Elements Of Rock: Live Report – Day 1

La nona edizione dell’Elements Of Rock, festival europeo leader del movimento christian metal (ancor più importante a seguito della chiusura dell’esperienza del Nordic Fest norvegese dell’anno scorso, giunto alla decima edizione), si tiene anche quest’anno ad Uster, nel cuore della Svizzera tedesca e riesce ad attirare centinaia di fan da tutta Europa e non solo. Come sempre il bill della due giorni (più uno) è ricco e vario, riuscendo ad accontentare sia i palati rivolti al metal di nuova generazione (metalcore) che i tradizionalisti, estremi o classici. Non mancano anche per questa edizione esibizioni che diverranno delle vere e proprie rarità, come nel caso del live show dei Barren Cross o ancora seminari di approfondimento che permettono di conoscere le band anche da altri punti di vista.

Venerdì 16 raggiungiamo la Stadthofsaal nel centro di Uster, una cittadina vicina a Zurigo che unisce una posizione geografica interessante (vicina ai laghi e immersa nella natura svizzera) ad uno stile di vita rilassato ed a misura d’uomo. La sala del concerto è posta proprio di fianco ad un laghetto artificiale ed un piccolo parco dove famiglie con bambini e anziani condivideranno per due giorni il proprio tempo con un’invasione di metallari. L’organizzazione del festival, come sempre perfetta, non fa mancare nulla sia all’utente che ai giornalisti. L’ingresso alla sala antistante la zona concerti è sicuramente luogo di pausa e di intrattenimento per tutti gli appassionati collezionisti di metal cristiano visto che vi stazioneranno per l’intero periodo del festival i market specializzati della Nordic Mission norvegese, dello stesso Elements e della Dark Balance.

I concerti iniziano dopo le 19,30 con un gruppo svizzero, ossia i giovanissimi Skylla’s Revenge, che hanno iniziato a suonare nel 2005 come band nata a scuola; sino ad ora hanno all’attivo un solo demo fantasma (nel senso che non si riesce in alcun modo a trovarne copia) e sono dediti ad un metalcore scontato e fin troppo prevedibile. Il loro show si svolge con poche sorprese ed in un arco di tempo estremamente limitato… poche canzoni e pochissimo interesse da parte dei presenti.

Per le 20,00 salgono sul palco gli Hypersonic, unica band italiana (per la precisione catanese) presente quest’anno al festival; i nostri approdano all’Elements grazie allo stupendo esordio del 2011 intitolato “Fallen Melodies” (uscito per Underground Symphonies.). Il gruppo convince sin dalle prime battute con un power metal estremamente melodico che fonda le sue radici in un certo sound tedesco e nello stile di una miriade di band assimilabili ai Nigthwish. Più che mai protagonisti, nel sound degli Hypersonic, sono la tastiera di Dario Caruso, sempre in primo piano, nonché la voce di Alessia Rapisarda, che si esprime su toni non altissimi ma potenti e profondi. La sua voce di contralto pieno è l’arma in più per le melodie di song ispirate come “Winter Melodies”. L’inizio del live è affidato a intro e prime due track dell’album, ossia “My Spirit Free” (ottimo l’assolo di chitarra di Emanuele Gangemi) e “Rebirth”, che colgono subito nel segno attirando l’attenzione dei presenti che nel frattempo sono aumentati considerevolmente di numero.

Altro pezzo da novanta dello show è la power “Wheels Of Fire”, che inizia con il sound di una moto rombante; l’utilizzo di basi è spesso motivo di gioia e dolori per le band che sono costrette ad utilizzarli ma gli Hypersonic riescono ad uscire indenni dai possibili problemi dell’uso di queste tecnologie. L’unico problema di tutto lo show è legato all’inizio di “Heaven”, la song più scatenata e speed dei nostri; qualcosa non funziona a meraviglia e gli Hypersonic cominciano nuovamente il pezzo con la giusta dose di incazzatura che dona ancor più energia al pezzo, come dimostra l’ottima prova alla batteria dello scatenato Salvo Grasso (anche seconda voce) e del bassista Francesco Caruso, anche lui sparato a mille. Lo show degli Hypersonic si rivela anche una sopresa per l’esecuzione di ben tre pezzi nuovissimi che vedranno la luce in una release fra non prima di un anno. Partiamo con le due power track “Eyes Of Wolf” e “Blind Sins” (forse la migliore del lotto) per chiudere con “The First Sound Of Life” che parla del concepimento, dell’inizio della vita; la song è caratterizzata da un sound più AOR oriented, melodico e toccante, arricchito da uno stacco finale inaspettato.

Il concerto degli Hypersonic ha colto nel segno come dimostra il numero crescente di fan che ha seguito lo show cantando i cori dei pezzi più orecchiabili. Dopo tanta melodia i fan del metal più estremo vengono accontentati con l’esibizione stracolma di energia degli Exhale; la band svedese, dedita ad un grindcore-death potentissimo e distruttivo, scatena un vero e proprio caos sia sopra che sotto il palco. Il barbuto cantante Peter non si ferma un momento lanciandosi come un ossesso da una parte all’altra del palco… davvero difficile scattare una band nitida a questa band. Risulta alquanto strambo che i nostri decidano di inserire nella tracklist dello show praticamente quasi soltanto tracce del secondo album “Blind”, tralasciando quasi completamente il primo “Prototype”; da quest’ultimo ricordiamo l’esecuzione di “Stängda Dörrar”, brano di un minuto e mezzo in parte anche cadenzato, che chiude il concerto in un’apoteosi grindcore.

L’inizio del concerto è invece affidato all’opener di “Blind”, la violentissima e velocissima “Edge”, che scatena subito il pogo ed il mosh più scatenato sotto il palco. Si continua con le altrettanto possenti “Propaganda” e “Anger” che trasformano il pogo in un ritmo circolare sotto il palco ed invitano anche alcuni arditi a lanciarsi in un pericoloso stage diving. Gli Exhale fanno la gioia di tutti gli estremisti sonori presenti e dimostrano anche di sapersi destreggiare come si deve con i proprio strumenti a partire dal chitarrista Andreas e dal batterista Johan, anche in forza ai Crimson Moonlight che si esibiranno nella seconda giornata del festival.

Si passa quindi al metal più classico con gli svizzeri Pertness, una delle poche band non-christian del festival, o meglio, gruppo formato da credenti ma che propone song con testi privi di messaggi cristiani. Il loro sound da studio è chiaramente un power Blind Guardian-oriented ma dal vivo si possono apprezzare anche i tanti riferimenti classic metal, a partire dalla manowariana “Darkness & Fire”. Colpiscono due caratteristiche di quest’esibizione; innanzitutto l’uso estremo di basi, dovuto anche all’assenza di un bassista, ed il lato scenografico del gruppo, che si propone indossando dei kilt scozzesi. Il sound influenzato dalle basi di tastiere e basso inesistenti fa storcere il naso ai puristi ma buona parte dei pezzi risultano godibili, grazie anche all’approccio del singer-chitarrista Tom Schluchter, che sfoggia un potente linea vocale baritonale, mai posizionata su toni alti ed acuti.

La tracklist del concerto si dipana nei meandri dei due album fino ad ora realizzati, proponendo il meglio della discografia dai nostri; si passa così dai pezzi più classici ai brani power e vagamente folk come “Decline” o ancora al must dei nostri, ossia i due pezzi intitolati “Riders Of Heaven I” e “Riders Of Heaven II” (dal taglio epic e pesante la prima, speed-power la seconda). I suoni a dir la verità non sono stati realizzati nel modo migliori ma nel complesso lo show dei veterani svizzeri non passa inosservato e i Pertness hanno anche modo di presentare il loro nuovo album “Frozen Time”, in uscita a settembre.

Siamo così giunti, verso mezzanotte, al clou della prima serata con i rock’n’roller Icon Clan, band creata nel 1999 dal cantante-chitarrista Miika Partala e dal batterista J. J. Kontoniemi dei thrasher Deuteronomium. Anche sul palco gli Icon Clan dimostrano di essere la valvola sfogo dei due musicisti che si fanno accompagnare da un bassista che dimostra di essersi calato alla perfezione nel suo ruolo, grazie anche alla t-shirt dei Motorhead indossata. I finlandesi iniziano le danze con l’opener del terzo album “Rock’n Roll Rodeo”, ossia la scatenata “Bridges Burn” ed è poi un susseguirsi di giri di chitarra fra rock’n’roll e punk, dovuto, quest’ultimo, ai pochi brani presi dall’esordio “Drive In Religion” (ad esempio la conclusiva “Waitin’ For The Dawn”).

I messaggi cristiani di pezzi come “Heaven” o “Song Of Salvation” sono resi ancor più gioiosi e coinvolgenti da un sound che fa scatenare buona parte del pubblico, grazie anche a cori semplici di veloce assimilazione. Ci sono poi anche diversi astanti che non si aspettavano di assistere ad uno show di questo tipo all’Elements ma si tratta pur sempre di una minoranza. Il concerto non tralascia anche la cover immancabile di “Johnny B. Goode”, classico dei classici; nel complesso gli Icon Clan hanno convinto i presenti sebbene la risposta non sia stata una delle più forti.

La chiusura della prima serata dell’Elements Of Rock è affidata ad una delle band più convincenti del panorama estremo cristiano di questi ultimi anni, ossia i black-deathster A Hill To Die Upon, band formata dai due fratelli Michael (batteria e seconda voce) e Adam Cook (chitarra e voce) supportati da un ottimo bassista sul palco. Il loro show, estremamente intenso, non tralascia una certa pulizia di suoni che permette di gustare in pieno delle melodie dei pezzi del primo black oriented album “Infinite Titanic Immortal” (2009) ed anche della brutale fermezza delle song del più death “Omens” (2011). Il trio si presenta sul palco pittato e comincia nel migliore dei modi con la recente “Darkness That Can Be Felt” (opener di “Omens”) che dona già un’idea precisa della complessità del sound del gruppo statunitense (assimilabile per molte cose ai Behemoth). Si prosegue in un mix riuscito di scelte fra i due album, fra cui spiccano la più cadenzata “Twin Heads Of Vengeance” o l’epica “Prometheus Rebound” e le sue malate e cupe melodie create da una chitarra distorta quanto mai ispirata (eccezionale lo stacco acustico centrale).

La scelta di suonare con una sola chitarra non crea problemi all’impatto della band che riesce a coinvolgere in un mosh-pogo totale gli astanti, nonostante la tarda ora e la stanchezza accumulata. Momento incredibilmente coinvolgente si ha poi con l’esecuzione in chiave death del classico di Robert Plant “Satan, Your Kingdom Must Come Down”, inno christian ed anti-satanico che scatena tutti i presenti in un pogo totale.Gli A Hill To Die Upon hanno in serbo anche una sorpresa, ossia la presentazione di un brano completamente nuovo (dimostrando grande vitalità come band, considerando che il nuovo album è solo dell’anno scorso!), ossia l’interessante “Mandem Med Leen”. Lo show degli statunitensi risulta, considerando l’intero svolgimento del festival, il concerto estremo più riuscito dell’intera manifestazione.

Fotografie di Monika Laciak.

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

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