Fosch Fest 2013: Live Report del Day 1

La quinta edizione del Fosch Festival si è tenuta sabato e domenica scorsi (14 e 15 luglio) sempre nell’area concerti di Bagnatica e quest’anno passerà alla storia per essere il primo senza i beniamini locali nonchè bravissimi Folkstone. L’assenza dell’ottima band di folk rock si percepisce nell’aria ed anche un po’ nei numeri (visto che l’anno scorso nella serata conclusiva durante il loro concerto c’erano più persone) ma l’evento si è svolto comunque molto bene e con ottimi risultati, problemi metereologici a parte che hanno in parte rovinato la performance dei Cruachan nella giornata di sabato.

I folk metaller Maladecia da Cuneo iniziano a suonare alle 16:00 di sabato come da scaletta. Il loro set è di mezzora circa e propone alcuni brani del debut album “Ames en Peno” che si rifanno in parte, per quanto riguarda i testi, alla tradizione ed alla storia piemontese. Infatti possiamo ascoltare canzoni come “Olmo” che narrano dello scontro fra piemontesi e francesi. Non mancano inoltre brani decisamente divertenti come “Grappa”, praticamente una cover di “Vodka” dei Korpiklaani… ossia i Maladecia trasformano, come sottolineato sul palco, il superalcolico del nord-est europeo in una più noto ed italico liquore.
Il folk del gruppo prevede un ampio utilizzo di organetto, cornamusa e flauto (ad esempio nella bellissima “Diaou”, ossia diavolo), che sono ben amalgamati alla potenza di chitarra, basso e batteria. Anche dal punto di vista delle linee vocali i nostri alternano cantato pulito ad uno screaming non esagerato. Il risultato è più che ottimo (considerando che i nostri si esibiscono per primi) ed il pubblico apprezza non solo la musica divertente ma lo spirito che i musicisti (con costumi chiaramente folk-oriented) riescono a trasmettere.

Con i Lou Quinse restiamo sempre in Piemonte, ma questa volta a Torino. Il sound della seconda band del Fosch 2013 è ancora un folk metal decisamente diretto ma con un piglio più estremo a partire della voce, quasi sempre in growl. Anche per questo gruppo troviamo ampio utilizzo di strumenti tradizionali ma purtroppo i suoni risultano un po’ confusi e di conseguenza i volumi tendono a non esser sempre equilibrati uccidendo in parte l’esibizione, soprattutto quando la presenza di organetto & company dovrebbe risultare più evidente.
La band, in ogni caso, sfoggia una notevole energia e coinvolge i presenti con brani potenti come “Rondeau de la forca”; da sottolineare la presenza anche di un percussionista che dona maggior enfasi alla linea ritmica dei pezzi. Come prevedibile anche i Lou Quinse (che in patois francoprovenzale significa il quindici, ovvero la carta dei tarocchi che raffigura il demonio) usano soprattutto la lingua della loro tradizione e musicalmente si rifanno proprio all’arco alpino occidentale.

I Wolfchant, che si esibiscono poco dopo le 18:00, sono i primi musicisti non italiani del festival; la band bavarese inizia il proprio set con una devastante potenza grazie all’ottima accoppiata che apre il loro ultimo album “Embraced By Fire”; parliamo quindi dell’intro “Devouring Flames” più la title-track già citata. Il risultato è davvero eccelso grazie alle orchestrazioni ben amalgamate al sound più metal tipicamente power epic. Ciò che contribuisce a rendere davvero entusiasmante questa song è che i tedeschi utilizzano due voci, ossia quella growl di Lokhi e quella pulita e profonda di Nortwin (nel gruppo dal 2010). L’unione delle due linee vocali altisonanti e il tappeto musicale ben sostenuto dalle chitarre e dalla linea ritmica è davvero ottimo. L’inizio del concerto non poteva quindi esser migliore! La tracklist prevede poi anche diversi assaggi del passato del gruppo, a partire da “Eremit” (brano tratto da “Call Of The Black Winds” del 2011), pezzo ancora maestoso e caratterizzato da aperture melodiche apprezzabili. Il problema si pone per i pezzi più datati, come “A Pagan Storm” che non sono all’altezza della produzione recente e fanno in parte scemare l’entusiasmo iniziale. Tutto sommato la performance è comunque molto professionale e gode dell’apprezzamento del pubblico.

Durante la pausa cena purtroppo inizia a diluviare rendendo difficile l’inizio dell’esibizione degli irlandesi Cruachan, ossia la band più “antica” di tutto il festival, considerando che il loro debutto “Tuatha Na Gael” risale al 1995. I nostri sono i pionieri del celtic folk black metal e dopo aver conosciuto diverse stagioni (da un inizio più black ad un’evoluzione melodica con voce femminile) si presentano al pubblico con una formazione figlia di “Blood On The Black Robe” (album del 2011), CD che riporta il gruppo in un alveo musicale più estremo. In ogni caso notiamo come, nonostante non ci sia più nella line-up una female vocalist, i nostri utilizzino comunque una session per il concerto che permette di far rendere al meglio i pezzi più melodici.
Lo show inizia in ritardo e sotto la pioggia battente ma né il pubblico né i Cruachan sembrano risentirne e per un’ora circa la band intrattiene i presenti con gemme del presente e del passato, pescando da un considerevole numero di album realizzati.
Nel corso dello show, in cui i nostri si presentano bardati di tutto punto (i leader Keith e John sembrano dei veri e proprio guerrieri gaelici), colpiscono quasi tutti i brani, a partire dalla folkeggiante “Some Say The Devil Is Dead” (cover dei Wolfe Tones presente in “Pagan” del 2004) per continuare con la più estrema e recente “Thy Kingdom Come”.
Il vero inconveniente avviene durante l’esecuzione della title-track dell’ultimo album quando all’improvviso gli amplificatori muoiono. Nella pausa inevitabile la band dimostra tutta la sua calma e non mancano alcuni siparietti divertenti come quando il paffuto violinista John Ryan Will dichiara in italiano di voler fare del sesso con una capra… per non citare poi le altre frasi di Keith che probabilmente si è fatto insegnare in backstage.
Risolti i problemi tecnici il concerto prosegue nel migliore dei modi ed alterna classici come “The Great Hunger” o “Pagan” a ben due nuove canzoni (non dimentichiamo che l’ultimo album dei nostri è datato 2011 e probabilmente a breve potremo trovare sugli scaffali una new release) che vengono annunciate con un certo orgoglio dal chitarrista e cantante Keith Fay; parliamo di “The Sea Queen Of Connaught” e di “Marching Song Of Feach Mac Hugh”, pezzi cadenzati ed in linea con la produzione recente.
Il trionfo conclusivo appartiene alle note di “Morrigan’s Call” e “I Am Warrior”.
Il pubblico ha apprezzato molto la performance considerando anche solo il fatto che tutti sono rimasti sotto il diluvio ad incitare e cantare a squarciagola i cori dei brani più noti.

Headliner della prima giornata del Fosch 2013 sono gli scozzesi Alestorm, che dimostrano con questo live tutte le loro qualità (tante) e i loro difetti (pochi ma importanti).
La band punta molto sull’intrattenimento e senza ombra di dubbi tutti i numerosi presenti si son divertiti parecchio durante il concerto dei giovani “pirati”; va però sottolineato, partendo dall’unica vera nota negativa, che il singer e tastierista (nonché compositore principale e leader della band) Christopher Bowes non è un cantante che possa sostenere una band professionale. Spesso infatti i volumi della linea vocale vanno e vengono (e non a causa di problemi tecnici); è evidente come Bowes non riesca a ricoprire adeguatamente questo ruolo sul palco (al contrario in studio gli accorgimenti e la tecnologia bastano a non far intravedere i limiti del vocalist).
Gli Alestorm dovrebbero per lo meno utlizzare un session singer per i live che abbia quell’impronta roca e potente al tempo stesso… potrebbero chiedere a Rock’n’Rolf… (ovviamente si scherza)
Detto questo aggiungiamo che il concerto dei nostri è stato un successo strepitoso. La band si è molto concentrata sull’ultimo e terzo album “Back Through Time”, da cui sono state eseguite, fra le altre, “Shipwrecked”, “The Sunk’n Norwegian”, “Rumpelkombo”, “Midget Saw” e il bis conclusivo “Rum”.
Gli Alestorm hanno poi pescato dai primi due album i pezzi più avvincenti, a cominciare dalla cavalcata entusiasmante “Over The Seas”, per continuare con “The Huntmaster”, “The Quest” (opener del concerto) e nei bis la bellissima “Captain Morgan’s Revenge”.
Lo show è poi stato anche un continuo cabaret dettato dalle battute di Bowes che, nell’ilarità generale, ad un certo punto si è fermato per chiedere ad ogni membro della band una caratteristica tipica che rende riconoscibili i coccodrilli.
La prima giornata del Fosch 2013 si chiude quindi in armonia e con tanto divertimento nonostante la situazione metereologica non certo favorevole (anche durante lo show degli Alestorm ha piovuto a tratti).

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

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