita in modo piuttosto calligrafico. Poco entusiasmo in giro, ma forse l’avvicinarsi dell’ora di cena ha contribuito.

A cambiare completamente l’atmosfera ci pensano i rocker britannici FM. Senza alcuna esitazione i nostri si presentano sul palco e conquistano la scena con il loro rock melodico e raffinato, ma sempre capace di trasmettere il giusto feeling. Overland si dimostra un singer di prim’ordine, sempre sul pezzo e senza alcuna sbavatura, ma anche il resto della band non è certo da meno, in primis il chitarrista Jim Kirkpatrick. Per gli amanti del melodic rock più puro questo è stato lo show più emozionante della giornata e si capisce facilmente perché. Canzoni come la super hit “That Girl”, “I Belong To The Night” e “Tough It Out” hanno la freschezza del rock radiofonico senza tempo e il peso della storia. La vera forza della band appare però essere la facilità con cui miscela pezzi vecchi e più recenti, senza mai far cadere la tensione e mantenendo sempre il pubblico sulle spine. Gli FM sembrano nati per stare lì ad intrattenere il loro pubblico e i presenti dimostrano una devozione commovente. Meglio di così è dura.

Salire sul palco dopo uno show che ha portato via tante energie non è mai facile, soprattutto se siete una band a cui è venuto a mancare il chitarrista protagonista per un imprevedibile infortunio a pochi giorni dal concerto. Nonostante questo handicap di partenza gli Harem Scarem hanno fatto la loro bella figura e anche qualcosa di più. Il sostituto di Lesperance, ovvero Michale Vassos, non sfigura minimamente al cospetto del titolare del ruolo e il resto della band appare al top. Tante, tantissime le canzoni di spessore proposte e vista la qualità media delle uscite targate Harem Scarem non ci si aspettava nulla di meno. Harry Hess canta splendidamente, ma la band supporta il tutto con cori perfetti e la magia che arriva durante song come “Hard To love” o “Distant Memory” è di quelle che fanno venire i brividi. Non da meno anche canzoni più recenti come “Dagger” e “All I Need”, ma la chiusura di uno show prossimo alla perfezione viene affidata ad una song rappresentativa ed immancabile come “No Justice”. Niente meno che grandi.

A sbugiardare in qualche modo la posizione di headliner assegnata al mitico Joe Lynn Turner ci pensa fin da subito il pubblico pagante. Il pieno che avevano avuto Harem Scarem e soprattutto FM non c’è infatti per la band del singer americano e bisogna dire che la fortuna non pare davvero essere dalla sua parte questa sera. Turner si presenta infatti sul palco evidentemente limitato nella performance da qualche problema di salute. In pratica la voce non c’è proprio e in queste condizioni non basta l’impegno a cavar fuori qualcosa che possa essere all’altezza delle aspettative di un’audience comunque più che soddisfatta di quello che ha visto fino ad ora. Non sarebbe però giusto dare troppa colpa né a Joe Lynn Turner né ad una band che il suo lo fa con competenza e preparazione eccellente. Restano comunque molte sono le canzoni favolose eseguite, a partire da brani storici come “Spotlight Kid” e “Death Alley Drive”, per continuare con brani del periodo Malmsteniano del nostro come le bellissime “Rising Force” e “Deja-vu”. Molto meno senso troviamo invece nel presentare canzoni di Deep Purple e Rainbow che non fanno parte del repertorio a lui ascrivibile, come “Perfect Strangers”, “Smoke On The Water”, “Long Live Rock’n’Roll”, etc… con così tanti brani incisi in carriera una scelta di questo tipo pare quasi svilire la passione di chi invece ha seguito la storia musicale dello stesso Turner in tutti questi anni. Che dire, comunque la rock star è lui e queste sono le sue scelte. Ma vedere oltre metà della gente andarsene o farsi i fatti propri durante il concerto dell’headliner non è sicuramente un evento di quelli più comuni.

Una chiusura un po’ sordina per una giornata che comunque ha regalato molte emozioni! Tutti pronti e belli carichi per il secondo giro!

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Marco

    Report perfetto! Complimenti! Forse è la prima volta che concordo davvero su tutto. FM e Scarem stratosferici; Burning Rain freddini; J.L. Turner per me incomprensibile nella scelta dei brani. E poi i baldi giovani Eclipse che fanno ben sparare per il futuro dell’hard rock!
    Grazie Frontiers per aver portato questi artisti e non, con tutto rispetto, sempre e sempre i soliti nomi che tutti gli anni si vedono in Italia.

    PS E’ una mia sensazione o gli italiani erano davvero pochissimi? ….mi sembra di essere in Inghilterra o Germania…

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  2. Gianclaudio

    Scaletta e prestazione – forse compromessa da motivi di salute, come leggo – di JLT insufficienti assai: dopo tre canzoni, vista l’aria che tirava, me ne sono tornato a Torino un poco sconsolato… Ottimo il resto della giornata, meno pubblico di quanto pensassi/sperassi. Rock On!

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