Fano Moonlight Festival 2010: Live Report

Preparato il pubblico con una serie di party anticipati “a tema” il Fano Moonlight Festival approda alla sua seconda edizione con una serie di cambiamenti, molti dei quali positivi. Si perde purtroppo la gratuità del Festival, ma visto il calibro degli artisti proposti e la ricerca di nuove location per i concerti in previsione dell’afflusso di pubblico non poteva essere diversamente e il costo degli stessi biglietti d’ingresso in abbonamento per tre giorni si è mantenuto tutto sommato irrisorio visto il numero di servizi offerti. Cambiano finalmente gli orari lasciando la mattinata libera per fare i turisti o riposarsi della stanchezza accumulati durante gli aftershow, non penalizzando così le conferenze che hanno visto, nonostante alcune defezioni dell’ultima ora, un ottimo afflusso di pubblico e una crescente qualità del materiale presentato, primo tra tutti il monumentale “Nascosto Tra Le Rune” di Aldo Chimenti, una monografia completa sui Death in June scritta in collaborazione con il frontman del gruppo Douglas Pierce, opera ricca di materiali inediti, profonda, esaustiva e fortemente voluta in lingua italiana per soddisfare le esigenze di un pubblico che agli inglesi ha sempre riservato un’ammirazione speciale. Purtroppo ad ogni nota positiva ne segue sempre una negativa ed è in questo contesto che colloco “Il Dark: Guida Alla Musica Oscura” di Ivano Galletta, che pur essendo abbastanza esauriente riguardo alle presenze sulla scena dei primi anni ’80, si limita ed essere un mero elenco di gruppi e siti internet, con alcune lacune nel panorama contemporaneo. Erika Polignino (scrittrice che già esordì nella scorsa edizione del festival presentando “Nero Fluorescente”, racconto dal vago sapore autobiografico che ha riscosso ottimi successi di critica e pubblico), quest’anno fa da presentatrice a due nuove leve della scrittura contemporanea, selezionati tra molti papabili per proporre solo il meglio al pubblico del Moonlight. Non mancano gli interventi del Profrssor Berardi, decano della cultura, storia e conservazione della tradizione fanese e l’esauriente conferenza di Luca Frazzi, che ripropone la storia dell’etichetta Factory nella Manchester di un trentennio fa, portando il pubblico a vivere quasi in prima persona gli alti e bassi, le gioe, le sofferenze e il declino purtroppo inevitabile di un’etichetta che ha fatto la storia del post punk attraverso errori, successi e politiche commerciali. La seconda edizione del festival si arricchisce anche di una mostra di abiti ed opere d’arte organizzata nella cornice di una chiesa sconsacrata nel cuore di Fano ed indice che Moonlight non è solo buona musica, ma cultura ed arte a 360 gradi. Resta invariata la location dei dj set pomeridiani, il popolarissimo ristorante Portonovo sul lungomare ad un passo dalla spiaggia Già icona e ritrovo della precedente edizione. È una pista su cui ciclano 30 tra i più famosi dj della scena nazionale ed europea. Ottima novità introdotta è stata quella del servizio navetta gratuito per raggiungere l’aeroporto di Fano, nuovo punto di collocazione degli stand di vendita (in crescita), dei concerti e dell’aftershow, scelta fatta per evitare sia problemi di congestione traffico che che per consentire a tutti di potersi divertire nella massima sicurezza, evitando colpi di sonno e ritiri di patente al ritorno. Unico neo della location indipendente dalla volontà organizzativa, è il crollo delle temperature nell’orario notturno che,soprattutto la prima sera, ha sconvolto parecchio i presenti.

GIOVEDI’ 8 LUGLIO

L’onere e l’onore di aprire il palco Giovedì 8 Luglio tocca agli inglesi Atomizer, composti da Johnny Slut (già tastierista degli Specimen) e Fil Ok, veri ideatori e rinnovatori di quella che si presenta come la nuova scena contemporanea dell’electro londinese .Nonostante il forfait del generatore elettrico, il duo d’oltremanica ha assolto benissimo al compito di ouverture, forti anche dell’impatto simpaticamente scenografico del frontman, delle sue mutande a righe e del fatto che, strappati i suoi pantaloni in latex li abbia noncurante gettati tra il pubblico, per il piacere dello show…Anche fuori dal palco poi il duo si è dimostrato disponibile e festaiolo, portatore di spirito fraterno. A seguire i francesi Joy Disaster, che avevo già avuto la fortuna di conoscere nel mio pascolare notturno per le strade di Fano in prefestival. I francesi si sono subito imposti sulla scena internazionale con un congruo numero di date oltrefrontiera che hanno portato il loro stile potente e melodico (un mix di Editors, Interpol, Muse e sonorità classiche) ad avere un larghissimo seguito nel Continente. Il compito di succedere loro sul palco è toccato a Martin Degville e a i suoi Sigue Sigue Sputnik. Scenografici, coloratissimi, affiancati da un chitarrista veramente eclettico (anche se con delle mutande orrende,debitamente fotografate). Il mix di electro, glam e rock proposto con pezzi quali “21st Century Boy”, “Love Missile” e “Grooving With Mr Pervert”, ha colpito, stupito ed entusiasmato (ad arrivarci a 60 anni con la vitalità di Martin!). Chiusura della prima sera di performance è toccata al neofolk dei francesi Derniere Volonté, maestosi, statici, cadenzati ed estremamente marziali. Il loro suono senza variazioni di sorta, inframmezzato da percussioni profonde come in “Toujours” e “La Nuit Revient” ha lasciato che Geoffey D trasportasse il pubblico in una dimensione nuova, isolata da tutto e tutti, in piena contemplazione estatica.

VENERDI’ 9 LUGLIO Il secondo giorno sul palco l’arduo compito di aprire i concerti è stato ottimamente svolto dai belgi Red Zebra, sulle scene internazionali tra alti e bassi da oltre un trentennio, anche in ouverture di mostri sacri come i Cure. Loro le splendide “Can’t Live In A Living Room”, “Art Of Conversation” e “Winning”. Sui successivi Diaframma di Federico Fiumani il mio giudizio non è in realtà troppo positivo: gli stessi, pur rappresentando un’icona vivente della wave italiana, si rivelano incapaci di reinventarsi e proporre qualcosa di nuovo, a differenza di gruppi loro contemporanei, restando idealmente fermi a tre decenni fa, nonostante il contesto psico-socio-culturale sia profondamente mutato da allora. Nulla da eccepire sulla tecnicità di “L’odore Delle Rose”, sull’intensità di “Labbra Blu” e sull’interiorità di “Mi Sento Un Mostro”, ma trent’anni fa sarebbero state più apprezzate, oggi possono considerarsi un anacronismo contemporaneo, da mettere sotto una campana di vetro con la scritta “Sollevare solo in caso di depressione”. Giudizio negativo anche sugli svedesi Covenant: nonostante la mia ammirazione per loro rasenti l’idolatria, non è assulutamente ammissibile che una band di questo calibro si presenti sul palco in due terzi della formazione, con il tuor manager messo a sostituire un tastierista disfatto dal party della notte precedente a mettere su solo delle vuote basi. Eskil Simonsson è carisma fatto persona, ma decisamente non basta, non è professionale (da notare che anche sul loro Myspace la foto che fa da sfondo ha il tour manager in sostituzione, segno che questi eccessi sono diventati ormai routine per loro in barba a chi li segue).La chiusura del secondo giorno di concerti tocca agli inventori del cosiddetto Punk Funk, gli inglesi A Certain Ratio. La band propone un insolito mix di sonorità partendo da una base post punk unita ad elementi funk e dance, intensissimi in “Si Fermi O Grido”,”I Feel Light”, Mind Made Up”, “Knife Slits Water”, gli inglesi sono la dimostrazione che un sound multiforme come il loro può benissimo reggere il peso di un trentennio sul groppone senza perdere di smalto e verve.

SABATO 10 LUGLIO

L’ultimo giorno di festival ha un programma tale da poter smuovere le montagne, o quasi. Fatto sta che l’affluenza di pubblico sfiora quasi le cinquemila presenze e l’entusiasmo è palpabile nell’aria. Il difficile compito di scaldare il pubblico tocca ai tedeschi Schwefelgelb, che nonostante la loro presenza sui palchi europei da pochi anni, possiedono un corpus musicale da cui pescare di tutto rispetto, basandosi su suoni neue deutsche welle, prima ancora che wave e post punk (chi ha ascoltato “Spieglein, Spieglein”, “Stein Auf Stein” e “Pornoshow” non si discosterà dalla mia analisi). Seguono i veri trionfatori di questa edizione del festival, i nazionalissimi IANVA, capaci di movimentare legioni da ogni dove pur di ascoltarli. Controcorrente, schierati, intensi quanto può esserlo un’opera d’arte, nonostante la sparuta voce di dissenso di un povero ignoto che ha preferito restare nascosto nell’ombra nonostante gli inviti a salire sul palco, i genovesi hanno estasiato il pubblico con uno show tale da strappare più di qualche lacrima, in piena sindrome di Stendhal. “La Ballata Dell’Ardito”,”Muri D’Assenzio”, “Bora”, “In Compagnia Dei Lupi”, “Di Nuovo In Armi”, “Luisa Ferida” e “Tango Della Menade” non hanno bisogno nè di presentazioni nè di commenti, sono perle. I belgi The Names occupano nella scaletta del giorno una posizione molto scomoda, compressi tra due mostri sacri e il loro tenere il palco è in realtà molto più arduo di quanto si possa credere, anche se di esperienza ne hanno parecchia e hanno diviso le scene con A Certain Ratio e Joy Division negli anni d’oro della Factory Records. In realtà il loro show non mi entusiasma, è come se mancasse di verve. Segue in chiusura l’attesissimo Peter Hook in esclusiva nazionale, già Joy Division e frontman dei New Order, che nel trentennale della morte di Ian Curtis ripropone con una band d’eccezione la performance dell’intero “Unknown Pleasures”, operazione che, nonstante l’abum sia una pietra miliare nella storia della musica alternativa, puzza di commerciale lontano un miglio. La stessa performance in realtà non brilla. Peter è più grasso, più stanco, questi trent’anni su di lui hanno lasciato un segno non leggero e il basso che ha al collo è più un complemento d’arredo che uno strumento musicale. In pratica sembra di sentire una cover band, nonostante tutto. Non è una celebrazione, nè una rimembranza, semplicemente non è. Curtis, schivo e dimesso, non lo avrebbe voluto. Il giudizio finale sull’interezza della manifestazione non può che essere positivo. Completa a 360 gradi, artisticamente orientata a portare sul palco musicisti che difficilmente si sentono suonare in giro, dai curatissimi dettagli. Unica lamentela da parte degli autoctoni è che il cambio di location concerti abbia un po’ limitato l’indotto economico rispetto all’anno precedente, ma i numeri sono tutti a favore del Moonlight che si propone come la prima vera alternativa italiana a ben più grossi e blasonati festival di oltrefrontiera.

Copyright immagini RITUAL ART 2010

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