Deathcrusher Tour: Live Report del concerto di Bologna con Carcass, Obituary, Napalm Death e Voivod

Le prime avvisaglie del successo di questo Deathcrusher Tour le si hanno non appena in prossimità dell’Estragon, dove una fila di persone molto nutrita è in attesa di entrare: apertura cancelli in anticipo (ci saranno polemiche da più parti) e spostamento dell’orario dei concerti (ancora maggiori improperi specie da parte di chi veniva da lontano per vedere Napalm Death e Voivod) fanno sì che gli elvetici Herod, forti del loro primo “They Were None”, suonino una manciata di canzoni di fronte a uno sparutissimo pubblico. Il mood è un po’ più hardcore e oscuro rispetto alle staffilate che ci aspettano nel proseguio della serata e la mistura che ricorda Neurosis e Cult Of Luna proposta dal quartetto fa ben sperare per Il futuro e venir voglia di rivederli in una situazione più consona.

Si comincia, dopo lo sfizioso aperitivo, con un gruppo leggendario come i canadesi Voivod: molta gente è qui per loro e la loro performance che, attraverso otto pezzi senza soluzione di continuità (e dieci minuti di scaletta in più rispetto a quanto previsto inizialmente), praticamente, inchiodano ed esaltano il pubblico giunto da ogni dove; Snake gigioneggia simpaticamente, caricato dalla reazione dei presenti e le bordate techno-thrash del quartetto completato da Away, Chewy e Dominique Laroche sono praticamente perfette, lasciando tutti soddisfatti ed esanimi.

Setlist: Ripping Headaches / Tribal Convictions / Kluskap O’Kom / Chaosmöngers / The Prow / Overreaction / Forever Mountain / Voivod

E’ il turno dei Napalm Death in versione diversa dal solito, a causa della defezione del cantante Barney dovuto rientrare in Inghilterra: al suo posto ci si trova Chris Reese dei Corrupt Moral Altar, posto di fronte al non di certo facile compito di entrare in sintonia con una band che suona come questi schizzati inglesi. Alla fine dell’esibizione si può dire che la missione è compiuta nel migliore dei modi: la potenza di fuoco del gruppo è impressionante e grazie a pezzi classici come “Scum”, “You Suffer” e il finale con l’uno-due “Suffer The Children” e “Adversarial/Copulating Snakes” si crea una bolgia infernale (vista anche la temperatura che comincia a palesarsi, causa afflusso di gente) sotto palco, formata da una moltitudine di persone che vorrebbe altri pezzi ancora, ma il tempo è tiranno e si deve passare alla prossima formazione.

Setlist: Apex Predator – Easy Meat / Silence Is Deafening / When All Is Said and Done / Smash a Single Digit / Metaphorically Screw You / Scum / The Kill / Life? / You Suffer / Cesspits / Social Sterility / Deceiver / How the Years Condemn / Suffer the Children / Adversarial/Copulating Snakes

Gli Obituary non lasciano prigionieri. Non ci sarebbe bisogno di andare oltre ma, giustamente, bisogna descrivere cosa è successo: i tre membri originali del gruppo, ovvero i fratelli John Tardy (voce), Donald Tardy (batteria) e Trevor Peres (chitarra) sono accompagnati ormai da qualche anno da Terry Butler (basso) e Kenny Andrews (chitarra), c’è intesa fra di loro e si sente! Un velo di mortifera pesantezza ricopre man mano gli intervenuti alla cerimonia qui officiata, grazie anche a una resa sonora al di sopra delle aspettative (merce rara, in zona), mandando in visibilio i presenti di fronte a tale esibizione di efferatezza e precisione chirurgica: “Slowly We Rot”, posta in chiusura, emblematicamente richiama la situazione e suggella un concerto perfetto. Applausi.

Setlist: Redneck Stomp / Centuries of Lies / Visions in My Head / Intoxicated / Bloodsoaked / Dying / Find the Arise / ‘Til Death / Don’t Care / Slowly We Rot

Tornati dopo eoni da “Swansong” con “Surgical Steel”, ora riproposto in edizione estesa che include brani registrati durante le session e proposti inizialmente su EP, sbancano tutto e riprendono a macinare tour: si parla logicamente dei Carcass! La temperature è infernale e sulle note dell’intro “1985” la premiata e storica ditta WalkerSteer , in società con Ash e Wilding, si presenta sul palco fra la frenesia del pubblico: tempo di “Unfit For Human Consumption” e parte la celeberrima “Buried Dreams”. Il gruppo è in palla, anche se ci saranno problemi alle casse durante lo show, costellato di proiezioni persino sulla pelle della cassa della batteria, che si snoda attraverso gli ultimi successi del quartetto (“Captive Bolt Pistol” unita a “Genital Grinder”), i classici come “Reek Of Putrefaction”, “Corporal Jigsore Quandary” e la finale, liberatoria “Heartwork”: il ringhio di Jeff Walker e la chitarra dell’hippie Bill Steer marchiano a fuoco questa formazione, amata da chi ha fatto del metal estremo una passione. Promossi a pieni voti nonostante le difficoltà tecniche.

Setlist: 1985 (Reprise) / Unfit for Human Consumption / Buried Dreams / Incarnated Solvent Abuse / Cadaver Pouch Conveyor System / This Mortal Coil / The Granulating Dark Satanic Mills / Captive Bolt Pistol / Genital Grinder / Exhume to Consume / Reek of Putrefaction / Keep On Rotting in the Free World / Corporal Jigsore Quandary / Mount of Execution / Heartwork

In conclusione anche stasera la Hub Music Factory porta a casa una vittoria dal punto di vista musicale grazie anche all’afflusso di gente accorsa da ogni parte d’Italia: gruppi del genere accorpati insieme non sono cose che si vedono tutti i giorni e dimostrano ulteriormente la voglia di musica estrema che c’è nel Bel Paese. Tralasciando ogni polemica relativa ad orari, suono e servizi si può dire che è stata una vittoria della vecchia scuola. Quella vera.

Testo: Fabio Meschiari

Foto: Ivan Elmi

 

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

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