Frontiers Metal Festival 2016: Live Report e foto della prima edizione

Stanco ma assolutamente appagato: questa in sintesi la frase che racchiude la mia partecipazione al primo Frontiers Metal Festival, l’evento attraverso il quale la label italiana ripete la formula del rodato Festival hard rock spostando il tiro su sonorità più nerborute ma sempre intrise di tanta melodia.
La stanchezza di cui sopra deriva dal fatto che l’ormai raggiunta età adulta si scontra sempre più con eventi che durano svariate ore anche se a onor del vero la location del Live Club si sposa sempre alla grande con questo tipo di manifestazioni (con la sempre piacevole valvola di sfogo nel cortile laterale per fumatori o semplicemente per scambiare chiacchiere, pareri e sgranchirsi).

TRICK OR TREAT 

Al mio ingresso nel familiare locale di Trezzo Sull’Adda, vengo subito “aggredito” dalla squillante voce di Alessandro Conti e dall’happy power metal dei Trick Or Treat, captando subito un’energia positiva nell’aria e un notevole assembramento di gente (consederando che sono le ore 15); il cantante, in forza anche ai Rhapsody di Luca Turilli, fa da catalizzatore e guida con simpatia ma anche notevole padronanza scenica l’ex cover band degli Helloween che in mezz’ora circa di set conferma la bontà del recente “Rabbits Hill Pt. 2” e il sempre maggior desiderio di personalizzare la propria proposta pur non cambiando completamente genere.

 


LORDS OF BLACK

Veloce cambio di palco e curiosità a mille per l’esibizione dei Lords Of Black, alla luce di un “II”, lavoro dignitosissimo di heavy rock e del desiderio di testare dal vivo la voce di Ronnie Romero che è stato addirittura selezionato da Mr. Ritchie Blackmore come vocalist per i Rainbow (in chiusura infatti immancabile la cover di “Kill The King”). Gli spagnoli incarnavano davanti al pubblico internazionale presente a Trezzo il metal più classico (insieme agli headliner Primal Fear) fronte ad un bill più tendente a sonorità power prog ma l’opener “Merciless” mette subito tutti a tacere. Sia il cantante sopra citato che il resto del quartetto guidato da un ispirato Tony Hernando alla chitarra (autore di qualche album solista di discreta fama) è in forma strepitosa e con un potenziale in divenire davvero interessante.

 


DGM

Quando la telecamera montata su un braccio meccanico inizia a muoversi sulle teste degli astanti in concomitanza con lo show dei DGM si intuisce che verranno fatte riprese ufficiali (così come per i Labyrinth) e devo dire che i nostri, forse galvanizzati da ciò, rispetto ad altre occasioni in cui avevo avuto modo di vederli su un palco, sono molto più carichi. La splendita “The Secret” apre un set che per chi scrive sarà probabilmente il momento più “alto” della giornata nonostante una media davvero di livello notevole; la band istrionicamente guidata da Mark Basile e dalle dita fumanti di Simone Mularoni, Emanuele Casali e Andrea Arcangeli ha infatti ormai raggiunto un tale affiatamento e cognizione dei propri mezzi da rendere l’esibizione sempre più fluida. Pezzi nuovi e altri classici come “Animal”, “Reason”, “The Passage” e “Hereafter” sono lì a dimostrare quanto il songbook dei nostri sia di caratura internazionale e complimenti alla Frontiers per essersi accaparrata i loro servigi.

 


SECRET SPHERE

Un Michele Luppi su di giri (e sempre incredibile dal punto di vista vocale), reduce dalla mastodontica esperienza Whitesnake, guida un altro dei momenti caldi del Frontiers Metal Festival; i Secret Sphere infatti hanno dato di recente alle stampe il loro primo live album, “One Night In Tokyo” e questa è stata un’ottima occasione per riproporre alcune delle tracce migliori della band piemontese. “Lie To Me”, “Wish And Steadiness” e le intramontabili “Legend”, “Etenity” e “Lady Of Silence” hanno tra l’altro sottolineato la compattezza di una line up che a fianco degli “storici” Aldo Lonobile e Andrea Buratto ha giova ormai da tempo dell’apporto di Marco Pastorino (uno dei musicisti più impegnati del panorama rock italiano) e Gabriele Ciaccia che arricchiscono gli arrangiamenti con classe e gusto.

 


VANDEN PLAS

Devo sottolineare come fin ad ora i suoni siano stati ottimi (non che sia una novità per il Live Club) e fa quindi un certo effetto sentire i Vanden Plas non supportati a dovere da questo punto di vista. Seguo i tedeschi dal loro esordio (l’imprescindibile “Colour Temple”) e sono tra coloro che, pur riconoscendo una certa immobilità stilistica dei tedeschi, sono sempre stato ripagato da album, a mio avviso, notevoli e personali; e invece il gruppo che forse aspettavo di rivedere da più tempo (mancavo da un appuntamento live con loro dal lontano 1998) è quello che mi ha deluso di più, forse per un approccio troppo freddo al palco nonostante abbiano cercato un certo dialogo con il pubblico. Diciamo che la loro ormai consolidata esperienza in campo teatrale è stata leggermente controproducente in rapporto alla loro resa live come rock band; se su album infatti il livello è sempre alto dal vivo i fratelli Lill e l’istrionico Andy Kuntz non vanno oltre la sufficienza nonostante abbiano al proprio arco frecce del calibro di “Into The Sun”, “Frequency”, “I Can See”, “The Final Murder” e “Postcard To God”.

 


LABYRINTH

L’esibizione dei Labyrinth è stata l’evento nell’evento perché da mesi si faceva un gran parlare della riproposizione del classico del 1998 “Return To Heaven Denied” nella sua interezza. E come se la sono cavata Andrea Cantarelli e soci: egregiamente!!! Nonostante una line-up nuova di zecca che vedeva sul palco di fianco ai tre membri storici (oltre a Cantarelli, Olaf Thorsen e Roberto Tiranti) tre innesti di spessore come Nick Mazzucconi, il treno John Macaluso alla batteria e Oleg Smirnoff alle tastiere e che è stata ufficializzata per il nuovo album previsto per l’anno prossimo i nostri si sono misurati con il loro successo commerciale più clamoroso con un risultato finale davvero ottimo (e che verrà immortalato su DVD). Tiranti era in forma vocale splendida e a parte il livello delle chitarre non ottimale lo show è stato più che piacevole e tiratissimo con Smirnoff a fare da collante col suo lavoro alle tastiere mai adeguatamente lodato; numerosi i siparietti col pubblico di casa e i dovuti ringraziamenti a chi proveniva dall’estero (c’è addirittura una coppia con la bandiera del  Brasile in prima fila) fino alla finale “In The Shade” che ha coronato una prestazione ammantata di amarcord ma anche competenza musicale a pacchi.

 


 

PRIMAL FEAR

Il compito di chiudere questa lunga giornata spettava ai tellurici Primal Fear e lo show è stato quanto di più professionale ci si potesse attendere; non sono mai stato un super fan di Scheepers e Co. ma il loro metal classico e muscolare, intriso di innegabili influenze provenienti da Judas Priest e Saxon denota una tale convinzione e perizia che non può che scaturirne uno show coi controfiocchi.
Il nostro connazionale Francesco Jovino da una spinta notevole dietro al maestoso drumkit che lo nasconde ma tutta la band è decisamente in palla nonostante sia orfana del grande Magnus Karlsson; Alex Beyrodt e Tom Naumann comunque non si risparmiano e macinano riff uno dopo l’altro mentre Mat Sinner dà il suo contributo ai controcanti rendendo l’amalgama tutto da gustare. In concreto è un susseguirsi di inni metal contraddistinti da velocità, moderata pesantezza, gusto melodico e le vocals di Ralf Scheepers che nonostante abbia passato la cinquantina si mantengono squillanti e arcigne come ai tempi dei primi tre seminali album dei Gamma Ray e sempre all’insegna del tributo a Rob Halford;In Metal We Trust”, “Rulebreaker”, “Angels Of Mercy”, “Nuclear Fire” fino all’immancabile “Metal Is Forever” e a “Fighting The Darkness” nei bis, i nostri evitano il cattivo gusto tramite una prestazione irreprensibile che ci congeda stremati ma galvanizzati da una giornata di musica magistralmente concepita e realizzata.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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