Dream Theater: Live Report e foto della data di Roma

Un concerto imperfetto, Un LaBrie più di una volta impreciso (nuovo e vecchio repertorio) e con una acustica che “dalle alte sfere” ha fatto storcere più di una bocca a qualcuno. Un mix potenzialmente letale per una band votata alla perfezione come i Dream Theater.

Un brutto concerto quindi? No, assolutamente no, perché gli americani sono riusciti a costruire attorno questi “difetti” un viaggio sonoro concreto, capace di schivare ed aggirare gli ostacoli.

Emozione e determinazione al centro di tutto. Determinazione quando Petrucci & soci iniziano a macinare note durante la prima parte del set, dove il materiale sviluppato dai nostri è recentissimo. Quindi “Untethered Angel” e “A Nightmare To Remember” tirate allo spasimo, senza respiro, con il pubblico inghiottito dal “muro di suono” costruito attorno all’asse chitarra / batteria.

Un’ora di musica, con il piede sull’acceleratore nonostante tutto (compresi i probabili inciampi di LaBrie con gli ear monitor). Baciato nella scelta delle canzoni “Distance Over Time”, con una discreta versione live di “Barstool Warrior”.

Ma – inutile negarlo – tutti attendevano la promessa fatta dal Teatro dei Sogni: le storie di Julian, Victoria, Edward e Nicholas al centro delle celebrazioni per i primi 20 anni di “Metropolis pt. 2: Scenes From A Memory”. Intreccio vorticoso, eros e thanatos, la disperazione di una vita che viene scossa in maniera imprevista in una danza che parte con “Regression” ed “Overture 1928”.

La tensione sale e la storia riprende la sua marcia con i ricordi che riaffiorano chiamati “Strange Déjà-vu” e “Through My Words” prima dell’impatto dilaniante del riff di “Beyond This Life”.  Ma poi c’è stato il mare di emozione quando i nostri hanno rallentato il ritmo con “Through Her Eyes”, ed attraverso il maxischermo il tributo ai tanti musicisti scomparsi, più o meno recentemente. Quindi Chris Squire, Randy Rhoads, Frank Zappa e e poi il mai troppo rimpianto Neal Peart, mente e braccio dei Rush che da sempre hanno condizionato il percorso artistico dei nostri. Applausi doppiamente meritati.

Poi “Home”, dove James soffre evidentemente, ma i due John, Mike e Jordan non lo abbandonano e sostengono l’impegno del canadese con una energia incontenibile. Una furia abbracciata dal pubblico, che ha sillabato nota per nota ogni singolo passaggio di Petrucci. Pura e semplice devozione.

Il viaggio tra tempo e spazio inizia a vedere la sua risoluzione a partire dal turbine di “The Dance Of Eternity”, che apre verso il gran finale di “One Last Time”, “The Spirit Carries On” e “Finally Free”. In tre canzoni il senso profondo di “Scenes From A Memory”: morte, disperazione, redenzione e salvezza.

Un percorso capace di parlare alle migliaia presenti, capace di raccordare le emozioni di chi ha vissuto in prima persona un disco rivoluzionario e di chi lo ha scoperto più avanti. Una bolla atemporale, dove la musica si è trasformata nella chiave di letture delle vite di molti.

Una seduta di ipnoterapia collettiva? Probabilmente. Note che per tutti i presenti avevano ed hanno ancora oggi un significato diverso e particolarissimo. Esperienze, emozioni, drammi e delusioni. Nella “fiction” dei Dream Theater i sentimenti più potenti provati dal genere umano, e per questo non ci sarà mai fine all’emozione di una musica così “vecchia” ma al tempo stesso rivoluzionaria.

Quando siamo riemersi dalla pancia del palazzo dello sport è stato un po’ come ritornare al presente, ritrovare gli amici, i compagni, i figli e ritrovare il 2020. Abbiamo tutti (ri)aperto gli occhi e ci siamo ritrovati svegli, senza dover pagare conti con il destino come Nicholas o Victoria.

Siamo stati liberati, ancora una volta.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Giovanni DM

    LaBrie è stato imperfetto anche in quel di Milano, sebbene poi abbia fatto il suo sui brani più lenti e, soprattutto, in quelli con meno acuti. Il problema semmai è il volume della sua voce, che ogni tanto scompare nel nulla o si trasforma in un filino appena udibile.
    Per il resto pure ad Assago avrei da ridire sull’acustica. Io ero sugli spalti (e magari questo incide, non sono un fonico esperto….) e spesso si sentiva un rimbombo eccessivo che finiva per seppellire diverse note.
    Però quanto a emozioni e tiro poco da dire.
    Come dite voi: non un concerto perfetto, ma comunque un concerto emozionate. E già questo mi può andare più che bene.

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    • Antonio Sacchi

      La prima parte del concerto è stato un concentrato di brutte canzoni e LaBrie inascoltabile. Fortunatamente si sono rifatti alla grande in in Metropolis part II, dove anche LaBrie, lontano dalla perfezione, si è comunque fatto valere e ha regalato una prestazione efficace. Riguardo i suoni posso dire che il mix, quando Petrucci utilizzava la chitarra “droppata”, era un po’ confuso, quando utilizzava le accordature “standard” si aggiustava tutto. Quella chitarra faceva a pugni col resto della band… Promossi in ogni caso; ad averne di gente che suona con questa intensità e con una set list che giustifica il prezzo del biglietto.

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