Deep Purple: Live Report della data di Padova

Si apre in grande stile il passaggio, che ormai è diventato un appuntamento annuale, dei Deep Purple in Italia, che questa volta marcano il territorio con ben quattro date. Quella di Padova, che apre la serie, vede l’ex Palafabris riempirsi di un grandissimo numero di partecipanti di tutte le età, e se non si raggiunge il sold out ci si avvicina di molto.

Si sapeva da tempo della defezione dei Rival Sons, sicché il compito di aprire la serata è toccato alla Treves Blues Band. Fabio Treves è una persona di spessore, un musicista carismatico e un armonicista d’eccezione. Accompagnato da una band validissima, i cui componenti si alternano al microfono durante i vari brani, Treves al centro del palco è il capo carismatico di un gruppo che da molti anni si destreggia nel’ambito del rock blues con grande maestria e ottime capacità. Il pubblico segue con attenzione, forse anche gratificato dal fatto di avere una band italiana in apertura, e partecipa con trasporto alla performance.

Il live dei Deep Purple viaggia a metà fra tradizione e alcune, importanti, novità. Niente di strano per quanto riguarda l’abbigliamento dei musicisti: se Glover e Morse hanno le loro solite mise da fricchettoni e Airey une delle sue solite camicie variopinte, Ian Paice si aggiudica la palma del peggio vestito sul palco con la sua maglietta grigia con la faccia di Don Bosco e la scritta “Mi stai a cuore”, che batte anche il look in total black di Ian Gillan. Ci sono invece alcune novità rispetto alle setlist degli ultimi anni, che lasciano grande spazio ai pezzi degli ultimi anni ed estratti dall’ultimo lavoro “Now What!?”, ma portano alcuni cambiamenti piuttosto significativi; si mantengono ad esempio “Vincent Price” e “Hell To Pay”, mentre scompare purtroppo l’emozionante “Above And Beyond”. Per quanto riguarda poi i grandi classici, “Strange Kind Of Woman” continua ad essere inserita nella prima parte del concerto e ad essere allungata dal dialogo finale tra voce e chitarra, scompaiono invece brani come “Highway Star”, “Perfect Strangers” e “Lazy”, mentre rimangono, tutte concentrate nel finale, vecchie glorie immortali come “Space Truckin'” e l’immancabile triade finale con “Smoke On The Water”, “Hush” e “Black Night”. L’impressione è quindi che i Deep Purple, pur rimanendo fedeli a loro stessi, abbiano finalmente deciso di scrollarsi di dosso un tipo di setlist che continuavano a riproporre negli ultimi anni in modo abbastanza sclerotizzato. Tra le novità abbiamo poi il ritorno in scaletta di “Mary Long”, un brano che si potrebbe considerare come appartenente alla discografia “minore” dei Deep, tratto da “Who Do We Think We Are”, album del 1973 che viene ricordato più che altro per “Woman From Tokyo”, e soprattutto i due inediti. Il primo è un pezzo strumentale, di cui non si conosce ancora il titolo, mentre il secondo al momento viene identificato come “Got My Hip Boots On”. Ora, già il fatto che i Deep Purple, i cui membri storici si avvicinano alla settantina, siano ancora attivi nella scrittura di brani e nel possibile lavoro in studio è di per sè qualcosa di clamoroso, che poi questi due brani, nonostante debbano essere chiaramente ancora rifiniti, siano decisamente buoni e sembrino già inseriti molto bene nella migliore produzione della band dell’ultimo periodo, è ancora più straordinario. Un’altra cosa che si imprime bene nella memoria dei presenti è il clima di grande familiarità, rilassatezza e serenità da parte di tutti i membri della band; il sorriso accompagnato al fortissimo impatto live che ancora li contraddistingue è un altro elemento appagante per questa serata. La combinazione tra musicisti di altissimo livello, la loro volontà di continuare a creare nuovo materiale e di proporlo subito in sede live (a testimonianza di come questa dimensione sia da sempre il culmine della loro produzione) e la serenità con cui tutto questo viene affrontato fa dei Deep Purple di oggi una delle realtà migliori dell’hard rock di ieri e di oggi. E stavolta c’è anche la benedizione di Don Bosco.

 

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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