Fosch Fest 2012: Live Report del Day 1

Gli opener del giorno e dell’intero festival sono i giovanissimi Henderwyd (band piemontese nata col nome di Morgomir nel 2008) dedita ad un folk metal con venature celtiche. Un’ottima occasione per questi ragazzi di dare prova del loro valore su uno dei palchi italiani più rilevanti nell’ambito folk/metal. Gli Henderwyd,  sin dal primo secondo sul palco, si rendono conto della reazione più che positiva del pubblico presente; infatti orde migratorie di persone da bar, zone ristoro, area camping e zone d’ombra accorrono sotto il palco, scatenandosi sin da subito su brani tratti dall’album autoprodotto della band intitolato “Henderwyd”.

La reazione del pubblico ha soddisfatto un po tutti i presenti… è sempre bello vedere scene simili, non sempre le si vede in Italia purtroppo. A questo punto cosa c’è di meglio per aumentare questa grande festa a ritmo di musica? Un bel wall of death! La band dimostra di avere un gran potenziale, varietà di sonorità musicali che si sposano quasi alla perfezione grazie anche alla componente heavy metal delle chitarre, che si riscontra in ogni brano dei piemontesi, raggiungendo l’apice con pezzi come  “Castle Ruins” e “Land Of Eriu”. Molto buona la prestazione vocale del frontman/chitarrista Dennis, seppur con qualche sbavatura quando si fa viva la parte cantata con voce pulita. Importante il lavoro del tastierista Simone, che riesce con semplici melodie a calmare l’atmosfera rude creata dalla voce harsh del cantante. Altra nota positiva riguardante il tastierista; ottima poi l’utilizzo, durante lo show, di un violoncello elettrico, strumentonon molto diffuso nell’ambito musicale metal. L’impressione generale è molto positiva, come detto la band ha buone basi e una concreta potenzialità da sfruttare per migliorare ancora.

E’ l’ora dei Draugr. La band, originaria di Chieti, ha realizzato sino ad ora due full lenght e un demo in cui riesce a mischiare black metal, folk e pagan. Appena saliti sul palco i ragazzi, dipinti di rosso con l’intento di mostrare il sangue nemico versato, sembrano spaesati, sotto shock, ed il motivo è palese… la fossa era davvero impazzita per questo gruppo, un successo quasi inaspettato per gli stessi musicisti. Il loro show comincia con grande energia e voglia di “spaccare tutto” e la grinta che i ragazzi ci mettono riesce ad aumentare il desiderio musicale del pubblico.

E’ sempre esaltante trovarsi di fronte ad una band che ci mette il cuore e non rimane ferma sul palco a emulare le statuine dei nani nel giardino di casa. Alla voce c’è Nemesis, il sostituto ai live di Augur Svafnir, alla tastiera Ursus Arctos che insieme al batterista Jonny risulta forse il più preciso durante il live; alla chitarra troviamo invece il “rozzo” Triumphator che con la sua presenza, non certo minuta, inquieta un poco il pubblico sottostante.  L’esibizione continua senza intoppi, passando per  “Ver Sacrum” e “Legio Linteata”, per poi arrivare all’ormai classico “De Ferro Italico”, brano tratto dall’omonimo album della band che è stato recentemente ristampato.

Il live finisce tra le urla e gli applausi della folla; ancora una volta i Draugr hanno dato prova della loro potenza musicale… ed è proprio questo che piace di loro, la grinta! C’è da dire che il pubblico presente al Fosch Fest2012 haavuto una reazione alla band nettamente diversa e più positiva rispetto a quella di due anni fa, quando i Draugr suonarono alla seconda edizione del Fosch Fest.

Dopo gli abruzzesi Draugr è l’ora dei brianzoli Furor Gallico. Passiamo dal rosso dei Draugr al blu dei Furor Gallico, che come sempre offrono uno spettacolo musicale e scenico degno di band molto più famose. La band gestisce il live in modo egregio, alternando brani tratti dal primo album e altri tratti dal lavoro in prossima uscita. Si inizia con “God Technology”, “The Song of the Earth” e “Nebbia della mia Terra”; queste prime canzoni scaldano per bene la marea di persone che è radunata sotto il palco dopo la conclusione del precedente show. I Furor Gallico hanno cominciato ad alzare il livello musicale del festival. Continua la performance con “Curmisagios” e “Squass”. Quest’ultimo è uno dei brani tratti dal nuovo disco dei Furor Gallico, il quale è ancora in produzione.

Il brano racconta della storia di un folletto chiamato Squass, il quale si diverte a fare scherzi alle persone ubriache. Proprio seguendo la storia della traccia, sul palco appare uno strano personaggio di colore verde; si tratta proprio del folletto Squass, interpretato dal fratello del bassista della band, il quale cerca in ogni modo di “rovinare” la performance dei brianzoli. Dopo questa scena teatrale, ecco arrivare l’intro di uno dei capisaldi della band, “La Caccia Morta”, che dà uno scossone al pubblico, anche a  quello presente sotto il capannone dell’area ristoro, che si alza e comincia a cantare a squarciagola. Lo show sta per finire, ma ecco qualcosa che non si aspetta, nel bel mezzo del brano “Banshee”, un ritmo, un testo familiare mi giunge in testa, è “Breaking The Law”, brano famosissimo dei leggendari Judas Priest. Forse un po’ azzardato coverizzare un pezzo simile, ma già la band aveva suonato la cover di “Painkiller”, song sempre dei Judas Priest, in un live passato. Giudizio finale? Ottima esecuzione e ottima performance scenica; auguro il meglio a questi ragazzi.

Gli Arkona, guidati dalla talentuosa Masha Arhipova iniziano il proprio show con la potente “Аркаим”, opener dell’ultimo album realizzato, ossia “Слово”, brano veloce e potente che inizia con un piglio death e si sviluppa innervando la trama compositiva di melodie e strumenti etnici. La band si presenta al pubblico con una formazione a cinque che comprende la singer Masha, il chitarrista Sergei “Lazar”, il bassista Ruslan “Kniaz”, il batterista Vlad Sokolov e l’addetto agli strumenti folk come flauti vari e cornamusa, ossia Vladimir “Volk”. In questa veste la band russa dà vita al miglior show dell’intero festival proponendo con precisione ed efficacia il proprio sound che unisce parti death ad un tessuto folk tipico della terra natia, in parte utilizzando basi preregistrate e in gran parte eseguendo il tutto live; Vladimir viene aiutato in questo dalla stessa Masha che spesso suona percussioni di vario tipo. Il concerto inizia sparando sul pubblico i migliori brani degli ultimi album e di conseguenza è possibile gustare la melliflua “От Сердца К Небу”, in cui la voce pulita di Masha è ben abbinata ad una forte componente folk, subito seguita dalla cadenzata ed epica “Goi, Rode, Goi!!!” In ogni caso è evidente la volontà del gruppo di privilegiare l’esecuzione dei brani tratti dall’ultimo album ancora recente (uscito a fine agosto 2011) ed infatti i nostri eseguono diversi pezzi, da “Слово” (in cui Masha dimostra un’abilità notevole nel passare da growl a voce pulita) a “Леший”, da “Заклятье” (brano ipnotico di grande rilevanza folk) a “Стенка на стенку”, song gioiosa dominata da un ritmo quasi ballabile. Momenti davvero eccelsi del concerto sono legati alla proposta dei brani più sognanti, che interpretano pienamente l’anima del sound creato da Masha e compagni. In particolare si viene rapiti dalla dolce litania di “Славься, Русь!”, arricchita da un bel cantato pulito e da parti acustiche davvero efficaci ed ancora dall’etnica “Туман Яром”, breve brano quasi interamente acustico che riflette la malinconia insita nel folk slavo. Anche “По Сырой Земле” (tratta dall’ottimo “Во Славу Великим!”) colpisce nel segno grazie ad un’ottimo mix fra violenza death e melodia; l’esecuzione è esaltata da un uso di percussioni etniche e dal supporto del basso di Ruslan che riesce a dettare ritmi sostenuti senza mai cedere nulla al mood energico del pezzo. I suoni sono mediamente più che buoni ed il pubblico apprezza il concerto anche se è evidente che ben pochi sono in grado di cantare con Masha i ritornelli dei pezzi (nonostante questo in prima fila si intrevede un folto gruppo di ragazze che sembrano cantare i brani degli Arkona dall’inizio alla fine). Aggiungiamo che la band intera indossa indumenti tipici della tradizione folk russa ed in particolare Masha porterà sulle spalle per buona parte dello show una pelliccia… alla faccia del caldo torrido che sembra non accennare a diminuire nonostante il sole sia già calato. La conclusione dell’ottimo show degli Arkona è legato all’esecuzione di un classico della band, ossia “Ой, то не Вечер…” (tratto dal secondo album “Lepta”), un inno epico e cupo che trasmette con efficacia le emozioni ancestrali che questo approccio può donare.

I Moonsorrow, gruppo di punta per la prima giornata del Fosch Festival, si presentano sul palco ricoperti di rossa tintura che simula forse il sangue versato dei nemici. Il sound della band ci fa immergere idealmente nelle lande gelide della Finlandia. Le melodie intrecciate dalle chitarre di Janne Perttilä (chitarrista che sostituisce nei live Henri Sorvali, compositore principale e axeman anche dei Finntroll) e Mitja Harvilahti, così come il tappeto di tastiere di Markus Euren, intrappolano i presenti in una magica atmosfera fatta di riff ipnotici ripetuti ossessivamente per lunghi minuti. Non è infatti un caso che il concerto del gruppo finlandese, iniziato verso le 22,15, proporrà solo otto brani… considerando la lunghezza media delle composizioni dei Moonsorrow era prevedibile una scaletta ristretta a livello di titoli. Grazie ad “Huuto” (secondo brano in scaletta) ed ai suoi sedici minuti gli astanti rimangono completamente rapiti ed infatti sarà molto raro veder scoppiare momenti di pogo e mosh nel mezzo del pubblico, come invece era capitato a più riprese per le band esibitesi antecedentemente. Altro momento veramente riuscito del concerto è l’esecuzione di “Sankaritarina”, mastodontico brano che tocca quasi i quindici minuti e fa emergere tutto l’amore della band per i Bathory più epici ed un approccio etnico mai banale, arricchito da parti acustiche di chitarra emozionanti. I suoni arrivano abbastanza puliti sul pubblico e permettono di gustare pienamente le melodie malinconiche e tristi della band, mentre i due chitarristi esprimono una dinamicità fisica in parte contrastante con le ritmiche cadenzate dei brani. Lo show dei Moonsorrow si inserisce quindi in un mood estremamente positivo se non fosse per il pessimo comportamento del cantante/bassista Ville Sorvali. Infatti il fratello del fondatore della band riesce in parte a mascherare il suo stato di ebbrezza avanzato solo nella prima parte dello show; durante l’esecuzione degli ultimi tre pezzi la situazione peggiora vistosamente, soprattutto con il lungo brano conclusivo, “Kuolleiden Maa”, quando Ville a stento si regge in piedi e finge di suonare il basso per poi gettare lo strumento di fronte alla batteria quando mancava ancora un minuto abbondante alla conclusione della canzone. Questa totale mancanza di professionalità rimane una macchia indelebile per uno show che avrebbe potuto invece chiudersi con un giusto tripudio.

 

Report di Henderwyd, Draugr e Furor Gallico a cura di Stefano Panzeri

Report di Arkona e Moonsorrow a cura di Leonardo Cammi

Fotografie di Stefano Panzeri e Leonardo Cammi

 

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

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