Firenze Rocks: Live Report del Day 4 con Ozzy Osbourne, Avenged Sevenfold e Judas Priest

#Day4, Firenze Rocks alle battute finali e chiusura con uno dei “grandi vecchi” dell’Heavy Metal. Il caro, carissimo Madman, John Michael Osbourne direttamente dalla plumbea Birmingham di fine anni 40. L’uomo della classe operaia che ha spaccato il cielo cantando i riff Tony Iommi e dei Black Sabbath tutti.

Ma Ozzy a Firenze non si è presentato spalleggiato da Tony e Geezer Butler, perché quella di Firenze è stata la tappa italiana di quel “No More Tours” parte seconda che il nostro sta portando in giro per l’Europa ed il mondo. Ultima possibilità (forse) di vederlo in tour massacranti in giro per il globo terracqueo.

Ma andiamo con ordine, perché prima di lui tanto altro di cui parlare, almeno un paio di voli andata-ritorno tra gli States e la patria della Brexit. Con partenza dalla vicina Svizzera, Lugano per la precisione.

Ad aprire le danze dell’ultima torrida giornata del Firenze Rocks i gli Amphitrium. Discreta band dal vivo il combo proveniente dal canton Ticino e fierissimo portabandiera di un death metal melodico di matrice europea. Bravi nel loro essere presenti sul palco, positivi nel dialogare con il pubblico e soddisfacenti nel riversare la loro carica di “ignoranza” addosso an un pubblico tutt’altro che vicino alla loro proposta musicale.

Ed allora Lugano addio, citando il mai troppo rimpianto Ivan Graziani, e spazio per Mark Tremonti.

Ingresso alle 16, come da rigidissimo copione, ed il buon Mark si prende subito il centro della scena presentando a tutti i fan italiani gli estratti dal positivo “A Dying Machine”. Mark sembra decisamente a suo agio nel doppio ruolo di cantante e chitarrista, ed il riffing delle nuove canzoni ben si lega all’atmosfera domenicale di Firenze: torrido. Decisamente torrido. Qualche dubbio per quanto riguarda la “potenza” dei suoni, probabilmente poco bilanciati rispetto la proposta del chitarrista americano, ma nonostante le lacune le canzoni fanno buona presa sul pubblico. Subito la martellante “Bringer Of War”, poi “Another Heart” e “Cauterize” per un set positivo nonostante il clima da tropici. Chiusura con la title track dell’ultimo album e poi con l’aggressiva “Wish You Well”. Promossi, promosso Mark, ma certamente una grande arena non risulta il “campo” di azione per una proposta ideale per una club di dimensioni medio – grandi.

Dagli States verso Birmingham, Regno Unito, per celebrare i Metal Gods. Spazio ai Judas Priest.

Non ho mai nascosto la mia perplessità per la posizione dei Priest all’interno del Firenze Rocks: terz’ultimi e prima addirittura degli Avenged Sevenfold. Certo, il blasone avrebbe imposto l’inverso, ma così non è stato e quindi Priest piazzati alle 17 circa del pomeriggio. I nostri sembrano in grande, grandissima forma, ed un Rob Halford stellare inizia a ringhiare preciso e determinato i versi di “Firepower”. Proprio la title track del loro ultimo lavoro ha avuto il compito di aprire le danze di un concerto spettacolare: potente, melodico, dinamico e di sicuro spessore.

Halford non ha cedimenti, e le chitarre di Faulkner e Sneap sono ben coordinate. Bene la doppietta “Grinder” e “Sinner”, che ha visto il quasi 67enne cantante di Birmingham districarsi con sapienza e mestiere.  Da applausi le versioni live di “Freewheel Burning” e “You’ve Got Another Thing Coming”, messe al centro di un set equilibrato.

Immancabile l’harley sul palco, con Metal God in sella, per una tagliente “Hell Bent For Leather” ad anticipare la terremotante “Painkiller” introdotta dalla batteria di Scott Travis decisamente in palla. Ora però le dolenti note, perché non c’è stato modo di ascoltare dal vivo due inni autentici “Breaking The Law” e “Living After Midnight”. Perché? Panico in sala (per modo di dire…) e tante domande sul “taglio” del set. Spiegazione arrivata a strettissimo giro di “posta digitale”, con i nostri che in un live su Instagram hanno spiegato la la setlist ridotta con motivazioni legate alla gestione del tour. Applausi per l’immediata chiarezza e per l’annuncio immediato di nuove date da headliner. Metal Gods fino al midollo. Promossi.

America, the beautiful?

Ammetto candidamente la mia poca passione per gli A7X, ammetto candidamente di non essere appassionato come le legioni di fan presenti alla Visarno Arena  e di non capirne il successo. Ma, essendo un vecchio metallaro lamentoso ma non troppo, mi adeguo alle scelte di chi ha organizzato l’evento (peraltro ottimamente, e con un consiglio: la prossima volta solo stand che vendono panini con il lampredotto, please) e tacendo mi dedico alla visione degli Avenged Sevenfold.

La band di M Shadows all’inizio sembra faticare, suoni ancora non ottimali ed una certa fatica nel quadrare il cerchio di una band che dovrebbe essere andare con il pilota automatico. Synister Gates e Zacky Vengeance alle chitarre non deludono, ma neanche entusiasmano come dovrebbero. O potrebbero.  Anche in questo caso suoni forse leggermente penalizzante, con strumenti a graffiare leggermente ed una batteria dai suoni decisamente discutibili.  Partono forte con “The Stage”, “Afterlife” ed “Hail To The King”, convincendo fan a parte degli aficionados degli altri musicisti presenti in scaletta. Ma poi qualcosa si inceppa, M. Shadows soffre su alcune canzoni ed in molti se ne accorgono. Il set scivola via (buona “Bat Country”) ed i bis di “Shepherd of Fire” ed “Unholy Confessions” chiudono un live apprezzato dai fan nel pit. Un poco di amaro in bocca, lo ammetto, per un concerto appena sufficiente. Anche loro da rivedere in un club.  

Let the MadMan in

La tensione cresce con il calare delle tenebre, e tutti ad osservare il palco in attesa di Ozzy. L’attesa non è certo un problema ormai, perché il sole è finalmente affondato oltre la Visarno Arena e si inizia a respirare un poco di frescura. Meglio così per tutti.

L’attesa finalmente finisce, risuonano le prima note e subito si inizia a comprendere la portate dell’evento. Osbourne è dannatamente in forma (per i standard, ovviamente, e a quasi 70 anni suonati da lui non mi sarei mai aspettato un concerto di questo livello memore anche della grandissima performance dei Sabbath nei final show di B’ham dello scorso anno Nda.) e la tripletta “Bark At The Moon”, “Mr. Crowley” e “I Don’t Know” fa subito capire che John Michael non ha intenzione di abdicare.

Certo gli anni passano, la fatica diventa ogni giorno più evidente, ma Ozzy è sempre lì al centro del palco a cantare una buona parte di storia dell’Heavy Metal. Non può che fare piacere il ritorno di Zakk Wylde, decisamente in palla e pirotecnico, autore di una prestazione sopra le righe. Il dinamico duo ricostituito funziona, si scambiano la scena, regalando al pubblico una bella prestazione.

Si toccano lidi Sabbath con “Fairies Wear Boots”, si attraversa la controversa “Suicide Solution” e si arriva alla spettacolare “No More Tears”, dove Ozzy prende l’unica stecca della serata, ma va benissimo così perché in fin dei conti non lo vorrei mai diverso da quello che è: un essere umano, un musicista sopravvissuto a tanti eccessi ed un uomo che ancora ama suonare dal vivo.

“War Pigs” convince, e Zakk Wylde non teme il confronto con il “Divin Mancino” Iommi, e produce una propria versione decisamente più incattivita ma sostanzialmente fedele. Un mega medley strumentale per far tirare il fiato ad Ozzy e poi la discesa: “Don’t Want to Change the World” “Shot in the Dark” e l’obbligatoria “Crazy Train”. Fine dei giochi? Niente affatto, perché ecco arrivare due bis assolutamente necessari: “Mama, I’m Coming Home” e “Paranoid”, quest’ultima quasi ai limiti del thrash metal (Ah! Zakk, birichino…).

“I love you all”, “God bless y’all”. Queste le ultime frasi rivolte da Ozzy al pubblico gigliato, al termine di una giornata di fuoco che in fin dei conti non ha scontentato nessuno. O quasi. Appuntamento al prossimo anno? Molto probabilmente sì…e se tra le band in cartellone si dovessere palesare una truppa di scavezzacollo teutonici appassionati di fiamme, ritmiche marziali e follia….sarebbe un 2019 niente male.

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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  1. Massimiliano

    Concordo con quanto scritto… Una analisi lucida che ha evidenziato gli aspetti più rilevanti di una grandissima giornata metallica

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