Firebird: Live Report della data di Giavera (TV)

Iniziativa lodevole e coraggiosa, quella del Maximum Festival, che dall’11 al 15 luglio ha portato nella location del Santi Angeli Music Club band del calibro di Bellrays, Nebula e Firebird – solo per nominarne alcune -, oltre ad una serie di gruppi italiani che mostrano come la nostra scena sia alive and kickin’. Particolarmente significativa, in questo senso, la giornata del 14 luglio, in cui a partire dal pomeriggio si esibiscono Supremacy From The Hill, Tombosley, Re Dinamite e Matra. Questi ultimi, con il loro contagioso rock vagamente à la Litfiba (prima maniera, sia chiaro), più qualche genuina iniezione di rock’n’roll, chiudono la prima fase di una giornata che ha il suo culmine nelle 4 esibizioni serali. Tre band della Go Down Records più gli attesissimi Firebird di Bill Steer, che arrivano già nel tardo pomeriggio e seguono con interesse e partecipazione le performance dei gruppi che li precedono.

Purtroppo il pubblico non è numerosissimo, e sin dalle prime note sparate dai Fuel From Hell è chiaro che è un peccato: la potenza messa in campo dalla band è di quelle che ti fanno muovere anche se non vuoi. Un rock’n’roll contagioso, in cui è fondamentale il contributo dello screamer E.K.Krawall, forza della natura che non può non scuotere il pubblico. C’è tanto hard rock old style, ma anche un occhio alle scene stoner e scan rock, oltre che alla proposta di band travolgenti come i Buckcherry nel sound dei Fuel From Hell, che magari non garantiscono una gran varietà ma un sano colpo allo stomaco sicuramente sì.

I Los Fuocos, pur con una proposta stilisticamente più varia e forse sulla carta più interessante, risentono della minor esperienza rispetto alla band che li ha preceduti: finiscono per imbastire una performance dalle fortune alterne, che ha il suo apice in ‘Danny The Mind’, dedicata ai Firebird, che stanno a guardare divertiti. Una band sicuramente da tenere d’occhio, comunque, e che ha il principale termine di paragone negli Hellacopters, seppur con aperture e contaminazioni diverse rispetto agli svedesi.

Grande qualità messa in campo dagli Small Jackets, guidati dalla splendida voce di Lu Silver. Una proposta più influenzata dal sound americano, la loro, un sound sporco al punto giusto, che non cade mai nel rischio di intaccare il grande gusto melodico messo in mostra.

Quando arriva il momento dei Firebird il pubblico è aumentato di numero, anche se incomprensibilmente non abbastanza per rendere il giusto tributo ad una delle band più devastanti dal vivo tra quelle in circolazione. Il ruolo di prima donna non spetta al cantante/chitarrista Bill Steer, ma al bassista Harry Armstrong, che con la sua simpatia contagiosa conquista da subito il pubblico, regalando sorrisi e battute a tutti quanti. I Firebird concentrano i pezzi più noti della loro discorgafia nella prima parte, menzione d’onore per la sgangherata ‘Station’ e soprattutto per la potentissima ‘Torn Down’, il batterista Ludwig Witt a scaricare delle sassate di una potenza indescrivibile. Quello che rende il trio inglese di un altro pianeta è l’intensità e la naturalezza con cui vengono macinati i pezzi. Un’energia che avvolge in un’aura tutti presenti, pezzo dopo pezzo, nonostante la voce di Bill Steer abbia più di qualche black out, dimostrandosi unico punto debole – o quanto meno discutibile – di una proposta musicale che fa della sostanza la propria arma vincente. La stravaganza di un pezzo come ‘Misty Morning’, Steer indiavolato all’armonica, e il ritmo sincopato di ‘Horse Drawn Man’ sono altre due chicche da citare in un concerto che non conosce cedimenti e che amplifica all’ennesima potenza quanto di buono già fatto sentire in studio. Chiusura a sorpresa con una cover iper-stravolta di ‘Superstitious’, alla voce un divertitissimo Harry Armstrong che urla nel microfono tutta la propria joie de vivre.

La serata finisce, la gente se ne va contenta. Un festival piccolo, a misura di persona, quasi intimo. Una bellissima sensazione.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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Firebird – Recensione: Firebird

Chi non muore si rivede, dice il proverbio… ed ecco che dopo anni di silenzio torna sulle scene Bill Steer, leggendario chitarrista dei primi Napalm Death e dei Carcass.

E torna con un progetto che potrebbe spiazzare molti: niente grind, niente death, addirittura niente metal, solo un grande feeling e riff che escono direttamente dagli anni 70. Questi sono i Firebird: un concentrato di sonorità tipicamente seventies, dall’hard rock alla psichedelia, un compendio della musica di Mountain (la cui influenza è pesantissima), Thin Lizzy, Hendrix, Cream e chissà quanti altri ancora.

Il risultato? Ottimo! Steer già negli ultimi anni di permanenza nei Carcass aveva cominciato a mostrare un’inedita attitudine rock/blues e questa svolta ha dato pieno sfogo a questa sua passione, componendo dei brani carichi di feeling e di umori diversi: si va groove irresistibile dell’ opener ‘Meantime’, alla suggestioni psichedeliche di ‘ Bollard’ (un vero e proprio trip), fino alle coinvolgenti improvvisazioni di ‘Through The Fields’.

Il lavoro delle chitarre è curatissimo e preciso, lo stesso dicasi per le parti basso e batteria (curate rispettivamente da Leo Smee dei Cathedral e Ludwig Witt degli Spiritual Beggars), l’unico appunto lo si può muovere alla voce di Steer, il vero punto debole dell’album, poco incisiva e priva di personalità.

Un gran bell’album, dalle tinte calde ed avvolgenti, che non mancherà di ammaliare ogni appassionato di hard rock/blues.

Voto recensore
8
Etichetta: Rise Above / Audioglobe

Anno: 2000

Tracklist: Meantime
Torn Down
Stranger To Himself
Bollard
One Trick Pony
Raise A Smile
Hardened Sole
Fat Cat Groan
Caught In The Quagmire
Through The Fields

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