Evolution Festival 2007: Live Report

Che il metallo non stia vivendo un periodo proprio felicissimo oramai è cosa nota, la scena è divisa tra band vecchie oramai spompate e prive di idee e band giovani e altrettanto prive di idee che copiano i loro maestri, fatte salve alcune fortunate e rarissime eccezioni in ognuna delle due categorie. E di queste eccezioni all’Evolution di quest’anno se ne son viste decisamente pochine.

La mattinata del festival appartiene ai gruppi della seconda categoria: aprono le danze i nostrani Flashback of Anger, band giovanissima dedita, purtroppo, ad un genere vecchissimo di cui è oramai stato già sentito tutto. I ragazzi propongono una miscela classicissima di power molto ottantiano tecnicamente ottimo, gestiscono il loro tempo sul palco con sicurezza e grande presenza scenica, suonano puliti e precisi e mostrano una grinta invidiabile. Molto bravi, alla fine, ma purtroppo del tutto privi di personalità. Un grosso augurio per un futuro meno incatenato al passato!

Ancora anni ’80 con i King Crow, band orientata su sonorità più vicine a un certo Hard Rock di derivazione Rush. I pezzi sono interessanti e piuttosto vari e la resa del gruppo sul palco è molto buona (magari un po’ “fermi”); purtroppo anche in questo caso si fatica a scorgere elementi di novità, e tutto suona decisamente già sentito. Niente di male anche per loro, visto che la resa su palco è buona, però vorremmo delle nuove generazioni davvero nuove.

Ai King Crown segue la terza band italiana, i ben più anziani Gory Blister. I ragazzi, attivi dai primi anni novanta, avevano un conto in sospeso con Firenze: l’ultima volta che li avevamo visti dal vivo, per il Death Metal on The Road, lo show era stato rovinato da tutti i problemi tecnici e di suono immaginabili. E’ con estrema soddisfazione quindi che ci siamo gustati il loro death metal violentissimo (ancor più dal vivo che su CD) e molto tecnico, che ha attirato sotto il palco, nonostante il sole di mezzogiorno, quasi tutti i ragazzi presenti nel piccolo spazio del ben più grande parco delle Cascine dedicato al festival. Uno spettacolo decisamente valido per una band che merita il giusto riconoscimento per il suo valore. Ottimo così, e speriamo in futuro di vederli un po’ più in alto nei cartelloni.

Il primo pomeriggio continua all’insegna del death metal tecnico e brutale, seguono infatti ai Gory Blister i polacchi Behemoth. Nati come black metal band nei primi anni ’90 hanno migrato nel decennio successivo verso un più classico death metal conservando del periodo black solamente la vernice bianca, il rossetto nero, la pelle e le borchie d’alluminio, e considerando il caldo presentarsi sul palco bardati in questo modo è già una bella prova di coraggio. Per la verità, lasciando da parte la divisa black d’ordinanza con mascherone annesso, che ci ha almeno strappato un sorriso, quello che abbiamo sentito non ci ha molto convinto: i pezzi, specialmente quelli più recenti, sono un fastidioso collage di riff rubati ai gruppi storici del death e del thrash (in alcuni casi il plagio è così vergognosamente palese, come nel caso di ‘Be All, End All’, che potete comodamente cantarci sopra il testo originale); certo, hanno un ottimo batterista, certo, tengono bene il palco e fanno musica per scapocciare e per picchiarsi, però, per la miseria, un po’ di dignità!

E di seguito, tanto per restare nell’ambito del recupero dei classici, gli inutili Kataklysm. Canadesi con cantante d’origini italiane, potenti e precisi ma purtroppo, anche loro, decisamente già sentiti. Contrariamente ai Behemoth la loro proposta, per quanto recuperatissima, non è apertamente un plagio, e si ascolta, dal vivo, con molto piacere; sotto il palco comincia ad esserci un bel po’ di gente (diciamo una buona percentuale del totale a fine serata). Lasciamo scorrere i Kataklysm con un po’ di distrazione, in sottofondo (è anche ora di pranzo!), e con gli orecchi già tesi per la band successiva.

Se fino ad ora ci sono toccati i discepoli, è con tutt’altro animo che ci avviciniamo al palco in attesa dei maestri. Dal momento del soundcheck si vede che l’atmosfera sopra e sotto il palco è cambiata, che si sta avvicinando uno dei momenti musicali più significativi dell’intera giornata; le facce tra il pubblico, specialmente quelle dei più vecchi, hanno l’espressione estasiata dei pellegrini di fronte alla porta del santuario. Il ritorno dei seminali Cynic è un evento epocale, l’attesa è spasmodica, il soundcheck dura un’eternità, e la prima nota arriva, per molti presenti, con la forza di un orgasmo. Inutile sprecare parole per descrivere l’esperienza Cynic, è più facile dire che, nonostante la line-up non del tutto canonica e nonostante qualche problema di suono, tutte le aspettative sono state ampiamente soddisfatte, e questo deve bastare a chi conosce il gruppo e la sua storia a capire il piacere che questi quattro giovanotti ci hanno regalato. Il confronto con i gruppi precedenti (e , purtroppo, anche con i successivi) è imbarazzante: la tecnica, la qualità dei pezzi, l’esecuzione, ma anche lo stile, la semplicità, l’umiltà dei quattro è assolutamente superiore a tutto il resto che si vedrà in questa giornata. Speriamo solo che non tornino tra vent’anni.

A poche settimane dall’uscita dello splendido ‘Ghost Opera’, i Kamelot erano attesi da un nutrito numero di fans, giunti all’Evolution solo per assistere alla loro esibizione. La band americana non ha tradito le aspettative, fornendo uno show di buon livello, nonostante nelle prime song la resa sia stata sicuramente condizionata (e penalizzata) da suoni non all’altezza. I nostri, a differenza del pomposo DVD live ‘Old Coldest Winter’s Night’, hanno preferito puntare tutto sull’impatto sonoro, evitando di utilizzare le basi orchestrali, avvalendosi soltanto del contributo del tastierista Oliver Palotai. Il risultato? Le canzoni poggiandosi sulla chitarra e la sezione ritmica, sono risultate maggiormente dirette, perdendo magari qualcosa in raffinatezza e drammaticità, ma guadagnando in groove ed intensità. I Kamelot, guidati da un Thomas Youngblood in forma smagliante, hanno scelto una scaletta vincente, inserendo nel proprio show i classici del passato più recente della band, presentando, una dopo l’altra le hit ‘Soul Society’, ‘Centre Of The Universe’, ‘Forever’ e ‘Karma’. Il pubblico, nell’ora scarsa di spettacolo, si è lasciato trascinare sulle onde dell’entusiasmo, cantando a squarciagola anche i brani del nuovo album e riservando un’ovazione finale ai propri beniamini, sulle note di ‘March Of Mephisto’. Unica nota stonata la prestazione di Khan. Il carismatico singer, ex-Conception, infatti non ha convinto del tutto. Ancora una volta la sua performance è stata al di sotto delle aspettative, impreziosita sì da passaggi d’autore, ma non priva di imprecisioni. A conti fatti, un concerto da 7, senza dimenticare il 10 e lode all’affascinante corista…

I Sodom sono una garanzia di qualità. E’ vero che ormai si sa bene cosa aspettarsi in occasione di un loro concerto (sudore, polvere e violenza!), altrettanto vero che i tedeschi saranno la prima band a scatenare un pogo monumentale e a mandare in fibrillazione il pubblico di Firenze. Il buon Tom è la solita macchina da guerra e anche il resto della band, con lo scanzonato Bernd Kost in prima fila (le sue mille smorfie rischiano di rubare la scena allo Zio Tom!), svolge il suo compito con professionalità e divertendosi visibilmente. I thrashers nelle prime file urlano la loro fede, mentre lo spettacolo scorre senza cali di tensione e l’act tedesco snocciola canzoni una dopo l’altra. I momenti più significativi sono affidati a ‘Blasphemer’, l’immancabile ‘Agent Orange’ e alla rutilante cover di ‘Ace Of Spades’, che finisce per coinvolgere anche gli uditi più fini. Un grande spettacolo, in alto una pinta di birra e salute, amici Sodom!

Si ritorna sui territori del metal raffinato in compagnia di un’altra band per intenditori, gli americani Fates Warning. Fin dai primi minuti, capiamo però che qualcosa non va. Complici i problemi ai suoni che avevano interessato il festival fin dall’inizio ma che sembravano in parte risolti, Ray Alder sforza notevolmente le sue corde vocali e anche il resto del gruppo sembra piuttosto contrariato. Lo show è un susseguirsi di alti e bassi, ma si sa di che pasta sono fatti i veterani e così lo spettacolo scorre comunque in modo piacevole, guidato oltre che da Ray, da un Jim Matheos in buona forma e un Joey Vera (più avanti protagonista anche insieme ai Nevermore) incredibilmente concentrato. E’ un piacere ascoltare brani come ‘Point Of View’ e ‘One’, ancor più lo sarebbe stato se gli americani avessero potuto usufruire di un soundcheck adatto alle loro esigenze.

Un problema tangibile anche durante la performance dei Virgin Steele. Non appena David Defeis attacca con ‘Immortal I Stand’, dal microfono più che la sua inconfondibile voce esce un sibilo. Per fortuna il problema si risolve in fretta e la band ritrova subito compattezza e insieme, trascinata da un Defeis in forma smagliante che si muove in lungo e in largo per il palco e da un Ed Pursino che mette in luce le sue straordinarie doti da axe-man. Il timore di chi scrive, che il set si incentrasse sull’ultimo e mediocre ‘Visions Of Eden’ (da cui è stata tratta appunto la prima canzone), svanisce non appena è chiaro come l’ensemble del Long Island voglia puntare sui classici. Spazio dunque alla magnifica ‘Kingdom Of The Fearless’, cantata da tutti i fan, la struggente ‘The Burning Of Rome (Cry For Pompeii)’, ‘Great Sword Of Flame’ e l’indimenticabile congedo affidato alla suite ‘Veni, Vidi, Vici’, forse l’episodio migliore del capolavoro ‘Invictus’. Uno spettacolo quasi perfetto, non fosse stato per gli impicci iniziali. Ma va bene anche così, gli amanti dell’epic metal più colto ed elegante hanno avuto di che gioire.

Grande attesa per lo show dei Nevermore, che salgono sul palco in sensibile ritardo rispetto all’orario preventivato. Un sempre più pingue e rosso Warrel Dane saluta il pubblico e subito la band si prodiga in uno show infiammante, complice un Jeff Loomis in pompa magna e un Warrel che sotto la maschera del finto ubriaco vuole lasciare il segno. Da segnalare anche la presenza di Joey Vera al basso, venuto a sostituire Jim Sheppard, assente per motivi di salute. I suoni continuano a non essere all’altezza ma gli americani svolgono il loro compito con la grinta dei più navigati professionisti. I fan sono in visibilio durante l’esecuzione di ‘The Godless Endeavor’, ‘Deconstruction’ e la magnifica ‘Born’. Unica nota negativa, la durata davvero risicata del set, ridotto a causa dei ritardi accumulati e poco superiore ai cinquanta minuti. E lo stesso Warrel saluterà gli astanti in tutta fretta e un po’ stizzito. Comunque ottimi, speriamo di rivederli in un contesto che renda loro piena giustizia.

Arriva sul palco Sebastian Bach, accompagnato da una band di veterani e subito il carisma di un pezzo di storia del rock’n’roll si fa sentire. Uno spettacolo con il botto, il suo. Nonostante gli atteggiamenti da odiosa rock star, l’ex front-man degli Skid Row tira fuori tutta la grinta e la sua voce inconfondibile, concentrando su di sè l’attenzione e gestendo perfettamente l’andamento dello show e le emozioni degli astanti. Già, perché il pubblico italiano ama Sebastian e manifesterà un grande affetto con i continui incitamenti e ben due lanci di bandiere sul palco. Il vocalist dal canto suo legge da un foglio incollato al palco (abbassandosi pure per vedere meglio…) che “è bellissimo essere qui in Italia!”, con una non calanche pacchiana ma d’effetto. E il nostro non farà mancare brani estratti dalla propria carriera né quelli degli Skid Row, che l’audience fiorentina chiama a gran voce. Ecco dunque la magnifica ’18 & Life’, ‘Monkey Business’, la ballatona ‘I Remember You’, episodi lungo i quali il concerto raggiunge il suo indiscutibile climax, mentre la vecchia volpe bionda, lanciando il microfono e muovendosi con l’energia di un adolescente, tesse le fila di tutta la performance. Si chiude con ‘Youth Gone Wild’ e purtroppo, causa i ritardi accumulati, arrivano anche le forze dell’ordine a staccare la spina, perché è proprio ora di chiudere baracca. Peccato, quei cinque minuti extra non avrebbero fatto male a nessuno.

Si chiude così la terza edizione dell’Evolution Festival, che tra guai d’ogni sorta ha regalato comunque ottime conferme e alcune interessanti sorprese. Grazie alla collaborazione con OuTune abbiamo la possibilità di mostrarvi tutte le foto che abbiamo scattato al Gods of Metal Part II. Eccole!

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