Death Angel: Live Report della data di Milano

La notte del ‘secondo impatto’ è arrivata finalmente. La data italiana del tour europeo intrapreso dai redivivi Death Angel è stata un autentico trionfo per i 5 thrasher filippino-americani, grazie ad uno spettacolo di rara intensità, energia e perizia strumentale, dove hanno rivisitato la loro discografia ed accennato qualcosa della loro prossima uscita discografica (27 Aprile 2004). Ma andiamo con ordine prima di giungere al piatto forte di questo ‘terremotante’ banchetto musicale.

Il compito di scaldare il pubblico del Transilvania Live di Milano tocca ai Mystic Prophecy, formazione tedesca sulla carta, ma multietnica nella sostanza (2 tedeschi, 1 svedese e 2 greci) la quale, a sorpresa, si dimostrerà uno dei migliori act della serata. Armati di tecnica, potenza ed un invidiabile senso della melodia il quintetto tedesco sfodera un power metal di scuola americana aggressivo e melodico, dotato di una freschezza compositiva che spicca nelle riffing massiccio e dal sapore attuale, senza che per questo venga snaturata la loro essenza power. Un set non molto lungo (circa 30 minuti), ma sufficiente a mostrare i brani migliori della loro discografia, composta dai due album ‘Vengeance’ e ‘Regressus’, dove va sottolineato l’impatto della song omonima del gruppo, ‘Mystic Prophecy’. Gran lavoro dei chitarristi ma anche del batterista Dennis Ekdahl, fluido, vario e velocissimo, mentre il cantante Liapakis, pur mettendo in mostra una buona tecnica ed un timbro caldo e ricco di qualità interpretative, palesa una certa debolezza sotto il profilo della pura potenza. Gran bella prova, comunque, che stupisce, cattura il pubblico e stimola la voglia di seguire e conoscere meglio questa nuova entità del ‘vero’ power metal.

Intro cibernetica, vestiti di rete tra il Marylin Manson più sobrio e castigato ed i Fear Factory ultimo periodo, salgono sul palco gli Mnemic, in pratica la versione danese ‘al rallentatore’ dei Fear Factory. Gli autori del disco di debutto ‘Mechanical Spin Phenenomenon’, molto pompato dalle pubblicità e dalla critica, partono subito in quarta con un sound carico di ultra-stoppati e campionamenti cibernetici, ma prediligendo i mid-tempos di matrice Machine Head, con umori nu-metal. In tutta onesta la band, che gode d’ottimi suoni, è tecnicamente impeccabile, ma i brani come ‘Ghost’ appaiono estremamente freddi, impersonali ed insipidi, quasi si trattasse di una copia ed incolla delle influenze sopracitate. Certo, il combo europeo cerca di darsi da fare sul palco, in particolare Michael, il vocalist che sembra la copia sputata di Burton C. Bell, ma i riff pesanti ma assolutamente monotoni non li fanno essere veloci, per carenza della furia chirurgica che animava i Fear Factory, o monolitici come i Machine Head, oppure inquietanti e deragliati come Coal Chamber e compagnia. In tutta onestà, una prestazione anonima per una band altrettanto priva di carattere e personalità.

Dalla violenza cibernetica dei Mnemic, si passa alla pesantezza groovy e vagamente gotica dei tedeschi Disbelief. Il quintetto teutone, che da poco ha pubblicato la sua ultima fatica ‘Spreading The Rage’, si dimostra subito più accattivante dal punto di vista del puro impatto, merito dell’esperienza maturata negli anni e di un suono che è passato dal doom/death dell’esordio omonimo, alle oscure ruvidità, vagamente paragonabili a quelle degli Hypocrisy, di ‘Shine’ e dell’ultima release. I due album più recenti, è ovvio, sono la spina dorsale di una prova sobria e corposa, con brani come ‘Misery’, ‘Death Will Score’ e ‘God? Master!’ che mettono in primo piano la particolare voce di Karsten Jäger, uno screaming ruvido e sofferto molto espressivo, in piacevole contrasto con i mid-tempo groovy del five-piece tedesco (una specie di Thomas Lindberg più cupo). La prova della formazione europea incontra i favori del pubblico, anche se, a lungo andare, i brani proposti tendono ad apparire monotoni ed eccessivamente simili nella forma, caratterizzata dall’assenza di track veloci o maggiormente strutturate. Una presenza scenica un po’ statica e la succitata monoliticità della loro proposta, comunque, non intaccano più di tanto una discreta prova, salutata positivamente dalla maggior parte dei presenti.

Infilate cuffie e visore e preparatevi il Valium a fianco, perché state per entrare nel juke-box dispensa incubi tra i più violenti in circolazione, prodotto dalla premiata ditta Darkane, ‘Made in Sweden’. Questi cinque schizofrenici, virtuosi e sadici musicisti, autori di tre full-length, dove spicca il debut ‘Rusted Angel’, scendono sul campo di battaglia del Transilvania Live accompagnati dalla classica intro orchestrale, oscura ed apocalittica, prima di azzannare alla giugulare i presenti con i loro schizofrenici e potentissimi riff. Sfortunatamente, il suono non conferisce l’adeguata potenza e compattezza alle chitarre della coppia Ideberg/Malmstrom, mentre il ‘frullatore dell’incubo’ Peter Wildoer spicca per la sua consueta tecnica e precisione nei brani più deragliati come ‘Third’ o ‘Emanation Of Fear’. Man mano che si susseguono i brani proposti dall’act svedese, che stasera appare veramente in forma, oltre al suono, comincia a scaldarsi anche il pubblico, che da vita al consueto mosh nella parte centrale della pista, eletta ad ‘arena per gli scontri’. Andeas Sydow, nonostante qualche problema di salute alle corde vocali (leggi raffreddore), impressiona per la carica folle e violenta della sua voce, pur non essendo eccessivamente mobile o spettacolare come frontman. Sta di fatto, però, che brani come ‘Fatal Impact’, ‘Innocence Gone’, risultano terribilmente pericolosi per l’equilibrio neurologico dell’ascoltatore, ricchi di cambi repentini di tempo, furia e virtuosismi di chitarra e batteria. Quello che, però, fa più presa nella prestazione dei 5 scandinavi, è il senso sinfonico delle linee, che rendono ‘Inauspicious Coming’, ‘Convincted’ e l’impressionante ‘July 1999’ dei veri a propri presagi metal, quasi la sound track dell’Apocalisse di San Giovanni. Prova d’altissima qualità, a conferma del fatto che siano pronti per la ‘prova del fuoco’ del concerto da headliner.

Come si fa la recensione di una gara di surf disputata cavalcando ondate di lava incandescente? Che parole si possono Usare per non apparire banali o, semplicemente, scarni e poco fedeli all’avvenimento? Solo due, forse: Death Angel. Eravamo stati travolti e scioccati dall’incredibile performance dello scorso No Mercy Festival, dove i 5 americani d’origine filippina avevano raso al suolo l’Alcatrazz e fatto apparire i Marduk come una band di ska-punk a confronto, ed ora, con la conferma dell’uscita del loro nuovo album, pregustavamo la possibilità di vederli in azione con un tempo maggiore a loro disposizione. Bene, i Death Angel hanno una qualità che li rende diversi da molti altri loro colleghi: sono pazzi ed i pazzi si giocano sempre il tutto per tutto. ‘Seemingly Endless Time’, dopo una lunga intro sinfonica, piomba su di un Transilvania quasi pieno, innescando un detonatore umano chiamato mosh: questa macchina non si fermerà per tutta la serata, creando l’atmosfera di una vera e propria trincea nelle prime file. L’affiatamento che dimostra il quintetto californiano (che vede Ted Aguillar alla chitarra, al posto di Gus Pepa) ha qualcosa di eccezionale: il feeling che unisce i musicisti statunitensi è quasi palpabile e l’atmosfera che regna tra loro, ricca di armonia ed entusiasmo, contagia direttamente il pubblico, specie quando Rob Cavestany parte col distruttivo riff di ‘Evil Priest’. A questo punto e puro massacro tra il pubblico, che risponde parola per parola ai testi cantati da un Mark Osegueda in assoluto stato di grazia, sia sotto il profilo vocale (i suoi celebri urli sembrano uscire direttamente da una copia di ‘The Ultra-Violence) che su quello della presenza scenica, dove gioca il ruolo d’autentico capitano di questa nave pirata pronta per l’arrembaggio. ‘Voracious Souls’ è un vero comando d’assalto all’arma bianca, dove Andy Galeon mostra (nonostante i suoni soffochino di molto il suo splendido lavoro sui piatti) tutto il suo talento e la sua carica viscerale, attraverso un colpo di rullante secco, proprio come la detonazione di un cannone. Aguillar, Cavestany e Pepa, che si esibisce in passaggi di slap da applausi a scena aperta in ‘Disturbing The Peace’ e ‘Stagnant’, sono un vero muro sonoro. In particolare Cavestany, la chitarra solista dei Death Angel e vero virtuoso dell’accordo, è protagonista di una prestazione come seconda voce solista per ‘Veil Of Deception’ e ‘Room With A View’ di grande qualità. Ma non si pensi che il five-piece di San Francisco abbia mostrato solo la sua facciata melodica: ‘Mistress Of Pain’, ‘3rd Floor’, l’intro della monumentale ‘The Ultra-Violence’ che ha preceduto un incredibile medley di più di 10 minuti e, soprattutto, l’immortale ‘Thrashers’, cantata da Dennis Pepa, hanno fatto veri e propri danni tra le file degli spettatori, con tanto di body-surfing, stage-diving e cariche da squadra di rugby. Non un attimo di cedimento, non un passaggio a vuoto, neanche un minuto di tregua: puro, incredibile e pirotecnico thrash metal multiforme, a dimostrazione che il futuro è affidato a gruppi di questo tipo. Prima di chiudere questo vero e proprio ‘match mondiale’, con il quale i Death Angel hanno anche presentato un nuovo brano, ‘Devil Incarnated’, che apparirà sul nuovo album, Marc ringrazia più volte il pubblico ed i suoi compagni d’avventura; poi basta coi convenevoli e via all’attacco finale portato con spietata precisione ed un sorriso sulle labbra, che usa tre semplici parole…’Kill As One’! Le conseguenze si possono immaginare. Questo è il futuro, questo è il metal ed ora si aspetta solamente la loro nuova fatica, per cavalcare ancora le ondate laviche con un surf al titanio. Immensi!

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