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Evolution Festival 2006: Live Report – Day 3

Una terza giornata entusiasmante! Si chiude in bellezza l’Evolution Festival, soprattutto dal punto di vista musicale, visto che il pubblico presente non arriva alla quantità che ci si potrebbe attendere dallo schieramento di band che si esibiranno oggi. Molta storia, con il ritorno sulle scene di gruppi impedibili come Atheist e Armored Saint, ma anche qualche band recente che non delude di certo le attese… ma andiamo per ordine.

Con ancora la colazione nella pancia assistiamo all’esibizione dei Kayser. Se sul primo disco il gruppo di Spice (ex-Spiritual Beggars) non aveva entusiasmato, non si può invece muovere alcun appunto alla presa live della band. Nonostante la gente sia poca e non molto attenta (come potrebbe essere altrimenti a quest’ora) lo show dei Kayser è estremamente professionale e di grande impatto. Tanto da riuscire nel corso di pochi brani ad infiammare ed accontentare anche chi non ne aveva per la testa. Questa si che è carica!

Bravi anche i Secret Spere. La band alessandrina non tradisce le attese ed esibisce il meglio del proprio repertorio davanti ad un pubblico appena più numeroso. Purtroppo qualche piccolo problema di suono non garantisce la necessaria pulizia per il genere proposto dalla band togliendo loro una parte dell’impatto live. Forse per questo i brani risultano ben eseguiti ma troppo freddi per chi già non è mastica la loro discografia. Visto il contesto non ci sentiamo comunque di muovere ulteriori appunti, anche loro aggiungono un tassello alla ottima qualità generale del festival.

La pausa di sei anni è tornata utile ai Sadist per riordinare le idee e ritornare a calcare i palchi, a giudicare da questa esibizione, in ottima forma. La band ligure confeziona uno show essenziale, non servono fronzoli scenici quando la musica è così articolata e musicisti sono preparati, e il frontman Trevor arricchisce il tuo con una presenza fisica e animale. Il repertorio proposto dalla band è concentrato sui primi lavori, ‘Above The Light’ e l’ottimo ‘Tribe’, e proprio da quest’ultimo che i nostri estrapolano il meglio, permettendosi addirittura il lusso di inserire lo strumentale ‘From Bellatrix to Betelgeuse’ in un set così breve. ‘Escogido’, ‘The Reign Of Asmat’ e ‘Tribe’ sono ormai classici della cultura metal tricolore, e ne è la dimostrazione la risposta del pubblico, purtroppo pochi ma veramente buoni. La prestazione dei musicisti è ottima, Andy e Oinos forniscono una sezione ritmica solida tra le partiture intricate tessute da Tommy, che alterna con la consueta disinvolture chitarra e tastiere. A chiudere l’esibizione, dopo la promessa di essere tornati per restare fatta da Trevor, emozionato e letteralmente in mutande, un altro cavallo di battaglia, ‘Sometimes They Come Back’, messa in chiusura anche per ironizzare sul titolo. A volte ritornano, e quando si tratta di band come questa, sono sempre i benvenuti.

I finlandesi Ensiferum irrompono sul palco con tanto di war paint pronti a scaldare l’audience con il loro viking/folk epico e carico di atmosfera, ottimo preludio alle successive performance di blasonati acts quali Finntroll e Amon Amarth. La band offre degli episodi enfatici dove si distingue il sound della chitarra di Petri Lindoos e Markus Toivonen, in massima parte pronti a tessere momenti cadenzati ed eroici, spezzati però dalle venature folk della tastierista Meiju Ehno, che donano ai brani degli sprazzi melodici perfetti a sottolineare le storie popolari e le leggende facenti parte del background lirico dei nostri. Certamente meno fantasiosi e festaioli dei connazionali Finntroll che si esibiranno successivamente, gli Ensiferum riescono comunque a garantire una buona mezz’ora di metal misto a musica popolare che sarà gradita alla maggioranza dei presenti. Tra i brani eseguiti citiamo ‘Tale Of Revenge’ e la più recente ‘Dragonheads’, tratta dall’omonimo EP.

Dopo i finlandesi Korpiklaani esibitisi nella giornata di sabato e gli Ensiferum c’è grande attesa anche per i Finntroll, altra band dedita ad viking-folk metal forse meno godereccio o powereggiante rispetto a quello dei colleghi ma di sicuro valore. Un motivo aggiunto di interesse per lo show della band è dato dal cambio dietro al microfono del singer. Il noto “orso” Wilska viene sostituito da un ragazzo decisamente più gracilino, Vreth (che comunque ha già cantato in diverse altre band), che non ha per nulla il carisma del precedente frontman, ma forse è ancora troppo presto per emettere un giudizio definitivo sul cantante. Di certo, sebbene manchi di verve, Vreth interpreta bene sia i pezzi recenti del gruppo sia quelli legati alle prime opere, complice anche un impatto sonoro che va migliorando band dopo band. L’ultimo album, ‘Nattfodd’, viene saccheggiato e diversi pezzi esaltanti come ‘Trollhammaren’ riescono a far breccia sul pubblico un po’ apatico. Purtroppo il sound dei Finntroll, decisamente aggressivo, mortifica un po’ le parti più folk che non riescono ad imprimere la giusta carica al riffing ed il concerto dei nostri diventa decisamente più diretto e cattivo. Tra i pezzi più riusciti delle precedenti realese ricordiamo la cadenzata ‘Krigsmjod’ e ‘Jaktens Tid’.

Dopo una mattinata all’insegna del nero, ci pensano gli olandesi The Gathering a portare un po’ di colore, forse anche troppo, sul palco dell’Evolution. Strumentazione vintage e magliette colorate che fanno storcere il naso a più di uno spettatore, passano immediatamente in secondo piano quando la band attacca a suonare e il pubblico è stregato dalla voce di Anneke, ed è un peccato che una band così passi spesso inosservata. Il suono è pulito, senza sbavature, la band esplora nel tempo a disposizione tutta la propria carriera, concentrandosi in particolare su quel piccolo gioiello che è stato ‘Mandilyon’. ‘In Motion (Part I)’ e ‘Eleanor’ sono brani pionieri di un genere che ha poi trovato fortuna negli ultimi anni in altri nomi, ma la disinvoltura e l’attitudine positiva sul palco sono quelle di una band soddisfatta, che può vantare molte frecce al proprio arco, come gli spunti elettronici su brani come ‘Liberty Bell’ o i chiaroscuri tra la musica aggressiva e la dolcezza della voce di ‘On most surfaces’, brano di aperture del sottovalutato ‘Nighttime birds’, in cui Anneke imbraccia la chitarra per dare man forte alle sei corde di Renè Rutten. Chiusura da brividi con ‘Strange Machines’, sempre tratta da ‘Mandilyon’, e da canzoni come queste che si capisce la statura di una band che con semplicità sa costruire brani emozionanti ed ispirati.

Dopo una strana intro composta da un confuso mix-audio dei loro brani più conosciuti irrompono sul palco i mai dimenticati Armored Saint. La formazione è quella di ‘Symbol Of Salvation’ e la carica che il gruppo riesce ancora a trasmettere non lascia dubbi sulla reale passione che i nostri nutrono per la loro musica. John Bush canta in modo stratosferico, ma non solo. Salta sul palco, incalza il pubblico, prende a calci gli amplificatori. Il resto della band si sbatte come solo negli anni ottanta si poteva vedere su un palco e suona in modo impeccabile. Peccato che la maggior parte del pubblico giovane li abbia inspiegabilmente ignorati e che la scaletta sia stata più breve del previsto (la mancanza di ‘March Of The Saint’ è un delitto!). Accontentiamoci di esserci esaltati con ‘Tribal Dance’, ‘Aftermath’, ‘Reign Of Fire’, ‘Can U Deliver’,etc… E chi non ha capito la grandezza di questa band vada a farsi un bel ripasso sul significato della parola heavy metal. Fenomenali.

Avere la possibilità di assistere ad una performance degli Atheist, dopo 14 anni di silenzio, non è certamente cosa da tutti i giorni. Dopo un breve sound-check, la band è pronta e signori, la classe non è acqua. Come già detto per i nostrani Sadist, non servono fronzoli scenici quando la musica parla da se, e qui siamo di fronte a musicisti che hanno più poco di umano, ammesso e non concesso che ne abbiano mai avuto, visto che le composizioni eseguite dalla band risalgono tutte ai primi anni ’90, e se suonarle richiede una certa perizia strumentale, comporle richiede una mente superiore. Apre le danze ‘Unquestionable Presence’, title track del secondo fondamentale album dei capi-scuola di quel filone più concentrato sulla tecnica del death-made-in-florida, seguita a ruota da ‘An Incarnation’s Dream’, e più di tutti sono Tony Choy e Steve Flynn, rispettivamente basso e batteria, ad impressionare per le funamboliche strutture che riescono a mettere in piedi con i propri strumenti. L’esibizione tocca anche una perla come ‘Mineral’, tratta dall’album ‘Elements’ e di cui purtroppo sarà l’unico estratto. Su ‘Unholy War’, dal primo lavoro del gruppo, succede un imprevisto non poco preoccupante: un asse della pavimentazione si sposta e Tony Choy viene letteralmente inghiottito dal palco. Ci vorrà qualche minuto di attesa perché il bassista possa tornare sul palco e terminare l’esibizione come se niente fosse accaduto. Si riprende con ‘Your Life’s Retribution’, poi la dedica allo scomparso Roger Patterson, all’origine bassista della band, con ‘I Deny’ altro classicone da ‘Piece of Time’. Alla title track di quest’ultimo viene affidato l’ingrato compito di chiudere l’esibizione della band, e la speranza è che non si tratti di una reunion esteramporanea ma che porti magari chissà, ad un nuovo album. Impressionante poi la vistosa medicazione mostrata da Tony Choy al polso, dovuta al trauma subito con la caduta dal palco, che non ha comunque intaccato minimamente la qualità dello show.

Dopo tanto folk-metal con gli Amon Amarth esplode dal vivo il lato più feroce del viking, caratterizzato da un death di grande impatto, dominato totalmente, dal vivo, dal muro di suoni creato dai due chitarristi, Olavi Mikkonen e Johan Soderberg, nonché dalla figura gigantesca del singer Johan Hegg, egregio frontman dalla voce cavernosa, ideale rappresentazione vivente dell’animo vichingo che vive nei brani della band. Il primo pezzo presentato è ‘The Pursuit Of Vikings’, tratto da ‘Fate Of Norns’ e poi si prosegue fra vari estratti delle recenti o meno release, come l’ottima ‘Death In Fire’, eseguita nel finale. Fra queste canzoni troviamo tante ottime song come l’immancabile ‘Victorius March’ o ‘Releasing Surtur’s Fire’. I nostri suonano per un’ora circa incentrando il loro show sui pezzi più cadenzati e trascinanti e in parte viene accantonato l’animo “motorheadiano” che li aveva accompagnati nei precedenti tour. Di certo i presenti apprezzano e grazie a suoni discreti e melodie semplici ma coinvolgenti gli Amon Amarth convincono e fanno divertire gli astanti, impegnati in un furioso headbanging “rompicollo”.

Se l’ultimo studio album ‘Memorial’, ci ha lasciato un po’delusi a causa di un’inversione di rotta apparsa poco convincente, i Moonspell si confermano comunque una live band di alto livello, pronta a intrattenere il pubblico dell’Evolution con una performance non solo professionale ma anche sentita e coinvolgente. Parrebbe una contraddizione per un genere così romantico e intimista, ma i Moonspell sul palco danno proprio l’impressione di volersi divertire e di rendere l’audience partecipe. Fernando Ribeiro non risparmia battute (“We hope you had a great night…or a great day, it depends on where you stand…riferendosi al contesto diurno in cui la band deve esibirsi) e soprattutto offre una performance vocale notevole, mostrando come non sia scomparsa l’attitudine più genuinamente estrema che emerge quando i nostri eseguono le vecchie gemme ‘Alma Mater’, ‘Vampiria’ (tratte da ‘Wolfheart’) e ‘Full Moon Madness’ (da ‘Irreligious’). Spazio anche ai brani del controverso ‘Memorial’, tra cui guadagna molta enfasi in sede live l’epica ‘Sanguine’, una track che rispolvera le sonorità primigenie della band. Uno show di assoluto spessore che vede i portoghesi lasciare lo stage tra gli applausi dei fan.

Dopo aver assistito all’ennesimo concerto impressionante dei Death Angel viene da chiedersi se esista in circolazione una band in grado di reggere il loro confronto su di un palco. Questi ragazzi (fa specie dirlo, visto che si sono riformati tre anni fa dopo lo scioglimento di 15 anni addietro) sono una furia incredibile, una bomba adrenalinica inarrestabile… Il favore del buio e l’impianto luci finalmente usato nella sua interezza contribuiscono a creare un’atmosfera tenebrosa in cui i nostri si sentono completamente a proprio agio. Si muovono sul palco come ombre demoniache e scaraventano sul pubblico una cascata di note che descrive al meglio la loro musica, sia si tratti delle violenza di ‘Kill As One’ o del groove thrash-funky di ‘Bored’. Fa impressione veder suonare con tanta facilità e tiro song piuttosto impegnative come ‘Stagnant’ e ‘Seemengly Endless Time’. Meno interessanti sono invece i brani dell’ultimo periodo, ma bisogna ammettere che una certa presa dal vivo riesce ad averla anche una composizione più ordinaria come ‘Thicker Than Blood’. Che aggiungere? Siamo dalle parti del mito, quindi possiamo solo inchinarci e testimoniare tutta la nostra ammirazione per una band tanto grande quanto sfortunata (almeno in passato, visto che oggi sembrano essere più lanciati che mai).

Gruppo conclusivo dell’Evolution festival i Saxon si presentano sul palco forti di uno stage dominato dalla loro aquila metallica, che però, aimè, invece di esplodere in tutto il suo fulgore, durante il concerto, fa cilecca e non si illumina in modo completo, lasciando tra l’altro, in modo abbastanza comico, uno dei due occhi spento (l’aquila sembrava quindi mezza-orba). Nonostante questi inconvenienti (inspiegabli visto che i tecnici dei Saxon hanno lavorato per questo tutta la giornata, disturbando anche, fra l’altro, le performance degli altri artisti) lo show del gruppo albionico esplode a dovere e regala alcuni momenti di sano hardn’heavy, quasi inesistente in questo festival. Biff and c. ci accompagnano tra i tanti classici della band, da ‘Crusader’ a ‘Heavy Metal Thunder’, unendoli a recenti song come ‘Lionheart’ o ‘Dragon’s Lair’, che risultano altrettanto entusiasmanti. A dirla tutta lo show dei nostri, soprattutto in un’occasione come quella festivaliera risulta un po’ standardizzato e privo di sorprese, ma forse i fan della band non le cercano e preferiscono farsi trascinare da ‘Denim And Leather’ e ‘747 Strangers In The Night’. Come sempre troviamo sul palco Scarrat e Quinn alle chitarre estremamente professionali e il bassista, Nibbs Carter, tarantolato ed in continuo movimento. Come professionisti consumati i nostri alternano un complimento all’Italia vincitrice dei mondiali di calcio ad un classico (una “old song” come sottolinea Biff) e lo show fila via lasciando tutti soddisfatti. Ottimo.

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