Forty Deuce (Richie Kotzen): Live Report della data di Milano

Splendida serata dedicata al rock più viscerale allo Zoe di Milano. La calata in terra italica di uno dei musicisti più poliedrici e virtuosi che la scena abbia prodotto negli ultimi vent’anni è occasione da non lasciarsi sfuggire, anche perchè il nostro buon Richie e dimostrato con il suo recente progetto Forty Deuce di sapersi reinventare e di non avere bisogno di mettere in mostra tecnica e velocità per colpire l’animo dei veri appassionati. La band di supporto, capeggiata dal chitarrista Tony De Gruttola, comincia a suonare davanti ad una platea oggettivamente non numerosa come ci saremmo aspettati, ma abbastanza calda e ben disposta a prestare attenzione a quanto il gruppo ha da proporre. Una setlist in parte strumentale e in parte composta da cover riesce sicuramente a risultare interessante anche a chi non ha mai avuto il piacere di incotrare prima sulla propria strada questo manipolo di rocker sanguigni. La band da vita ad una prestazione convincente e sinceramente applaudita dai presenti, mettendo in primo piano la musica e la voglia di divertire. Questa si che è attitudine. Complimenti! Arriva però il turno della star della serata e sin dalla prima song (“Love Divine”) si intuisce che Mr. Kotzen è nato solo ed esclusivamente per suonare e cantare. Sul palco fa tutto lui: si atteggia a ragazzo difficile, fa sciogliere le ragazze presenti con pose e moine, sussurra, grida… e soprattutto muove le dita sulla chitarra con una naturalezza inverosimile. Ogni nota esce dal manico dello strumento (o dalla sua gola) impregnata di un sentimento che rende del tutto irrilevante ogni considerazione sulla forma (comunque perfetta). Per forza di cose la scaletta si sofferma sia sui brani dell’ottimo ultimo album, sia su alcuni momenti della carriera recente e passata: dalle collaborazioni prestigiose, al progetto Mother Head’s Family Reunion fino alle song dei suoi album solisti. Particolarmente commovente l’esecuzione di ‘Stand’, apparsa su ‘Native Tongue’ dei Poison. Il brano, pur piacevole, non è certo di quelli che hanno fatto la storia della musica, ma vista l’età media dei presenti è palpabile la nostalgia per una periodo in cui il rock faceva ancora la sua comparsa sulle reti mediatiche. Tutti cantano, urlano e applaudono fino alla fine, atmosfera che rende il concerto ancora più intenso ed entusiasmante. Da portare dentro come carburante per riscaldare i mesi invernali.

Foto di Leonardo Cammi

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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