Eindhoven Metal Meeting: Live Report dell’edizione 2018

Da dieci anni Eindhoven accoglie i partecipanti al Metal Meeting nello stesso modo: cielo decembrino plumbeo, un vento gelido e tagliente, un locale (l’Effenaar) dal pavimento appiccicoso di birra e con una scelta gastronomica degna di una mensa scolastica di un paese del blocco sovietico; certo, la città olandese avrà sicuramente anche dei difetti, che al momento però non vedo. La grande novità di quest’anno è sicuramente la rinuncia a qualsiasi forma di modernità: archiviate le contaminazioni dell’edizione 2017 (Audn, Anomalie, Jesse and the Ancient Ones, Dool) il festival decide di tornare alle origini, omaggiando il suono estremo dei decenni ’80 e ’90, dove le sperimentazioni (Urfaust su tutte) rappresentano un caso fortuito e non la regola. Una scelta vincente, in ogni caso  sia in termini di affluenza di pubblico (sold-out in entrambe le giornate) che di coerenza e qualità artistica.

Primo giorno. La prima giornata inizia, almeno per il sottoscritto, con gli svedesi IXXI, che, pur mutuando dai Bloodbath suoni truci ed un sanguinolento face paint, riescono a sorprendere  con cambi di ritmo innestati su canzoni semplici ma ben costruite (su tutte la cupissima “That We May Kill The Mocking World“, sempre in equilibrio tra black e sludge), grazie all’ottima prova di Karl Tunander (aka “Thunder“) alla batteria. Nemmeno il tempo di rifiatare e sotto il piccolo palco del District 19 appaiono gli Slaegt, fresca scoperta della Vart Records; a dispetto dei soli due dischi pubblicati il combo sì è guadagnato l’attenzione dell’ambiente, grazie ad una proposta che unisce il black ad elementi più tradizionalmente heavy. E’ un peccato quindi che dal vivo le sfumature vengano perse nella concitazione di  un suono più roccioso, efficace nell’impatto ma incapace nel rendere pienamente giustizia gioielli come “Citrinitas“.

Dopo aver preso atto dello stupefacente pigiama con cui Phylli Byrne intrattiene il pubblico e guida i suoi Gama Bomb, arrivano i Desaster, che in appena quarantacinque minuti si guadagnano il titolo di sorpresa del primo giorno di festival: sulla carta il loro trash anni ’90 non promette particolari sussulti, eppure la band di Colonia appare in stato di grazia, e si cimenta in un’esibizione piacevole ed appassionata sia nei momenti tradizionali sia in quelli dove il suono si avvale di improvvise pulsioni epiche (“Teutonic Steel“). I Wiegedood rappresentano la prima concessione alla modernità da parte del festival: membri della Church of Ra creata dagli Amenra (in cui milita anche il chitarrista Levy Seynaeve), il gruppo è esecutore di un post-black metal feroce, che raramente concede requie (“Cataract“), prediligendo invece un suono brutale, fortemente debitore del primo black scandinavo (“Ontzieling“). Sia come sia, il gruppo dimostra di aver in comune con gli Amenra anche una forte attitudine live e l’esibizione si imprime a fuoco nella memoria degli spettatori, almeno a giudicare dal numero di magliette targate Wiegedood che si vedranno girare in sala da lì in poi. Suonare in parallelo ai Sòlstafir, per di più in duo (batteria/chitarra, come ai tempi dei White Stripes) potrebbe sembrare una scelta suicida, eppure sotto il palco degli Urfaust si raduna molta gente, complice anche l’ottima impressione lasciata dall’ultimo “The Constellatory Practice” (per il sottoscritto, uno dei dischi del 2018). Ancora più difficile deve essere trattenerlo, questo folto pubblico, proponendo un suono contemplativo, parente alla lontana del doom e della drone music di Dylan Carson, che al vento del deserto preferisce il limpido e gelido cielo stellato del nord Europa. Spire melodiche figlie del minimalismo, passo pachidermico e maggiore austerità rispetto agli ultimi lavori in studio. Menzione di merito per VRDRBR, che, performance nella performance, guida ed incita il pubblico dalla batteria, come fosse un concerto hardcore. “Thank you, my friends” è la frase ripetuta più volte da Sotiris Vayenas durante il concerto dei suoi Septicflesh, ma dovremmo essere noi a ringraziarlo, per lo show che chiude la prima giornata del festival. Per nulla svantaggiata dal massiccio uso delle basi orchestrali registrate, la band appare in gran forma, alle prese con materiale relativamente recente (pezzi da “Titan” e “The Great Mass“) riproposto in modo impeccabile, e letteralmente travolge gli appassionati rimasti (molti hanno purtroppo già abbandonato il campo dopo i Sòlstafir) con un’ infuocata versione di “Communion“.

Secondo giorno. Gli Attic hanno raggiunto in pochi anni una notevole popolarità, grazie alla duttilità vocale del leader Meister Cagliostro e ad una proposta musicale che stempera la tecnica dello speed metal con melodie a presa rapida. Dal vivo la band mostra tutta la sua attitudine teatrale, ed alla fine dello spettacolo (perché di spettacolo vero si tratta) sembra di aver visto King Diamond alle prese con il repertorio dei migliori Death SS. Brani come “Sanctimonious” e “Satan’s Bride” esaltano la tecnica e la velocità di esecuzione del gruppo, senza tuttavia scadere nel mero virtuosismo, mentre un midtempo come “Edlyn“, nobilitato da un’interpretazione appassionata (e da una grande melodia)sta lì a dimostrare che un futuro per l’heavy metal tradizionale è possibile.

I live degli Harakiri for The Sky sono ormai un appuntamento abituale nei festival, ma la compagine che si presenta sul palco nella seconda giornata dell’Eindhoven Metal Meeting cancella in un colpo il ricordo delle incertezze del passato. Rinvigorite dalla coltre di nubi che si va addensando fuori dal locale, e complice una resa perfetta del mixer, le canzoni degli austriaci risplendono in tutte le loro sfumature melodiche, testimoniando il livello di scrittura raggiunto con gli ultimi “III-Trauma” ed “Arson”. I cinquanta minuti di live rapiscono ed emozionano, con le innumerevoli sfumature di grigio di “Heroin Waltz” ed una “Calling the Rain” mai così muscolare  e trascinante. Per chi scrive, uno degli apici del festival. Gli Archgoat possiedono invece  due sole marce, una veloce (un death brutale e monocorde) ed una lenta, basata su tre accordi di origine blues. Spesso le due velocità si alternano lungo il pezzo (“Lord of The Void“), mentre quando prevale la seconda, i brani assumono la forma di un rudimentale doom (“Grand Luciferian Theophany“). Così, dopo qualche pezzo ci si affida disperatamente alle minime variazioni (il tribalismo accentuato di “Messiah of the Pigs“) solo per non dover ammettere che cinquanta minuti di Archgoat sono una discreta rottura di cabbasisi.

La scelta amletica del festival tra gli Impaled Nazarene (che ripropongono l’intero “Suomi Finlan Perkele“) ed i Triptycon alle prese con il repertorio Celtic Frost si risolve a favore dei secondi, fosse anche solo per la voglia di rivedere Tom G. Warrior immerso nel suono paludoso di classici come “Procreation (of the Wicked)“, “Dethroned Emperor” e “Return To The Eve” (quest’ultima un vero e proprio tutorial per tutto il black metal che verrà). Scaletta che vede i pezzi di “Morbid Tales” sugli scudi (ma da “Monotheist” riaffiora “Os Abysmi Vel Daath“, con il suo insostenibile passo sludge) ed esecuzione impeccabile, grazie ad un leader magnetico ed ironico (“E ora, tanto per cambiare, vi facciamo un pezzo dei Celtic Frost“). Di fronte a loro, lo sguardo rapito di un pubblico che considera questo come il concerto evento della giornata.

Quest’anno mi è capitato di vedere per ben tre volte i Marduk ed ogni volta mi chiedo se sono io ad essere particolarmente fortunato o se la band di Morgan ha intrapreso una tournee talmente lunga da far invidia ai Nomadi di Augusto Daolio. Sia come sia, per giudicare il concerto basterebbe il muro di riff che si abbatte sui presenti con “Baptism of Fire“; un coacervo infernale di acciaio e fuoco, con il cantato di Mortuus (grandissima prova, stasera) a dirigere con ordine, evitando il rischio di scivolare nel caos. Scaletta che porta necessariamente sul palco l’ultimo “Victoria” (ottima “Werewolf“), ma che non disdegna comunque il repertorio passato (particolarmente omaggiato “Those of the Unlight“, con “Burn my Coffin” e “Wolves“). La prima parte del concerto è eseguita a ritmi sovrumani, mentre nel finale si concede più tecnica e respiro al pubblico (“The Blond Beast” sarebbe piaciuta ai Laibach). In ogni caso, il gruppo più affidabile dal vivo in circolazione. C’è un po’ di orgoglio campanilista nel sapere che saranno gli alessandrini Mortuary Drape a chiudere il festival, ma pure la determinazione da parte degli organizzatori nel ribadire la linea scelta per il festival. Culto sin dai tempi di ” All the Witches Dance“, preceduta da una solida reputazione di live band,  la compagine guidata da Wildness Perversion non delude, con una set list classica che a partire da “Necromaniac” (uno dei brani dove la melodia è più accentuata) ripercorre un solido repertorio heavy/black (ottima la resa di “Dreadful Discovery” e di “Mortuary Drape“.

Fuori dall’Eiffenaar il vento gelido ha lasciato il posto ad una neve sottile. I presenti (musicisti compresi) ancora non lo sanno, ma ad attenderli l’indomani ci saranno nebbia e Ryan Air a rendere incerto il ritorno a casa. Ne valeva la pena in ogni caso, arrivederci nel 2019, sperando in un inverno altrettanto gelido.

(Fotografia di Fabiola Santini – www.fabiolasantiniphotography.com)



Anno: 2018


Sito Web: https://www.eindhovenmetalmeeting.com/2018/

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