Deep Purple: Live Report e foto della data di Bologna

Il lungo addio (?) di una delle band più importanti della storia della musica è passato per l’Unipol Arena di Bologna. Il saluto dei Deep Purple si trasforma in un live fiammeggiante (anche a livello di temperatura…), che ha regalato 90 minuti abbondanti di spettacolo ed emozioni da togliere il fiato.

Unipol Arena, ultimo palco bolognese per la cricca di Ian Gillan & soci, accolti da un mare di fan. Ma prima il classico passo indietro per raccontare quello che è successo prima dell’arrivo dei Purple.

Non me ne vogliano Tyler Bryant & the Shakedown, ma non avevo mai sentito parlare della loro musica. Mai, neanche una nota per sbaglio. A questo aggiungete pure che non avevo neanche uno straccio d’idea che fossero stati scelti loro per “curare” l’apertura di Purple e possiamo chiudere allegramente la questione “informazione”. Shit happens.  Non li conoscevo, ma per fortuna questa lacuna è stata “cancellata” alla prima rasoiata di chitarra. Una vera e propria forza della natura, dinamici, blues, hard: in poche parole una miscela esplosiva che ha scatenato l’apprezzamento dei presenti. “Weak & Weepin’”, “Criminal Imagination” ed una esplosiva cover di “Got My Mojo Working” suonate insieme a molte altre a mille all’ora, con un piglio “metal” davvero notevol. Fisici all’inverosimile e davvero convincenti. Promossi a pieni voti.

68, 71, 63, 69 ed ancora 71 sulla ruota di Bologna. Non è l’estrazione di oggi del lotto, ma l’età dei nostri 5 cavalieri in viola il giorno del concerto. Età che parlano di una vita dedicata al rock. Eccessi, prodigiose scalate, drammatiche cadute ed ancora più miracolose rinascite. La storia dei Deep Purple è impossibile da raccontare senza scrivere centinaia e centinaia di pagine, ma una cosa è stata chiara lo scorso 26 giugno: l’amore non ha età.

Sì perché vedere arrivare ultrasessantenni con la maglia del tour o del disco d’ordinanza, magari con nipoti al seguito è la dimostrazione evidente di quanto questa band sia stata in grado di lasciare e trasmettere. Non parlo solo di canzoni, ma parlo di emozioni, ricordi e vita vissuta che vengono rispolverate in un pugno di canzoni suonate dal vivo.

Il quintetto parte subito sparato con la nuovissima ed oscura “Time For Bedlam”, dove un Ian Gillan in stato di grazia colpisce tutto per il suo tono sempre più blueseggiante e carico di enfasi. Un attore che canta, questa è la prima cosa che buona parte del pubblico ha pensato, ma quando è scattata una terremotante versione di “Fireball” (Ian Paice sugli scudi) il pubblico ha capito che la band non aveva intenzione di scherzare e che la scaletta sarebbe stata “tosta”. E poi una dietro l’altra “Bloodsucker” e “Strange Kind Of Woman”, con l’ormai storico “duello” tra Gillan e Morse ripetuto con più gioco e meno irruenza giovanile rispetto ai tempi di Blackmore. L’età avanza per tutti, ma ad invecchiare così gente venderebbe 2 anime al diavolo.

Ma in barba all’età ecco il nuovo corso dei Purple: ovvero quello di “Johnny’s Band”, “Uncommon Man” ed una fantastica versione di “The Surprising”. Canzoni validissime, e ben accolte dal pubblico. Certo, non a livello del classici, ma di sicuro una piacevole sorpresa per chi è rimasto al 1971. Piccolissima nota personale: nello spazio lasciato alle nuove composizioni avrei davvero gradito il recupero di una delle canzoni più belle mai scritte dai Purple (almeno a mio giudizio): “Sometimes I Feel Like Screaming”. Canzone simbolo di “Purpendicular” (per chi scrive il suo disco preferito, non il più bello attenzione, ma solamente quello a cui ci sono legati più ricordi ed emozioni. Appunto, emozioni ) e manifesto di una versione riflessiva e drammatica dalla band inglese.

Cosa dire di “Lazy”? Una delle canzoni più divertenti e terremotanti da sentire dal vivo. Vibrante, unica, Gillan con l’armonica ed un Paice a livelli d’eccellenza. A quasi 70 anni l’uomo di Nottigham ha letteralmente picchiato la sua batteria, con stile, groove e quel certo-non-che di Jazz. E poi spazio – meritatissimo – a Don Airey, con un assolo profondamente debitore del mai troppo rimpianto Keith Emerson. Sorpresa e tributo alla “Grassa”, con un’incursione nella canzone popolare: all’improvviso Airey ha tirata fuori dal cilindro il “coniglio” chiamato (per così dire) “La fiera di San Lazzaro” scatenando prima l’incredulità del pubblico e poi l’esplosione di tripudio. Certo, ci fosse stato pure il buon Francesco Guccini ad improvvisarla nella versione “Opera Buffa”, tutto sarebbe stato ancora più bello. Applausi, davvero.

Si capisce che qualcosa sta per accadere quando sulla coda dell’assolo Don Airey lascia vibrare il suo Hammond, aprendo ad una “Perfect Strangers” attesa fin dalle prime note della serata. Doppietta finale per le immortali “Space Truckin’” e “Smoke On The Water”. Ormai niente meno che pietre d’angolo della cultura musicale moderna. Canzoni come vino, che maturano, crescono e guadagnano di sfumature che solo l’età sa dare.

Bis d’obbligo, con un pubblico che iniziava a rumoreggiare perché non vedeva tornare i propri beniamini, partito con una intensa versione di “Peter Gunn” (il film “The Blues Brothers” vi dice niente?), seguita da una “Hush” urlata – letteralmente – da tutto il pubblico. Saluti sulle note di “Black Night”, dove Steve Morse ha improvvisato un duetto con il pubblico per la soddisfazione di tutti, Gillan compreso.

Sipario. Un nuovo pezzo della giovinezza di tutti che saluta e se ne va (Ma sarà poi così?). Urge clonazione.

 

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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  1. Gaspa

    Qualcuno saprebbe dirmi la canzone di apertura dei Tyler Bryant & the shakedown ?

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