Deep Purple: Live Report e foto della data di Bologna

Fra i tanti concerti recuperati in questo post (speriamo…) pandemia, c’è quello dei Deep Purple a Bologna. I vecchi leoni inglesi non avevano praticamente potuto promuovere l’ultima fatica in studio composta da inediti, l’eccellente “Woosh” uscito nel 2020, praticamente il momento peggiore per una novità discografica, e finalmente il momento è arrivato. Un ulteriore motivo di interesse è la temporanea sostituzione di Steve Morse, fermato da gravi problemi familiari, da parte del chitarrista irlandese Simon McBride.

THE LAST INTERNATIONALE

La band newyorchese apre le danze proponendo il loro classic rock modernizzato, con tonalità ed inflessioni blusey della voce di Delila Paz, con grande energia e padronanza del palco. Quello che manca però è il songwriting, non disprezzabile, ma sulla lunga distanza, piuttosto piatto. Buoni musicisti ma, a parere di chi scrive, autori di brani non memorabili, in ogni caso buoni per scaldare il pubblico, peraltro già accaldato da una temperatura atmosferica decisamente elevata.

DEEP PURPLE

La classica domanda che anche i fan più accaniti si pongono davanti a una band con una carriera così lunga e dall’età media oramai piuttosto stagionata, è sempre la solita: ce la faranno ancora? La risposta, ogni volta, la danno nel migliore dei modi: facendo sempre dei grandissimi live che spazzano via ogni dubbio. La più classica delle aperture con “Highway Star” mostra fin dalle prime note una band in grande forma, a cui lo stop forzato di un paio d’anni non ha certo fatto perdere il tocco. Un Ian Gillan in ottima forma fisica e vocale (sì, lo sappiamo, non fa più “Child in Time”, che alla soglia dei 77 anni, come dire…) conduce una band che non perde un colpo nel riproporre i grandi classici assieme alla produzione più recente, come “No Need To Shout” e la splendida “Nothing At All”, oppure gli echi emersoniani di “Uncommon Man”, dedicata all’indimenticabile Jon Lord. Roger Glover e Ian Paice si confermano, ce ne fosse mai bisogno, come una delle più grandi sezioni ritmiche della storia del rock, potenti, precisi, dinamici e fantasiosi, con il muro sonoro di Glover e lo swing potente ma allo stesso tempo rilassato di Paice. Ovviamente un po’ tutti gli occhi erano puntati su McBride, investito dell’enorme compito di dover temporaneamente sostituire in modo credibile dei chitarristi a dir poco colossali, e si può tranquillamente affermare che ha svolto il suo ruolo in modo professionale e convincente. Certo, il posto di chitarrista in una band che nella sua storia come titolari ha avuto Ritchie Blackmore, Tommy Bolin e Steve Morse, e come sostituti temporanei Randy California e Joe Satriani, farebbe tremare chiunque, e indubbiamente McBride non ha la personalità di questi nomi, ma ne è uscito a testa più che alta, fedele negli obbligati e mettendoci del suo nel resto, risultando pienamente credibile, soprattutto su “Lazy”, il brano che probabilmente lo ha visto più a suo agio. Una splendida prova vocale di Gillan su “When A Blind Man Cries” e il lungo assolo di tastiere di Don Airey da introduzione a “Perfect Strangers” hanno preceduto i mega classici “Space Truckin’” e “Smoke On The Water” che hanno chiuso la prima parte del concerto. I bis acclamatissimi sono iniziati con “Caught In The Act”, il medley di cover contenuto nell’ultimo lavoro in studio “Turning To Crime” e l’eterna “Hush”. Il secondo bis ha visto, dopo l’assolo di basso di Glover, chiudere con “Black Night” una serata imperdibile.

I Deep Purple del 2022 non sono solo una leggenda vivente del rock che vive sugli allori, ma una band che riesce a mettersi in gioco ogni sera sul palcoscenico non ripetendo i brani pedissequamente nota per nota, ma improvvisando delle parti come si faceva una volta, che non ha timore nel proporre il repertorio più recente e che, visibilmente, riesce ancora a divertirsi e a far divertire il pubblico, composto da persone veramente di tutte le età.

Finché dureranno continuerà ad essere bellissimo.

Setlist:

1. Highway Star

2. Pictures of Home

3. No Need to Shout

4. Nothing at All

5. Uncommon Man

6. Lazy

7. When a Blind Man Cries

8. Time For a Bedlam

9. Keyboard Solo

10. Perfect Strangers

11. Space Truckin’

12. Smoke on the Water

13. Caught in the Act

14. Hush

15. Bass Solo

16. Black Night

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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