Fosch Fest: Live Report e foto del Day 3 con Korpiklaani, Enslaved, & more

Testo di Roberto Banfi e Fabio Meschiari.

Foto di Anna Minguzzi.

Terzo e ultimo giorno per Il Fosch Fest 2016. Con il tempo a favore, rimpinguate le scorte di birra e verificato di non avere smarrito il proprio bicchiere, la giornata di domenica torna ad essere dedicata a sonorità più folk. L’organizzazione della giornata è molto più precisa, il calendario delle esibizioni è rispettato in maniera quasi perfetta. L’unica variazione riguarda l’impossibilità di partecipare per gli Embryo, la cui esibizione era stata anticipata per far posto agli Ulvedharr, che recuperano il concerto perso il giorno prima. In perfetta efficienza anche il secondo palco, che accoglie diverse realtà underground del nostro Paese.

BERIEDIR

I giovani elfici Beriedir provengono dale zone limitrofe al festival e dimostrano, nonostante la giovane età, la capacità di ammaliare comunque un pubblico che vuoi per l’orario, vuoi per il sole, sarebbe meno propenso del solito a sentire epica in musica. Brani come “Skies Of Eternity” e riferimenti letterari colti fanno ben sperare per il futuro di questa giovane band che è prossima all’uscita del primo CD: di sicuro la strada è ancora lunga ma il suono proposto dai quattro è ben legato, grazie anche alla prova alle tastiere del singer.

ULVEDHARR

Dopo gli inconvenienti del giorno 2 si riparte alla grande con gli Ulvedharr sul main stage (avrebbero dovuto suonare il giorno precedente e rimpiazzano lo slot lasciato libero dagli Embryo). I vichinghi giocano in casa e fanno scatenare il pubblico che si sta arrostendo sotto il sole fin dall’iniziale “War Is In The Eyes Of The Berserker”. Incuranti dei piccolo problem tecnici a livello volume, fra richiami al Valhalla e ad Asgard, c’è anche il tempo per il nuovo brano, “Legion”, title-track dell’EP in uscita, gradevole e in grado di minare le ultime resistenze di un pubblico incline al massacro.

EVENDIM

Un folk metal con tutti i crismi del genere (leggasi: tastiera e fisarmonica ad insaporire la ricetta) per i toscani Evendim, il cui ultimo “Old Boozer’s Tales” del 2015 viene in parte portato fieramente sul palco per la performance del gruppo. Suono gradevole nell’insieme, anche se qualche problema a livello dell’equilibrio fra le varie parti azzoppa in parte uno show decisamente in grado di incuriosire chi non li conosce, in virtù del loro “classic” sound (per il genere, ovvio), e di confermare il parere di chi già ha avuto modo di incontrarli lungo il proprio cammino.

ATAVICUS

Dipinti di rosso e con un look in stile antico guerriero, gli Atavicus sorprendono non poco. La proposta musicale del gruppo di Chieti, prossimo al debutto sulla lunga distanza, prevede un black sinfonico che rimanda ai Cradle Of Filth fin dall’iniziale “Estasi Del Sangue”. Il gruppo non si risparmia di certo e riesce a calare in tavola le proprie carte migliori comprendenti l’inedita e suggestive “L’Ardire Degli Avi” e conquistando apprezzamenti generali dai convenuti. Un gruppo da tenere d’occhio.

NORHOD

Forti dei due album all’attivo, i lucchesi Norhod arrivano al Fosch Fest proponendo il loro metal sinfonico, corroborato dalla voce femminile operistica e dale tastiere suggestive. Una piacevole ventata epica e classicheggiante che riesce a conquistare proseliti seppur la dimensione live in cui sono relegate oggi non è di certo la più suggestiva per le note prodotte dalla compagine, come nella immaginifica “The Abyss Of Knowledge”.

DRAKUM

Direttamente dalla Spagna, i Drakum incarnano in sostanza i difetti del folk metal più posticcio. Una formazione che vede ovviamente la presenza di violino e flauto esegue uno show in cui i brani ricalcano i dettami del genere senza aggiungere nulla nè trovare una collocazione interessante. Quello che scherzosamente possiamo definire folk da taverna ha lo solo scopo di far ballare, ma brani come “Troll Recipe” portano più ad accennare un sorriso che coinvolgere. In Italia nell’ambiente folk abbiamo decisamente band più interessanti dei Drakum.

ATLAS PAIN

Il combo milanese degli Atlas Pain si presenta con un look curato anche se un tantino slegato dal contesto del festival. Il loro metal anni ’90 con copiosi innesti elettronici registrati riesce a far breccia fra i presenti sotto l’Underground Stage proponendo un connubio fra folk e giri che ricordano certe cose degli In Flames, seppur in maniera più epica. Dal vivo i ragazzi si rivelano ottimi performer e di sicuro possono dire la loro a livello nazionale; se la stessa cura verrà riservata anche al lavoro in studio, ci saranno di sicuro anche gli Atlas Pain a sgomitare per un posto in prima fila fra i gruppi di grande rilevanza.

SKÁLMÖLD

Gli islandesi Skálmöld si presentano sul palco e fin dall’inizio riescono a conquistare il pubblico, molto ricettivo nei loro confronti:. Il metal vichingo proposto dalla band è coinvolgente, nonostante le parti cantate in singolo siano un po’ piatte, ma riescono ad essere controbilanciate dai cori carichi e dal suono coeso e potente. La partecipazione dei fan è alle stelle e l’accompagnamento fornito durante i brani sorprende forse anche il gruppo, alla sua prima data in Italia in assoluto. Un concerto di sicuro gradevolissimo per gli Skálmöld, altro gruppo da considerare di più e che sicuramente riuscirà a stupire nel futuro prossimo.

NIGHTLAND

I pesaresi Nightland non hanno di certo un compito facile, posizionati fra due band di primo rilievo, ma il loro show è convincente e le tracce proposte, come “A.R.E.S.” e “Icarus”, riescono a calamitare l’attenzione del pubblico. Il death/symphonic/power proposto dal gruppo è un valido mix suonato con la giusta cattiveria e in grado di scatenare headbanging furioso nelle parti più tirate. Notevoli e di sicuro in grado di crescere ancora!

ENSLAVED

Capostipiti del Viking metal, gli Enslaved non hanno mai temuto il peso di tanta responsabilità, anzi, come solo i grandi sanno fare, hanno cercato di liberarsi nel corso degli anni dell’etichetta affibbiatagli, aggiungendo sempre elementi nuovi alla loro musica. Dal vivo, nonostante le differenze stilistiche di brani come “Jotunblod” e “Grave”, la sinergia di suono della band non fa notare i diversi timbri che invece rendono molto differenti i vari studio album del combo norvegese. Tra “Isa” e “Ruun” abbiamo il tempo di portare le lancette indietro fino al ’91 con “Allfǫðr Oðinn”, quando il Viking Metal era solo un’idea, mostrando quanto la radice degli Enslaved sia legata al black metal primordiale. Tutta la band guidata da Grutle Kjellson pare divertirsi nel corso dello show e noi sicuramente li aspettiamo il 28 ottobre al Circolo Colony di Brescia.

KANSEIL

Suggestiva la proposta dei veneti Kanseil, artefici di un metal con inserti medievali e l’utilizzo di strumenti più agresti che contaminano la loro musica, in bilico fra respiro internazionale e suggestione locale (grazie anche all’uso del dialetto). Un’ottima performance dal punto di vista spettacolare, molto intensa e molto sentita anche dalla band, soprattutto nel momento in cui viene proposto “Vajont“, pezzo che chiede memoria viva nei confronti della tragedia del 1963; purtroppo la performance è penalizzata dai suoni, che non sono stati all’altezza della presenza scenica e delle doti musicali mostrate dal gruppo ed è un peccato, perché i Kanseil possono veramente dire la loro in questo genere. Uno stimolo in più per ascoltare il loro album e apprezzarne appieno le sfumature.

KORPIKLAANI

Conclude la tre giorni del Fosch Fest una delle band che più ha portato sulla bocca di tutti il termine folk metal nel corso degli anni, nel bene e nel male. Come per gli album, anche dal vivo i Korpiklaani hanno raggiunto quella formula che non si sentono di modificare di mezzo passo. La band fa saltare, ballare e cantare (quantomeno i cori dei brani in inglese), dimostrando uno spiccato affiatamento, i suoni non sempre perfetti tra i vari strumenti fanno a volte perdere grinta in alcuni momenti, senza però minare la godibilità dello spettacolo. Jonne Järvelä può non essere rinomato per le sue qualità vocali, ma si è rivelato un frontman degno di tale nome. Non possono mancare gli inni all’alcool come “Vodka” e “Beer Beer”, acclamati a gran voce dal pubblico che ha sostenuto i finnici per tutta la durata dello show.

La terza giornata del Fosch Fest nonostante la minor presenza di pubblico, e sicuramente per questo da un punto di vista logistico per quanto riguarda la gestione dei servizi di ristoro,  si è rivelata la più riuscita e “a misura di fan”. La formula del doppio palco così strutturata ha mostrato non dare quel valore aggiunto al festival, un festival che comunque ha saputo darci tre giorni di ottima musica.

Ed ecco alcune immagini del pubblico della giornata di domenica.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

Roberto Banfi

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Punk n roller con ispirazioni gotiche e tracce persistenti di untrue heavy metal, tra Billy Holiday e gli Einsturzende Neubauten sono incappato casualmente negli Iron Maiden. Sogno una collaborazione tra Varg Vikernes e Paolo Brosio. Citazione preferita: ""Il mio dio è più forte"" (Conan il barbaro).

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